Il caffè gratis alla buvette? Echissenefotte: il Paese reale e le imprese al capolinea

Non hanno tutti i torti quelli che si lamentano per lo stallo istituzionale in cui versa l’Italia. Hai voglia a raccontare le nefandezze della Casta, gli sprechi e le ruberie dei potenti italiani se poi il Paese reale è allo stremo e le imprese non hanno più ossigeno per respirare. «Da quaranta giorni si discute del prezzo del caffè alla buvette di Montecitorio e intanto attorno ci casca il mondo e si stanno perdendo occasioni di sviluppo». Questo il pensiero, assolutamente condivisibile, di Maurizio Marchesini presidente della Confindustria dell’Emilia Romagna.

 

chiuso-per_crisiNella mappa dell’imprenditoria italiana gli emiliani vengono considerati da sempre dei moderati. Non protestano a ogni piè sospinto e tutto sommato hanno sempre avuto un rapporto positivo con la politica. Ma adesso il loro sentimento sta cambiando. Dice Maurizio Marchesini presidente della Confindustria dell’Emilia Romagna: «Da quaranta giorni si discute del prezzo del caffè alla buvette di Montecitorio e intanto attorno ci casca il mondo e si stanno perdendo occasioni di sviluppo».

Persino le aziende esportatrici che sono il motore di testa del sistema Emilia rallentano, quelle che lavorano per il mercato interno sono disperate e stanno saltando singole aziende fornitrici che non riescono a stare a galla e che fanno mancare un anello chiave delle filiere produttive. Così i prudenti emiliani stavolta sentono, come non mai, l’esigenza di far sentire il loro profondo malessere. Vorrebbero fortemente che attorno ci fosse anche la partecipazione dei dipendenti, una mobilitazione comune del lavoro e dell’impresa ma i sindacati anche in questo caso sono in ritardo. Ci arrivano dopo. Venerdì 12 e sabato 13, intanto, alcune centinaia di imprenditori bolognesi, parmigiani, modenesi e via di questo passo, andranno a Torino al convegno della Confindustria che stavolta non sarà di routine ma ha tutte le premesse per diventare una grande manifestazione di protesta e di orgoglio. Lo slogan prescelto sarà «il tempo è scaduto» e il sottotitolo non esplicitato può essere letto come… «e noi non ce la facciamo più a supplire alla latitanza della politica».

Gli imprenditori emiliani hanno avuto da sempre un rapporto cordiale con la sinistra ma stavolta Marchesini e i suoi non hanno contezza di cosa stia facendo il Pd, «non si capisce dove sia finito il tradizionale pragmatismo degli amministratori emiliani, non hanno saputo leggere il risultato del voto e così abbiamo perso settimane su settimane».

E visto che stavolta sono proprio gli emiliani (da Pierluigi Bersani a Maurizio Migliavacca passando per Vasco Errani) a guidare le mosse del partito la riflessione degli industriali è quasi ad personam. Venerdì 5 a Bologna si sono riuniti tutti i presidenti delle associazioni territoriali e dei settori a trazione emiliana come la ceramica e hanno fatto una conferenza stampa congiunta che sembrava in realtà una manifestazione di sdegno. Che Marchesini ha tradotto in un’affermazione lapidaria: «Se qualcuno pensa di andare a nuove elezioni sappia che nel frattempo noi saremo costretti a portare i libri in tribunale».

poletti_legacoopGiuliano Poletti è il presidente della LegaCoop, ha rinunciato a candidarsi in Parlamento perché vuole portare avanti il processo di unificazione tra coop bianche e rosse. Anche lui pensa che sia necessario «un governo delle emergenze, di durata limitata nel tempo e imperniato sul rapporto tra Pd e Pdl». Per Poletti i grillini hanno monopolizzato l’agenda politica negli ultimi 40 giorni e i temi dell’emergenza economica e del lavoro sono passati in secondo piano. «So bene che dalle urne è uscita fuori una pressante richiesta di trasparenza della politica ma bastava per onorarla deliberare un unico atto: riformare il finanziamento pubblico ai partiti. E poi un minuto dopo dedicarsi alle aziende e al lavoro».

Il presidente della LegaCoop la pensa come Rete Imprese Italia sul decreto Grilli per i pagamenti della pubblica amministrazione: «Avrei voluto modalità di rimborso più semplici, immediate e avrei preferito che la decisione di immettere liquidità nell’economia reale fosse stata gestita in modo da generare ottimismo. E invece è diventato un provvedimento da ragionieri, per di più sospettosi e così facendo è stato bruciato l’effetto psicologico positivo che il provvedimento avrebbe dovuto avere». Poletti è molto preoccupato per l’avvitamento del credito bancario e per la scomparsa del tema dall’agenda politica. «Banca d’Italia manda segnali di irrigidimento sui controlli e le garanzie ma attenzione bisogna sapere che c’è bisogno di un punto di equilibrio. Se ogni autorità o potere gioca la partita da solo il risultato è un’ulteriore restrizione dei fidi con tutte le conseguenze che è facile immaginare in una fase come questa».

Anche dal Veneto si guarda con grande attenzione all’appuntamento confindustriale di Torino. Roberto Zuccato, presidente degli industriali, racconta della difficoltà di lavorare contemporaneamente su due piani, tamponare l’emergenza e impostare una nuova strategia che porti a quello che chiama «il manifatturiero digitale». Ovvero una capacità del sistema Nord Est si posizionarsi più alto nella scala della qualità e nel frattempo aggregarsi per acquisire la necessaria massa critica. Zuccato molto responsabilmente invita a non fare di tutt’erba un fascio quando si parla dei suicidi. Per ciascun caso bisogna conoscere bene le motivazioni ed evitare le analisi superficiali. «C’è il rischio di indurre all’emulazione e quindi l’enfasi è la cosa meno necessaria in questi momenti». Ciò non vuol dire che agli imprenditori sfuggano i profondi e drammatici cambiamenti che stanno avvenendo negli stili di vita dei cittadini. «Parlo non solo della frequenza ridotta con cui si va al ristorante o in pizzeria ma mi hanno raccontato come le famiglie comincino a riportare a casa i loro cari che avevano affidato a case di riposo per anziani. Non possono permettersi più le rette e poi la pensione del nonno serve per quadrare il bilancio a fine mese. Perché una volta in una casa si lavorava in due o anche in tre, oggi siamo tornati allo stipendio unico».

 

LEGGI DALLA FONTE ORIGINALE – Corriere.it

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