I PROCESSI DI B./ Assolto per Mediatrade ma condannato per un’intercettazione

Sono giorni ad alta tensione giudiziaria per Silvio Berlusconi. Se volessimo parlarne in termini calcistici il presidente del Milan chiude la partita della settimana con un pareggio. Nella giornata di ieri infatti la Corte di Cassazione ha chiuso definitivamente la questione Mediatrade, archiviando la posizione del Cavaliere. Arrivano però da Milano le cattive notizie, dove insieme a suo fratello Paolo è stato condannato per aver favorito la pubblicazione su “Il Giornale” di una conversazione tra l’ex segretario dei Ds Piero Fassino e Giovanni Consorte numero uno di Unipol. Stranezze della vita: Berlusconi condannato, giustamente; Fassino nemmeno indagato…

 

di Viviana Pizzi

MEDIATRADE ROMA: IL PROCESSO SVANISCE NEI MEANDRI DELLA PRESCRIZIONE E DELLE ASSOLUZIONI

Il procedimento altro non era che una costola di quello di Milano in cui era accusato di appropriazione indebita e frode fiscale. I giudici del capoluogo lombardo però lo assolsero un anno fa per non aver commesso il fatto.

La procura di Roma sull’onda di quel processo aprì una medesima inchiesta su presunte irregolarità relative alla compravendita di diritti tv. Berlusconi qui doveva rispondere di evasione fiscale e altri reati tributari.

Cosa è avvenuto? La magistratura milanese aveva trasmesso degli atti a Roma perché nel biennio 2003-2004 la sede di Rti (la concessionaria televisiva riferita a Mediaset) era nella capitale. L’accusa era riferita a prezzi gonfiati dei diritti acquistati presso alcuni major statunitensi.

Oltre a Silvio e Piersilvio Berlusconi c’erano altri 10 indagati. Lo scorso anno il gup di Roma aveva dichiarato il non luogo a procedere per i fatti relativi al 2003 per intervenuta prescrizione mentre aveva assolto tutti per quelli del 2004.  La procura di Roma si era appellata alla Corte di Cassazione per ottenere la riapertura del processo. Ma i giudici del palazzaccio hanno detto no chiudendo definitivamente anche questa pendenza che riguarda l’ex premier.


UNIPOL: CONDANNATI PER UN’INTERCETTAZIONE PUBBLICATA SILVIO E PAOLO BERLUSCONI

Dopo aver tirato ieri un sospiro di sollievo per la chiusura definitiva del processo Mediatrade da Milano arriva l’ennesima tegola giudiziaria sul capo del Cavaliere. Che si aggiunge alla condanna  di primo grado a 4 anni di reclusione per la compravendita di diritti televisivi All Iberian per la quale è attesa la sentenza d’appello il prossimo 23 marzo.

E’ arrivata infatti oggi dal tribunale di Milano la condanna ai due fratelli Berlusconi per aver permesso la pubblicazione sulle pagine del quotidiano “Il Giornale”  di una conversazione tra Piero Fassino (allora segretario Ds) e Giovanni Consorte numero uno di Unipol. I fatti sono riferiti al 2005 e oggi, dopo otto anni, Silvio Berlusconi è stato condannato a un anno di reclusione e suo fratello Paolo a due anni e tre mesi. Il reato specifico per il quale è stato condannato è rivelazione di segreti d’ufficio in riferimento ad intercettazioni.

Giovanni Consorte, in seguito all’inchiesta Bancopoli, si dimette successivamente dal suo incarico all’interno dell’istituto di credito.

Facciamo però un passo indietro e vediamo che cosa c’entra Berlusconi con questa vicenda. Il fatto contestato dalla procura di Milano è relativo al 24 dicembre 2005. Quanto l’allora capo del Governo sarebbe venuto in possesso della registrazione di quella famosa telefonata per la cui pubblicazione Fassino ha chiesto un risarcimento danni di un milione di euro. La telefonata era ancora coperta dal segreto istruttorio e contenuta su una pen drive.

berlusconi_mediatrade_unipolIl contenuto lo aveva ascoltato insieme al fratello Paolo e agli imprenditori Fabrizio Favata e Roberto Raffaelli. Secondo le indagini della procura di Milano sarebbe stato proprio quest’ultimo, impiegato presso la Research Control System (società che forniva le apparecchiature per le intercettazioni alla procura) a trafugare il nastro e a offrirlo ai fratelli Berlusconi in vista delle elezioni 2006. Un contenuto che aveva fatto saltare Fassino dalla sedia e aveva procurato una serie di reazioni negative nei confronti dei Ds, partito che allora l’attuale sindaco di Torino rappresentava. La sua richiesta di risarcimento di un milione di euro però non è stata completamente accolta. I giudici hanno infatti riconosciuto la titolarità di Fassino a ricevere soltanto 80 mila euro come provvisionale.

A livello penale le richieste per Silvio Berlusconi sono state tutte accolte. Il pm Romanelli aveva infatti chiesto un anno. Per Paolo Berlusconi invece erano stati chiesti tre anni e tre mesi di reclusione per concorso in rivelazione di segreto d’ufficio e ricettazione. La sentenza sarebbe dovuta arrivare un mese fa ma il processo fu sospeso a causa della concomitanza con le elezioni del 24 e 25 febbraio.


PUBBLICARE LE INTERCETTAZIONI? MAI SE ILLEGALMENTE ACQUISITE O TRAFUGATE

Sarebbe semplicistico in questo momento accusare i giudici di aver condannato i due fratelli Berlusconi per aver fatto una cosa che i giornali fanno sempre: pubblicare intercettazioni telefoniche riguardanti inchieste.

Certo condannare o assolvere in base a quali conversazioni sia bene che siano pubblicate dai giornali non è certo auspicabile. La cosa grave però che riguarda questo tipo di processo non è tanto la pubblicazione della conversazione, che di certo ha permesso a Fassino di chiedere un risarcimento milionario. I due fratelli vanno condannati principalmente per come si sono procurati il contenuto della conversazione rendendolo pubblico. Nel loro caso non si tratta della pubblicazione di una telefonata presso la segreteria del pm e de difensori che finisce di essere coperta dal segreto istruttorio e libera di essere messa a disposizione dei giornalisti che la possono pubblicare.

In questo caso il contenuto è il frutto di intercettazioni illegalmente acquisite proprio perché Roberto Raffaelli avrebbe deliberatamente trafugato il contenuto e messo su pen drive per regalarlo ai fratelli Berlusconi. In quel momento nessuno sapeva dell’esistenza della conversazione e non era ancora stata depositata agli atti di nessuna inchiesta. Si trattava di un brano ancora segreto. Chiunque lo avesse pubblicato, anche testate non appartenenti al lodo Berlusconi si sarebbe reso colpevole di rivelazione di segreti d’ufficio reato punito dall’articolo 326 del codice penale. Nulla a che fare con la diffamazione e con la pubblicazione di intercettazioni legali ma che non costituiscono “interesse pubblico” come quelle che potrebbero riguardare due amanti che parlano e vengono intercettati magari in un’inchiesta dove uno dei due è indagato per un qualsiasi tipo di reato.

Nel caso di Berlusconi non si parla nemmeno di una semplice violazione del segreto istruttorio perché il contenuto della telefonata era stato trafugato e non era a disposizione delle parti. Il divieto sarebbe caduto nel momento in cui proprio quella conversazione sarebbe entrata all’interno di un’inchiesta ufficiale e i giornalisti del “Giornale” l’avessero ottenuta lecitamente, ossia venendo in possesso dell’incartamento dell’inchiesta. In quel caso il contenuto dell’intercettazione sarebbe stato considerato vero poiché proveniente da una fonte ufficiale.

In Italia quindi invece bisogna attendere l’ufficializzazione delle inchieste per poter pubblicare una qualsiasi conversazione. Vietato venirne a conoscenza in qualsiasi altro modo. Vietato spiare con qualsiasi mezzo le telefonate di qualsiasi persona. Da una parte è comprensibile perché così si tutela la privacy delle persone coinvolte ma dall’altro lega mani e piedi il cronista che può attingere notizie soltanto da “fonti ufficiali” non potendo dotarsi di nessuno strumento in grado di anticipare le notizie prima che esse vengano ufficializzate. Di occhio del Grande Fratello sugli affari dei personaggi pubblici manco a parlarne. Qualcuno direbbe meno male ma il giornalismo d’inchiesta ne subisce gravi svantaggi.

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