GUERRA/ Italia Libia, ieri e oggi

di Gaetano Cellura

Italia e Libia, una storia di rapporti controversi fondati più sull’arte della guerra che sulle regole di buon vicinato. Osservare l’oggi attraverso la lente dell’esperienza passata è il modo migliore per riflettere senza i condizionamenti (mass) mediatici che impongono la costante distinzione tra buoni e cattivi. Basta pensare che nelle zone grigie del tempo che fu si muoveva persino uno come Pascoli, “il poeta mite del fanciullino, che salutò la dichiarazione di guerra alla Turchia – la Libia era allora una provincia dell’impero ottomano – con queste parole: “La grande proletaria si è mossa”.

gheddafi_italia_libia_ieri_oggiVolete la guerra? – deve aver pensato Giolitti messo alle strette dall’opinione pubblica. – Eccola servita! Quando l’Italia decise di conquistare la Libia erano passati cinquant’anni dalla sua unificazione. Una nazione ancora giovane che vedeva nel colonialismo lo strumento per stare alla pari con l’Europa dei Signori. Si trattava di una politica estera espansionista di cui avevamo fatto esperienza ai tempi di Crispi. Quanto bastava per sconsigliarci di intraprendere nuovamente iniziative di questo tipo.

Ma, a parte Mussolini e Nenni, tutti volevano la guerra. Destra e sinistra insieme. Dai nazionalisti ai socialisti, ai cattolici. Dalla sinistra mazziniana a sindacalisti come Labriola. Dalla Stampa al Corriere della Sera. La volevano D’Annunzio e Marinetti. Alfredo Oriani e Giovanni Pascoli. Oriani scriveva (cito dalla Storia d’Italia 1861-1969 di Mack Smith) sciocchezze come questa: che la politica di conquista in Africa e nei Balcani costituiva una missione storica per l’Italia, il necessario coronamento del Risorgimento. Non so quale nesso vedeva tra il nostro Risorgimento, l’Africa e i Balcani.

E Pascoli, il poeta mite del fanciullino, salutò la dichiarazione di guerra alla Turchia – la Libia era allora una provincia dell’impero ottomano – con queste parole: “La grande proletaria si è mossa”. Verso la Quarta sponda. Voleva  la guerra  il nazionalista Corradini : “ La politica di conquista coloniale è contraria all’utile del proletariato! Noi diciamo contraria all’utile del proletariato è l’emigrazione”. Altre sciocchezze le aveva scritte Turiello, secondo cui era venuto il tempo dell’espansione della razza bianca e che ogni nazione per dimostrare la propria forza doveva impegnarsi in politiche di conquiste.

C’erano anche interessi economici. Il Banco di Roma dal 1907 aveva avviato affari in Libia. Ragioni emotive, come quella, per fare un esempio, dello storico cordone ombelicale dell’Italia con l’Africa, si legavano ad altre, propriamente politiche, e dettate dal generale clima propagandistico favorevole alla guerra, ma che (purtroppo) poggiavano su calcoli sbagliati. Si pensava che l’emigrazione italiana, molto diffusa e considerata una vergogna nazionale, potesse trovare sfogo e soluzione attraverso la colonizzazione della Libia.

Descritta come un eldorado ricco di grano e di frutta, con pochi abitanti, e non per quello che realmente era: territorio i cui prodotti erano gli stessi dell’Italia meridionale e non servivano ad altro che a creare dannosa concorrenza. E così Giolitti, contrario per indole alla guerra, ma inondato dalla retorica nazionalista, dovette convincersi a un certo punto della sua “fatalità storica”. Finì, anzi, per vederla come l’opportunità per dare prestigio al suo governo. E la dichiarò (alla fine di settembre del 1911) senza nemmeno avvertire il parlamento, che si riunì per discuterne solo sette mesi dopo, tanto era data per facile e scontata la vittoria nell’opinione corrente. Ma la guerra italo-turca durò un anno. E almeno venti la guerriglia per sottomettere i ribelli. Ci penserà Graziani, infatti, a trovare la soluzione. Con i sistemi tipici dello squadrismo fascista di cui non possiamo certo essere orgogliosi.

Queste le cifre dell’operazione militare e il quadro delle sue conseguenze. Un impegno di oltre centomila uomini quando, in un primo momento, ne erano previsti ventimila. Aeroplani e dirigibili che bombardavano la sabbia del deserto essendo la Libia priva di strutture fisse di difesa. Nessuna vittoria militare in Africa: l’unico successo fu l’occupazione dell’isola di Rodi che costrinse la Turchia a riconoscere la sovranità italiana sulla Libia e sul Dodecaneso. Tutto questo mentre D’Annunzio celebrava dal dorato esilio di Arcachon le nostre gloriose gesta d’oltremare. Un costo economico di 512 milioni di lire che, da quel momento, sempre graverà sul bilancio pubblico: soldi che potevano essere spesi per il rimboschimento degli Appennini o per dotare il Mezzogiorno di strade e ferrovie.

Una sostanziale, evidente impreparazione italiana alla guerra e una assai discutibile amministrazione politica del territorio conquistato: vi venivano inviati i funzionari peggiori. Una serie di svantaggi commerciali ed economici causati dal boicottaggio musulmano verso i nostri prodotti nell’importante emporio di Rodi. Deludenti i risultati pure sul fronte dell’emigrazione. Raddoppiò, rispetto agli anni precedenti, il numero degli italiani che partivano per l’America; e molti altri, alla Libia italiana, preferivano il Marocco francese. Ora, mentre scorrono le immagini di Tripoli in festa per la caduta del Colonnello assediato nel suo bunker, non possiamo esimerci da alcune comparazioni tra il passato e il presente.

Ieri era il grano a suscitare la voglia di Libia. O la frutta fresca (quasi in Italia non ne avessimo). Oppure gli interessi del Banco di Roma. In realtà era il nostro bisogno psicologico di esistere come nazione. Come popolo unito. Temprato dalla guerra e da quello che appariva come l’interesse nazionale. Oggi è il petrolio che suscita voglia. Ieri l’odio per i turchi. Oggi quello per Gheddafi. Ieri una guerra il cui esito è stato una vittoria morale, come la definì Croce. Oggi una guerra di cui si sa chi l’ha persa, – Gheddafi e i suoi – ma non ancora chi l’ha vinta, come osserva acutamente Sergio Romano. Chi governerà la Libia? Nella migliore delle ipotesi, dice lo storico, vista la confusione che regna tra gli insorti, “una coalizione di opportunisti post-gheddafiani” per lungo tempo suoi complici.

 

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