Grillo e le società in Costarica: scandalo vero, attacco mediatico o entrambi?

Non siamo mai stati teneri con il M5S e con Grillo, mantenendo nei suoi confronti lo stesso atteggiamento critico che abbiamo con gli altri leader politici, ma riguardo all’inchiesta dell’Espresso qualcosa non ci quadra fino in fondo. Fermo restando che la tessera n° 2 del Pd coincide con l’editore del settimanale autore dello scoop e che questo, in ogni caso, non inficia il lavoro di autorevoli giornalisti come Trocchia e Malagutti. Ma, forse, qualcosa vorrà pur dire…

 

di Carmine Gazzanni

Scandalo o attacco mediatico? Scoop o costruzioni giornalistiche con l’unico scopo di attaccare il nemico numero uno della carta stampata? Dopo l’inchiesta de L’Espresso a firma Malagutti, Palladino e Trocchia l’opinione pubblica si è divisa. E nella maniera probabilmente più naturale che esista: gli anti-grillini convinti della necessità che l’ex comico spieghi la natura delle tredici società nel paradiso fiscale del Costa Rica; i grillini pronti a manifestare il proprio affetto all’autista e tuttofare Walter Vezzoli (come si evince dai commenti sulla sua pagina facebook) e ad andare addosso sugli autori dell’inchiesta e sul settimanale di proprietà di Carlo De Benedetti. Come stanno realmente le cose? Chi ha ragione? La verità, come sempre, non sta mai da una parte. Ecco l’analisi critica di Infilrato.it. Unica richiesta per i lettori: deponete le vostre convinzioni (grilline o anti-grilline che siano). Se non volete farlo, no problem: chiudete pagina.

Anche perché, per comprendere fino in fondo come stiano realmente le cose, conviene avvicinarsi alla vicenda con occhio critico. Virtù che, in questo periodo, manca tanto a diversi grillini quanto ad una miriade di anti-Cinque Stelle (e il fatto stesso che, probabilmente, chi leggerà questo articolo menerà addosso anche a noi è prova oggettiva di tale mancanza di lucidità).

Diceva Friedrich Nietzsche a giusta ragione: “le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità”. Invitiamo, pertanto, chiunque voglia continuare nella lettura di quest’analisi a spogliarsi di pregiudizi e convinzioni. Se non è disposto, meglio che rinunci a priori. Chiuda tutto. Vada sui suoi giornali, sui suoi blog e legga post e articoli che, soprattutto in questo periodo, non fanno che alimentare in maniera spesso arbitraria e senza fondamento una tesi invece che l’altra. Se invece si ha voglia di ragionare con senso critico, mantenendosi a distanza dalle due posizioni contrarie, opposte e radicali, continuate nella lettura: forse riusciremo a trovare una qualche risposta e a comprendere nei fatti quali siano i veri problemi e i palesi limiti della vicenda sollevata da L’Espresso.

Cominciamo con un’osservazione tutt’altro che secondaria: l’editore dell’autorevole settimanale d’inchiesta è Carlo De Benedetti, vicinissimo al Partito Democratico e soprattutto alla corrente bersaniana (quella che, per intenderci, non disprezzerebbe un’alleanza con il Terzo Polo targato Mario Monti. Basti leggere i tanti editoriali a riguardo di Eugenio Scalfari per farsi un’idea). Questa precisazione, ovviamente, non può essere lasciata al caso, né sottaciuta. È invece uno dei punti focali del discorso: sebbene l’inchiesta apra uno squarcio molto interessante – come vedremo – certamente il fatto che dietro il settimanale ci sia uno come De Benedetti ci porta a comprendere, ad esempio, perché la vicenda sia venuta fuori proprio ora, perché sia rimasta nell’ombra sino ad ora. E, soprattutto, verrebbe da chiedersi se sarebbe stata pubblicata anche nel caso in cui Grillo avesse aperto al Pd di Bersani. Domande (e risposte) più che lecite.

Ma sia chiaro anche un altro particolare: che il giornalismo sia in un certo senso ad orologeria – come accusano i grillini – non è un peccato. È anzi normale sia così: è ovvio che nel momento in cui l’attenzione mediatica e politica è tutta sui Cinque Stelle, su Grillo e su Casaleggio, le redazioni dei giornali decidano di intraprendere inchieste su Tizio, Caio, sui legami di questo, sugli interessi di quello. È più che normale. Fisiologico. Ergo: non ha alcun senso continuare con la manfrina “ci fanno battaglia, ci sparano addosso, ci stanno facendo una guerra.

grillo_autista_vezzoli_costaricaÈ del tutto normale, come detto: nel momento in cui si è al centro del ciclone, dell’occhio pubblico, è ovvio che l’attenzione della stampa si focalizzi. Altrimenti – ed è questo il punto – i Cinque Stelle dovrebbero dire lo stesso anche, ad esempio, di Monti. Appena il Professore è stato nominato Presidente del Consiglio, chilometri di inchiostro si sono sprecati sulle sue partecipazioni al Club Bilderberg o alla Commissione Trilaterale. E non pare che allora i grillini abbiano detto: “gli stanno facendo una battaglia, gli sparano addosso, gli stanno facendo una guerra”. Assolutamente no. Eppure anche in quel caso – se si seguisse la stessa linea logica (a meno che, appunto, non si voglia essere illogici, riponendo in un cantuccio la ratio che tanto dovrebbe distinguerci dagli altri esseri animali) – si sarebbe potuto dire: “embè, qual è il problema? Non è reato partecipare a questo o quel convegno”. Esattamente come oggi si dice: “embè, qual è il problema? Non è reato avere società nel paradiso fiscale del Costa Rica”.

Precisato questo, andiamo avanti ed entriamo ancora più nel merito della questione. Bene ha fatto Vezzoli a rilasciare l’intervista a Il Fatto Quotidiano. Bisogna che anche gli anti-grillini gliene diano atto: i toni pacati e le risposte dato dall’uomo tutto-fare ad Emiliano Liuzzi scagionano da tante delle accuse mosse nell’inchiesta de L’Espresso. Su tutte da una: perché le società in Costa Rica? Semplice, perché “io all’estero vivevo. In Costa Rica è cresciuto mio figlio, io ero il proprietario di una discoteca: dove avrei dovuto registrare le società?”.

Questione risolta? Non del tutto. Alla disponibilità di Vezzoli a spiegare come siano andate le cose, non è corrisposto (ancora una volta) un atteggiamento di apertura da parte di Grillo. Meglio (ancora una volta) pubblicare un post e chiudere la vicenda. Bene. Giusto o sbagliato che sia (“ai posteri l’ardua sentenza”), ragioniamo su quanto scritto sul blog. Nonostante Grillo precisi, ad esempio, che l’espressione “sociedad anonima” stia per l’italiano “società per azioni” (quindi altro che società schermate), ci sono particolari su cui Grillo – o chi per lui – ha preferito non soffermarsi.

Chiariamo meglio questo passaggio con un esempio. Grillo – e non solo lui – ha preferito spostare l’attenzione su Ecofeudo, il progetto del resort ecologico pensato da Vezzoli e poi naufragato. In realtà, di Ecofeudo (progetto nobilissimo, per carità) non interessa niente a nessuno (e fa specie che anche uno come Claudio Messora non l’abbia compresoingenuamente o maliziosamente che sia – preferendo, anche lui, spostare tutta l’attenzione su un resort che, c’è o non c’è, non cambia niente a nessuno).

La questione è invece un’altra (e sarebbe cosa buona se tutti – anche i grilini – lo capissero). Il problema sono le tredici società aperte, il problema è perché in molte di queste spunti anche il nome della cognata di Grillo (a proposito, su questo la difesa di Vezzoli è completamente inesistente) nonostante, a detta dell’autista, l’ex comico non sia mai andato in Costa Rica. Il problema (il principale) è infine un altro. Scrive Grillo sul blog, come detto, che “sociedad anonima” altro non è che la nostra società per azioni. Vero. Dimentica però di ricordareanche qui: ingenuamente o maliziosamente?che il Paese centroamericano sia inserito nella black list dei paradisi fiscali dal Tesoro italiano, stia in una lista grigia per l’Ocse, sia un Paese il cui livello di trasparenza fiscale è tra i più bassi al mondo, sia – infine – un Paese che, davanti alle pressioni delle organizzazioni mondiali, non ha mostrato alcuna forma di collaborazione (così scriveva Il Sole 24 Ore già nel 2010). I problemi sono questi. E dinanzi a tali ombre (perché è chiaro anche questo: sono – solo – ombre), Grillo dovrebbe evitare di buttarla in caciara (la stampa asservita, dominata dai partiti morti etc) e semplicemente rendere conto. O lui o chi per lui (Vezzoli) precisando quanto, per così dire, ha dimenticato di precisare. Semplicemente questo. Non di più.

Ma è giusto che un personaggio pubblico dia conto all’opinione pubblica. Altrimenti non si comporterà poi in maniera tanto diversa da, per dirne una, Gianfranco Fini: la vicenda della casa di Montecarlo non riguardava direttamente lui, ma il cognato. Eppure tutti – anche i grillini – sono stati in prima linea (a giusta ragione) per chiedergli spiegazioni. È lo scotto da pagare se si vuole stare sulla cresta dell’onda sociale e politica.

Per concludere. L’inchiesta non è nata a caso, ovvio. E abbiamo spiegato i motivi. La difesa di Vezzoli chiude tante polemiche e tanti possibili buchi neri. Ma altri restano aperti. E non basta un post per spiegarli tutti e in modo convincente.

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