GOVERNO MONTI/ 30 voti di fiducia in meno di 8 mesi. Neanche B era arrivato a tanto.

Il Parlamento non esiste più. Il governo Monti l’ha letteralmente annullato. Con quello di ieri sono ben trenta i voti di fiducia in otto mesi di governo. Un record mai raggiunto nemmeno da Berlusconi. Ma tutti tacciono: se prima con il Cav – giustamente – Pd e Udc si lamentavano, ora zitti e chini votano e basta. Nessuna voce nemmeno dal Quirinale. La democrazia è messa tra parentesi.

di Carmine Gazzanni

monti_berlusconi_camera_fiducia1E sono trenta. Oramai Mario Monti ci ha abituato a questa linea: senza voti di fiducia non si va avanti. E così, in otto mesi di governo, arriva il trentesimo voto di fiducia posto dall’esecutivo. Questa volta sul Dl Sviluppo. Zero discussione in Aula e approvazione certa: nessuno, chiaramente, si prenderebbe la responsabilità di mettere in crisi l’esecutivo in un periodo di grave dissesto economica, con lo spread che è tornata ai numeri del tramonto berlusconiano.

La domanda è semplice: è possibile che in un periodo di crisi economica la struttura democratica di un Paese come l’Italia possa essere completamente messa tra parentesi? È legittimo? Logica vuole che no, non è affatto possibile in una realtà democratica. Non è auspicabile. Anticostituzionale per alcuni.

Eppure è proprio quello che sta succedendo da otto mesi a questa parte, da quando a Palazzo Chigi è arrivato Mario Monti. Una frequenza impressionante di voti di fiducia che annullano l’istituzione parlamentare. Un Parlamento che, nei fatti, è diventato inutile perché spogliato delle sue prerogative, chiamato solo ad un voto che non ha altra funzione se non quella di legittimare una situazione che ormai si è impiantata da otto mesi a questa parte: è l’esecutivo a decidere, in autonomia. Non è possibile modificare alcunché, cambiare una virgola o togliere un punto. Nulla di nulla.

E, chiaramente, i voti di fiducia hanno toccato non a caso questioni cruciali per la vita politica ed economia del nostro Paese. Così è stato per i tre articoli più discussi del ddl anticorruzione (leggi qui e qui), così per la riforma del lavoro e, tornando più indietro, così anche per il dl liberalizzazioni, così per lo svuotacarceri. Così sarà anche per il Dl Sviluppo. Trenta in totale. Molti di più, in proporzione, di quanti ne ha posti Silvio Berlusconi nei suoi tre anni di legislatura. Il Cavaliere, infatti, dal 2008 fino alla sua caduta è arrivato a quota 52: poco più di uno ogni mese di governo (43 mesi è durato l’esecutivo targato B). Una cifra assolutamente elevata. Basti pensare che il Berlusconi II – quello per intenderci che è arrivato alla scadenza naturale della sua legislatura – in cinque anni era arrivato a 31. Ebbene, Monti l’ha superato e non di poco: in otto mesi è arrivato a trenta. Quasi quattro ogni mese.

Senza dimenticare, peraltro, che certamente ce ne saranno altri: le prossime settimane infatti saranno scandite da importanti scadenza di decreti (ben dodici) che devono essere approvati. Chiaramente, in fretta. E anche qui gli argomenti sono cruciali: basti pensare al dl 87 sulle dismissioni o al 95 sulle revisione della spesa pubblica.

Il risultato di un iter così concepito è ovvio: esiste soltanto l’esecutivo. Il Parlamento è stato relegato a optional. Una comparsa che però a molti piace. Prendiamo Pd e Udc. Se prima con Berlusconi le lamentele ai voti di fiducia raggiungevano livelli cosmici, oggi invece tutto tace. Nessuno parla e tutti votano.

Questo è oggi il Parlamento italiano: una schiera di 630 deputati e 315 senatori che, dalle loro postazioni, si alzano, arrivano vicino a al banco di presidenza e godono dell’unica facoltà in pratica che è rimasta loro: dire o no. Nulla più: nei fatti non c’è più spazio per il confronto. Non c’è più possibilità di modificare in meglio un testo che non convince. L’esempio lampante si è avuto con il parto del ministro Fornero e della sua riforma: tutti, nessuno escluso, dal Pd al Pdl fino all’Udc, hanno nei loro interventi sottolineato l’esigenza di modificare un testo che, così come concepito, presenta tanti buchi neri e troppe falle. Ma, arrivati al momento del voto, nessuno si è sottratto all’astioso compito: passare sotto la Presidenza e godere del proprio compito istituzionale, dire .

Si dirà: ma il voto di fiducia è una prerogativa dell’esecutivo. Certo, lo è. Ma sulla questione bisogna andare con i piedi di piombo: questo, infatti, non è previsto dalla nostra Costituzione – al contrario, l’articolo 70 recita: “La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere” – ma è disciplinato dai regolamenti interni di Camera e Senato.

Fa niente, dicono in tanti. Il periodo è buio, l’Italia rischia il default e, dunque, bisogna accorciare i tempi. Basta questo a giustificare in un Paese democratico la messa in parentesi dell’essenza stessa della nostra democrazia? Quanta democrazia c’è nella scelta dall’alto che aggira la discussione parlamentare?

Aspettiamo ancora il giorno in cui Giorgio Napolitano ammonirà il premier Mario Monti sull’uso e abuso del voto di fiducia come metodo di governo. D’altronde Berlusconi – giustamente – è stato più volte bacchettato dal Quirinale per lo stesso identico motivo.

Ma niente paura, il garante della Costituzione e della nostra Democrazia certamente non farà due pesi e due misure. Sarebbe paradossale, alogico per uno che è garante. Non c’è dubbio: a giorni ammonirà anche Mario Monti. Noi aspettiamo.

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