GOVERNO/ Gli interessi dei singoli, il disinteresse per il Paese

di Carmine Gazzanni

Dopo una giornata al cardiopalma, durante la quale si sono rincorse voci su presunti accordi tra Pdl e Lega, sistematicamente smentite poi dal Carroccio, arrivano  in tarda serata le parole di Alfano: ”L’unità tra Pdl e Lega si è raggiunta sulla decisione di rispondere puntualmente all’Europa sulle cose che si sono fatte e che intendiamo fare”. Una dichiarazione che vuol dir tutto e non vuol dir nulla. La domanda dunque resta: cos’accadrà di qui a poco? La realtà dei fatti sembrerebbe non dare scampo all’esecutivo. A meno che non subentrino gli interessi dei singoli

Quanta fede, in sostanza, possiamo attribuire alle parole dei pidiellini, secondo cui, nonostante tutto, il Governo manterràpensione_parlamentari_1 perché “in caso di caduta ci sarebbe un autentico salto nel buio” (Cicchitto)? A ben ragionare, nessuna. E lo sa bene anche l’esecutivo: non a caso ieri, per la prima volta, anche il premier, dopo tanto tribolare, sembra aver preso in considerazione l’idea di salire al Colle e presentare le dimissioni. In più alcune dichiarazioni non lasciano adito a dubbi: su tutte proprio quella del senatùr secondo cui “stavolta la situazione è molto pericolosa”. Insomma, la tanta temuta crisi appare ben più che un’ipotesi.

Le sorprese non terminano qui. Certamente, infatti, il muro della Lega sull’età pensionabile (è secco il no della Lega sull’innalzamento delle pensioni a 67 anni) potrebbe essere decisivo già nei prossimi giorni. Ma, a ben vedere, anche se fosse trovato in extremis un accordo (o contropartita?) che accontenti Bossi, la situazione di decisa ingovernabilità non cambierebbe. E questa non è una presa di posizione ideologica (come direbbe qualcuno). È molto di più: è la realtà dei fatti.

Sebbene, infatti, il Governo possa contare su una maggioranza alla Camera (per quanto – è bene chiarirlo – assolutamente striminzita, 316 su 630, con due nuovi viceministri e un nuovo sottosegretario per evitare ulteriori fuoriuscite), nelle commissioni parlamentari i rapporti di forza cambiano, come rivelano i dati elaborati da Openpolis. Il che non è affatto secondario: stando a quanto si dice nella Costituzione (art. 72), infatti, il ruolo delle commissioni è assolutamente centrale, dato che “ogni disegno di legge” è innanzitutto “esaminato” da queste e poi rinviato alla Camera. Sono, in pratica, il cuore propulsivo dell’attività legislativa. In particolare, nelle commissioni si discutono e si votano ordini del giorno, risoluzioni, emendamenti e anche gli articoli dei singoli ddl.

Ebbene, qui, come detto, i rapporti di forza si capovolgono. Nella commissione parlamentare “attività produttive” (questa certamente centrale in una fase economica di stallo) l’opposizione conta 26 parlamentari contro i 18 della maggioranza. Stessa situazione nella Giunta per il regolamento (maggioranza 4 – opposizione 8) e in quella per le autorizzazioni (maggioranza 10 – opposizione 11). In altre commissioni, ancora, la situazione è di assoluto stallo: stesso numero di componenti tra opposizione e maggioranza (22 per parte) in “difesa”, “finanze”, “trasporti” e “affari sociali”. In un’altra commissione centrale per l’attività legislativa, “giustizia”, la maggioranza conta due componenti in più rispetto all’opposizione che, tuttavia, esprime il presidente (Giulia Bongiorno, Fli).

Anche se il momentaneo stato di crisi, dunque, dovesse passare, oramai siamo caduti nell’assoluta ingovernabilità: i lavori parlamentari saranno distinti continuamente da fasi interminabili di stallo. Ma allora perché il Governo stenta a cadere? Ancora una volta la risposta ci viene offerta analizzando i dati di Openpolis riguardo i giorni che mancano a ciascun parlamentare per maturare la pensione. I deputati e i senatori, infatti, dopo cinque anni di mandato parlamentare, ricevono la pensione (o assegno vitalizio) a partire dal sessantacinquantesimo anno di età. Ad oggi ci sono 247 deputati e 107 senatori che non hanno ancora maturato i giorni necessari per averne diritto. Tra questi troviamo nomi eccellenti del Parlamento (in pratica tutti coloro che sono entrati con questa legislatura in Parlamento), ma, soprattutto, troviamo molti di quelli che ieri hanno salvato l’esecutivo di Berlusconi e che oggi si sono raggruppati nel gruppo parlamentare “Popolo e territorio”. Sono, in totale, ventotto. Ebbene, di questi addirittura quattordici, il 50% dunque, attendono il “grande giorno”: da “Mimmo” Scilipoti, all’ex finiana Catia Polidori, fino all’ex democratico Calearo (per tutti mancano, ancora, 526 giorni per maturare la pensione). Probabilmente, chissà, sui vari voti di fiducia che si sono susseguiti dal 14 dicembre scorso, un pensiero all’assegno vitalizio l’hanno fatto in tanti.

Dall’analisi dei dati, però, emerge ancora un altro aspetto, certamente interessante se analizzato con quanto sta accadendo nell’esecutivo. Nonostante i tentennamenti di Bossi la Lega pare aver trovato un accordo – sebbene decisamente labile e, al momento, solo a parole – con Berlusconi. Ma quanti sono i parlamentari leghisti che ancora non hanno maturato i giorni per la pensione? Il 61%, ben 36 su 59. Probabilmente ora anche la base padana, che sembrerebbe in rotta di collisione con il partito sempre troppo disposto ad accontentare i voleri di Berlusconi, potrà darsi una risposta ai propri perché.


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