GOVERNO 2013/ Il ricatto di Monti: se non mi candido, Economia o Quirinale. B&B sono avvertiti

Mario Monti si è dimesso. Oggi Napolitano, dopo aver incontrato i capigruppo, scioglierà le Camere. E domani, finalmente, si saprà molto di più sulle intenzioni prossime dell’ormai ex premier. Quello che sembra, però, è che il Professore stia temporeggiando. Se dovesse decidere di non candidarsi, sono già pronte le carte da calare a Berlusconi e Bersani: o ministro (probabilmente dell’Economia) o Presidente della Repubblica. L’unica certezza, dunque, è che comunque Monti sarà presente nella prossima legislatura. E – così dicono persone a lui vicine – la sua titubanza dipenderebbe proprio dal rischio che una sua candidatura potrebbe fargli giocare queste importanti carte.

 

di Carmine Gazzanni

La politica, si sa, è una questione di numeri e di calcoli. Specie in prossimità di una tornata elettorale, figuriamoci se poi questa è la più importante tra tutte. Ecco allora che quello che sembrava essere ormai una certezza  –  la candidatura di Mario Monti come capo politico di Udc, Fli e montiani di Montezemolo – finisce col non esserlo più. E non perché il Professore sia stanco della politica dopo tredici mesi di governo. Anzi, se si vuole è proprio il timore di rimanere fuori dalle logiche di potere, dai ruoli che contano, che ha spinto l’ormai ex premier a ritornare sui suoi passi. Il tutto, come detto, per una questione di numeri e calcoli.

monti_ride_come_un_ebeteSecondo gli ultimi sondaggi, infatti, oltre il 70 per cento degli italiani non vorrebbe che il governo tecnico diventi governo politico. In altre parole, non vorrebbe un Monti-bis. Il rischio di una candidatura diretta del Professore starebbe in una pesante sconfessione non solo del Monti politico, ma anche di quanto fatto in un anno di legislatura.

Accanto ai sondaggi, ovviamente anche le dichiarazioni degli ultimi giorni di Bersani e Berlusconi hanno un peso non da poco. Entrambi contrari alla discesa di Mario Monti a capo di un Terzo Polo, entrambi – però – pronti ad aprire la porta del loro partito per una collaborazione. Se infatti il Cavaliere, tra i suoi mille “passi indietro”, ha addirittura dichiarato di essere disposto a ritirare la propria nel caso in cui Monti volesse riunire sotto il suo nome tutti i moderati, anche il Pd ha cercato in ogni modo di accaparrarsi la benedizione del Professore. Eloquenti allora le parole di Rosy Bindi, secondo cui “Monti, dopo le mosse del Pdl, è molto più vicino al centrosinistra e al centro moderato”.

Ecco allora che Monti ha deciso di tentennare sulla sua possibile scesa in campo. Se dovesse optare per un suo impegno diretto, infatti, è indubbio che si porrebbe sia contro Berlusconi che contro Bersani. Sarebbe un rivale e non più uno da cui ricevere la benedizione o a cui aprire le porte. D’altronde lo si è visto negli ultimi giorni. Tanto il leader del Pdl quanto quello dei democratici hanno fatto intendere – per la verità in maniera piuttosto esplicita – di non vedere di buon’occhio un Monti politico impegnato in campagna elettorale. Come dire: se scendi definitivamente in politica, puoi scordarti il nostro appoggio.

Il Professore, in altre parole, si sta facendo – da buon economista – i suoi conti. Il motivo è presto detto: mai come in questo caso, le politiche saranno un continuo scendere a patti e compromessi tra partiti, un continuo prender decisioni dietro ingarbugliati calcoli politici. Troppi ruoli di potere in ballo: ministeri, presidenze di Camera e Senato e – come se non bastasse – il Quirinale. E, ovviamente, inimicarsi i due più grossi partiti significherebbe per Monti rinunciare ad ognuna di queste poltrone di prestigio. A cominciare da quella di un ministro (preferibilmente dell’Economia) per arrivare a quella del Colle più alto. Due strade entrambe percorribili per il Professore. A patto, però, che rinunci ad una candidatura diretta.

Partiamo dalla prima ipotesi. Il Big Bang che è in atto in politica (discesa in campo, oltre ai partiti tradizionali, anche di  M5S, Montezemolo e arancioni), considerando anche il ritorno di Berlusconi, potrebbe causare effetti sconvolgenti. Se anche Monti dovesse decidere di buttarsi nell’agone politico i voti si divideranno ulteriormente. Il che vuol dire meno certezza per il Pd di portare a casa la vittoria. Tanto che, appunto, gli stessi democratici hanno – incredibilmente, ma nemmeno tanto – aperto alla possibilità di un’alleanza con Monti, magari affidandogli un ministero, il che, ovviamente, permetterebbe a Bersani di continuare a viaggiare dritto verso Palazzo Chigi. Ipotesi, questa, non da sottovalutare anche per un altro motivo. Bisogna infatti tenere a mente che si andrà al voto con il Porcellum: con un quadro politico così frastagliato il rischio è che si ripresenti uno stato di ingovernabilità, soprattutto al Senato (dove il premio di maggioranza è assegnato su base regionale). In altre parole, una maggioranza (anche assoluta) alla Camera potrebbe non assicurare una uguale maggioranza anche a Palazzo Madama. Il problema non si presenterebbe se, anche per vie implicite e rese pubbliche soltanto a elezioni avvenute, i democratici decidessero di scendere a patti con i centristi. In questo caso Bersani si assicurerebbe una maggioranza stabile tanto alla Camera quanto al Senato. Ovviamente, però, bisognerà offrire una contropartita. E quale meglio di un ministero dell’Economia al professor Monti.

Altra carica da sacrificare sull’altare, però, potrebbe essere anche quella del Quirinale. Anzi, questa sarebbe ancora meglio. E non solo per un discorso di autorevolezza. Se infatti Monti dovesse scendere a patti per un ministero con i democratici significherebbe comunque inimicarsi una fetta importante del Parlamento (oltre a quella degli antimoniani, anche quella targata Pdl). Ben più comoda la scalata al Quirinale: se il Professore si facesse da parte, appena costituito il nuovo Parlamento sarebbe un gioco da ragazzi ottenere i voti (di Centro, Pd e Pdl) per salire al Colle. Il che vorrebbe dire, peraltro, influenzare pesantemente la politica, tenendosi tutti buoni e rimanendo nelle retrovie. Meno esposto di quanto non lo sia stato nell’ultimo anno.

Insomma, non sono poche le carte (e i ricatti) che potrebbe giocarsi Mario Monti. Bersani e Berlusconi sono avvertiti. Il gioco politico del do ut des è cominciato.

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