Giuda o futura guida del Pdl? Al Fano da Terza Repubblica: il ranocchio vuol farsi Principe

Al Fano. Una razza a sè. Una specie in via d’estinzione, a metà tra servo in eterno e giuda provetto. Al non sa più che pesci prendere: se prima veniva telecomandato a distanza da Silvio, come Ambra con Boncompagni a “Non è la Rai”, da quando si è “fidanzato” (politicamente) con l’amico Letta jr. le smanie di patricidium sono come lo spread: schizzano in alto all’improvviso per poi raffreddarsi repentinamente. La notizia è che Al Fano prova a diventare leader della nascente Terza Repubblica. Il fatto è che il suo sogno rischia di morire nella cula. 

 

di Viviana Pizzi

al_fanoIl ministro degli Interni è da sempre un uomo di Berlusconi anche se i suoi sospetti di tradimento ci sono sempre stati.

Dalla sua parte ha la nomina come guardasigilli quando aveva solo 38 anni e una legge ad personam annullata poi dalla Corte Costituzionale denominata “Lodo Alfano” nella quale si bloccavano i processi in corso per le quattro alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, del Senato e della Camera e del Consiglio dei Ministri).

Nel giugno 2011, dopo la debacle alle amministrative che portarono al potere i sindaci di Napoli, Milano e Palermo (De Magistris- Pisapia e Orlando), ad Angelino Alfano viene assegnata la segreteria politica del Pdl tentando la prima “deberlusconizzazione”  di un partito alle prese con la prima grande sconfitta dopo la vittoria del 2008. Alfano è poi l’uomo del collegamento con il Pd di Enrico Letta. L’uomo che controlla la tenuta del Governo da parte del Pdl come vicepremier e ministro degli Interni. E anche l’uomo del dialogo con gli altri partiti. Un’arma che però gli si è ritorta contro lo scorso anno durante una negoziazione con l’Udc. Che ha costretto Berlusconi a tornare in campo come candidato della coalizione di centrodestra e che ha fatto pensare a un’ipotesi, poi non messa in pratica, di una sorta di “direttorio del Pdl” che lo aiutasse a prendere le “scelte giuste” soprattutto nei riguardi del Cavaliere.

 

DAL DIALOGO FORSE NON AUTORIZZATO CON CASINI FINO ALL’IPOTESI DI UN DIRETTORIO PDL

Eravamo nell’ottobre dello scorso anno quando sembrava che Berlusconi si fosse ritirato dalla politica attiva. A tutti appariva come uno che stava alla finestra a guardare per poi decidere cosa fare.

Ed è stato allora che Alfano avrebbe commesso il più grande degli errori per puntare davvero alla successione al Cavaliere. Uno sbaglio che forse gli costò già allora la leadership della coalizione di centrodestra. Lo compì il giorno in cui Berlusconi si era recato a Mosca per il compleanno di Putin, chiamando Pierferdinando Casini alle sue responsabilità verso una possibile nuova alleanza.

Se Berlusconi non si ricandida per favorire l’unità del centrodestra hai il diritto- disse Alfano a Casini–  la possibilità e il dovere di giocare questa partita per riunire l’area dei moderati”, ha aggiunto il segretario Pdl rivolgendosi al leader Udc. E ancora: “Bisogna profondere ogni sforzo per unire una grande area moderata e alternativa alla sinistra. Caro Pier, sei chiamato a questa sfida. Se come Pdl – ha proseguito -, siamo disposti e pronti allo sforzo più generoso e importante, chiediamo agli altri di fare la stessa cosa. Noi ci stiamo e, caro Casini, spero che le nostre strade possano tornare a incrociarsi“.

Berlusconi da grande stratega politico quale è si è subito precipitato a smentire qualsiasi rapporto di crisi con Alfano il quale confermò di aver deciso insieme al suo segretario di tirarsi indietro. La realtà invece è che probabilmente Alfano si sarebbe mosso senza consultarsi con il Cavaliere e il suo ritorno in campo non farebbe altro che confermare la nostra teoria.

Già in precedenza però Berlusconi, forse pensando di non potersi fidare completamente del suo pupillo, avrebbe pensato alla costituzione di un gruppo di persone che “aiutasse” Alfano nella gestione del partito. L’ipotesi avanzata da “Il Sussidiario non si è poi verificata anche perché alla fine sono stati Ignazio La Russa e Giorgia Meloni, citati tra i possibili garanti, a uscire fuori dal partito.

Del direttorio avrebbero dovuto fare parte anche Franco Frattini, Mariastella Gelmini, Raffaele Fitto, Maurizio Lupi e la stessa Giorgia Meloni intervistata dal quotidiano on lin che smentì tutto. Per ora sappiamo che la cosa non venne realizzata. Due le ipotesi: o l’infondatezza delle voci di rottura tra Alfano e Berlusconi, o la reale esistenza del conflitto da mascherare con l’aborto di questa soluzione.


LA TEORIA DI BISIGNANI: ALFANO E SCHIFANI GIUDA, VOLEVANO DISFARSI DI BERLUSCONI

Luigi Bisignani nel suo libro parlava di un Pdl siciliano di Angelino Alfano e Renato Schifani pronto a disfarsi di Berlusconi.

L’ex presidente del Senato ora capogruppo Pdl sempre a Palazzo Madama si è affrettato a smentire tutto. Su Alfano le teorie del politologo sono tutte particolari.

Secondo quest’ultimo il tentativo di eliminare il Cavaliere nacque proprio dopo la nomina di Alfano a segretario. Che avrebbe successivamente pensato a “costruire un monumento a se stesso”.

Secondo il faccendiere, l’ex ministro della Giustizia “se ne stava chiuso nel suo ufficio bunker in via dell’Umiltà dove era impossibile entrare”.

L’obiettivo di Alfano sarebbe stato quello di creare contatti con i giornalisti e con gli utenti dei social network più che parlare con deputati e senatori del partito.

Definendo lui stesso “Giuda” i parlamentari che andavano contro il Cavaliere. Di loro, afferma Bisignani, avrebbe detto: “Si montavano a vicenda, senza capire che, quando è ferito, Berlusconi dà il meglio di se”.

Cosa che potrebbe fare ora che è stato colpito dalla condanna in primo grado del processo Ruby. Liberandosi di tutte le persone di cui non si fida ciecamente.

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