Giornalisti minacciati: ci vuole “Ossigeno per l’informazione”

Ossigeno per l’informazione: l’intervista a Emiliano Morrone è lo spunto per raccontare di quei giornalisti minacciati in Italia, da Lirio Abbate a Pino Maniaci.

GIORNALISTI_MINACCIATI

di Carmine Gazzanni

Portatile sparito. Valigia piena di atti processuali sparita. E’ quanto accaduto pochi giorni fa ad Emiliano Morrone (che per la prima volta, a noi, parla pubblicamente della sua vicenda), giornalista antimafia e scrittore impegnato per l’emancipazione del sud: uscito dalla sua casa di Roma verso le 21.15, quando torna (23.55) non trova più nulla. O meglio, nulla di tutto il materiale che Emiliano utilizza per le sue inchieste. Casualità? Un particolare non da poco ci fornisce una risposta alla domanda: sparisce il computer 24 pollici (personale di Emiliano), più ingombrante e di certo di minor valore rispetto all’ultimo modello della Apple 17 pollici presente in casa (computer non di Emiliano).

Le indagini sono ancora in corso, ma lo stesso Emiliano ci dice di “non escludere alcuna possibilità”. Ma il fatto che sia sparita una valigia che conteneva importanti documenti, filmati, foto, confessioni (oltre al discorso del computer) è molto eloquente. E questo è soltanto l’ultimo episodio di una serie che fa rabbrividire.

In Italia, infatti, viviamo una situazione in cui parlare, denunciare, informare, scoperchiare risulta sempre più difficile perché si è continuamente esposti alle minacce e alle intimidazioni delle criminalità organizzate. Non è un caso che FNSI e l’Ordine dei Giornalisti portano avanti dal 2009 un osservatorio sperimentale, “Ossigeno per l’informazione”, che fornisce un rapporto sui giornalisti sotto scorta e minacciati dalle mafie. La presentazione del nuovo Rapporto 2010 è prevista per il 23 settembre a Napoli, nell’ambito del “Premio Giancarlo Siani”, presso la redazione de “Il Mattino”; e con la pubblicazione di questo nuovo rapporto, ”Ossigeno per l’informazione” conclude con grandi risultati la fase di speri­men­tazione biennale, tant’è che, secondo indiscrezioni, ci si prepara a diventare una struttura più organizzata, dotata  dei mezzi adeguati per l’attività di monitoraggio a cui l’osservatorio è addetto.

Prendiamo, allora, proprio i dati relativi al Rapporto 2009: 52 episodi di minacce e intimidazioni registrati nel biennio 2006-2008. Tra questi 43 sono casi individuali e nove, addirittura, riguardano intere redazioni con oltre cento giornalisti (tra queste “Secolo XIX”, ”Telegenova”, “Chi l’ha visto?”, “Corriere di Livorno”, “Famiglia Cristiana”, “Avvenire”). E, secondo lo stesso Rapporto, il numero sarebbe di gran lunga più elevato perché si deve tener conto di centinaia e centinaia di giornalisti italiani che, per paura o per convenienza, hanno preferito non denunciare l’intimidazione. Tra questi ricordiamo, ad esempio, sicuramente Roberto Saviano (“minacciato dal clan dei Casalesi, di cui ha raccontato ascesa ed espansione criminale nel suo libro ‘Gomorra’”); Rosaria Capacchione, giornalista de “Il Mattino”, minacciata pubblicamente dai Casalesi durante il processo Spartacus (insieme allo stesso Saviano e all’ex pm della Dda di Napoli Raffaele Cantone); Lirio Abbate, vivo grazie alle intercettazioni (quelle tanto odiate dal Pdl e dai Berluscones): se non fosse stato per un’intercettazione telefonica, infatti, ora molto probabilmente Lirio Abbate non sarebbe vivo, in quanto proprio grazie a questa, fu trovato sotto la sua automobile un ordigno “funzionante e in grado di esplodere”.

E questi sono solo alcuni esempi. Potremmo ancora citare Pino Maniaci, direttore di “Telejato”, emittente tra le più attive in Italia nel raccontare fenomeni mafiosi, preso a calci e pugni da tre delinquenti riconosciuti dallo stesso Maniaci. E ancora Carlo Ruta, condannato dal Tribunale di Modica per stampa clandestina (primo caso in Europa di condanna per un blogger); si legge nel Rapporto che “Ruta ha permesso di sollevare polvere dal caso Spampinato e di gettare luce su inquietanti rapporti fra istituzioni amministrative ed economiche e criminalità organizzata nella Provincia di Ragusa” e che “era stato già oggetto di minaccia”: è stato appiccato il fuoco nel garage nel quale conservava migliaia di copie di un suo libro pronto per la distribuzione. E i casi sono ancora molti. In totale il Rapporto elenca sedici aggressioni fisiche, tre minacce in sede processuale (a Rosaria Capacchione, Roberto Saviano e Lirio Abbate), otto danneggiamenti all’abitazione o all’automobile, diciassette minacce telefoniche o con lettere anonime.

Arriviamo a quest’anno. Qualcosa è cambiato? Stando ad alcuni primi dati e agli episodi di cronaca pare proprio di no. Molti cronisti, infatti, continuano ad essere oggetto di minacce ed intimidazioni. E questo soprattutto nelle terre tradizionalmente soggette alle mafie, in primis in Calabria. Qui, infatti, dall’inizio dell’anno sono ben dodici i cronisti minacciati dalla ‘ndrangheta. Potremmo ricordare, ad esempio, Antonino Monteleone, giovane giornalista e blogger che ha sempre profuso grande impegno civile nelle sue lotte di informazione. E’ in pratica un giornalista scomodo  in una terra in cui essere scomodi vuol dire fare il proprio dovere: a Monteleone hanno fatto saltare in aria l’autovettura.

Ancora. “Non andare oltre”: questa è la frase scritta con lettere ritagliate da giornali, fatta recapitare con pallini di fucile a Giuseppe Baldassarro, giornalista de “Il Quotidiano della Calabria” e corrispondente de “La Repubblica”.

L’ultimo caso riguarda, invece, Lucio Musolino, 27 anni. Il 31 luglio, un sabato mattina, Lucio si sveglia con una sorpresa: qualcuno gli aveva fatto recapitare una tanica di benzine. Insieme alla tanica un biglietto: “Questa non è per la tua macchina, ma per te. Smettila di continuare a scrivere di ‘ndrangheta, segui Paolo Pollichieni (suo ex direttore, che si era dimesso poche settimane prima insieme ad altri 8 redattori del giornale “Calabria Ora”, ndr) e vattene pure tu!”.

E non è finita. La ‘ndrangheta non fa sconti né a giovani, né a donne. E allora, se ad essere minacciato è Antonino Monteleone che ha solo 26 anni, ugualmente le ’ndrine non si sono fermate davanti ad Angela Corica, 25 anni, corrispondente di “Calabria Ora”, intimorita con cinque colpi di pistola sparati contro la sua auto.

Non è un caso che, d’altronde, la Calabria detiene un triste record, che Mario Maiolo, presidente Legautonomie Calabria, ha ricordato un una lettera al Ministro Maroni: “dal 2000 ad oggi sono stati circa 700 (settecento) gli atti di intimidazione, anche molto gravi, che si sono registrati nella regione”. Cosa si sono trovati davanti i minacciati, giornalisti e non? “Auto incendiate, familiari intimiditi, spari contro le loro case, devastazione delle loro proprietà”.

E se andiamo indietro nel tempo la questione si fa ancora più drammatica. Sono ben dodici, infatti, i giornalisti che, in difesa del loro diritto – dovere di informare, sono andati incontro alla morte. Potremmo ricordare, ad esempio, Giovanni Spampinato, giornalista de “L’Ora” e de “L’Unità” che, ad appena ventidue anni, è stato ucciso il 27 ottobre 1972 mentre era impegnato a far conoscere con le sue inchieste l’intreccio di affari, trame neofasciste e malavita nella città di Ragusa. Ancora Beppe Alfano (padre dell’europarlamentare Sonia), corrispondente del quotidiano ”La Sicilia”, ucciso perché ebbe il coraggio di pubblicare i lati oscuri dei grandi appalti pubblico-mafiosi dell’asse Messina– Palermo. Giuseppe Fava (padre di Claudio), assassinato il 5 gennaio 1984 a Catania, che aveva fondato “I Siciliani”, un giornale aggressivo che attaccava senza mezzi termini i gestori degli appalti catanesi in odor di mafia. E ancora Giancarlo Siani, ucciso a soli 26 anni, il quale aveva denunciato alcuni traffici loschi a Torre Annunziata.

E’ necessario non dimenticare. Un Paese senza memoria è un Paese senza dignità e senza cultura. “Certe istituzioni preferiscono oscurare la storia reale di questo Paese”, ha dichiarato a Infiltrato.it Sonia Alfano. Probabilmente perché a costoro conviene. Ma è anche vero, come la stessa europarlamentare rivela, che “ogni volta che si parla di questi uomini, che hanno dato quanto di più potevano, la loro stessa vita, l’atteggiamento da parte dei ragazzi è una passione quasi viscerale, qualcosa più forte di loro, una sorta di liberazione”.

Lo stesso Morrone, infatti, ci confida che lui andrà avanti. Lo conferma una sua rivelazione finale ai nostri microfoni: “con la primavera del prossimo anno porterò a compimento un lavoro molto impegnativo sulla ‘ndrangheta”.

Noi siamo con lui!

GUARDA L’INTERVISTA A EMILIANO MORRONE

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