FINCANTIERI/ Gente che piange nell’Italia in frantumi

di Gaetano Cellura

C’è gente che piange nelle piazze di quest’Italia in frantumi. Piange per il lavoro perduto. Per la famiglia rimasta senza risorse. Per il mutuo o l’affitto della casa in scadenza. Non per i soldi che non bastano, ma per i soldi che proprio non ci sono più. Piange perché il presente fa paura e il futuro è da incubo.

operai_fincantieriC’è gente, in quest’Italia delle disuguaglianze e della povertà  in aumento, che ha passato Natale e Capodanno al freddo. Sulla Torre faro della Stazione Centrale di Milano. Sono operai della ex Fiat di Termini Imerese, dal destino lavorativo incerto. Prime e forse non ultime vittime del “marchionnismo” dilagante. Operai della Fincantieri per i quali il lavoro disperatamente si allontana. Sono lavoratori dei treni della notte, così presenti nei romanzi di Simenon, soppressi dalle Ferrovie senza una ragione. Provate a chiedere a questi lavoratori, se avete coraggio, per quali partiti votano, se credono ancora nella politica.

Sono saltati treni che hanno fatto la storia dell’Italia e che hanno unito il paese. I treni diretti Agrigento-Milano; Palermo-Milano; Catania-Torino. I treni con scompartimenti di sei cuccette di seconda classe. I più affollati. Treni pieni di passeggeri che partivano per lavoro, tornavano e ripartivano per le vacanze (estive o natalizie). Lo scenario terribile, preconizzato da Hannah Arendt già sul finire degli anni Cinquanta, quello di un mondo fatto di lavoratori senza il lavoro, si sta realizzando. Gli operai della Fincantieri di Genova e di Palermo gridavano ieri in piazza. Manifestavano sconforto e rabbia per la più grande crisi mai vissuta. Inveivano, nel freddo e sotto il cielo scuro della giornata, contro gli onorevoli in vacanza, la “casta” più pagata in Europa; contro il Parlamento chiuso.

E ieri quelli di Genova hanno occupato per protesta l’aeroporto del capoluogo ligure. Il nuovo ministro Corrado Passera avrà il suo bel daffare con loro. Sono lavoratori decisi a non mollare. Un altro settore cardine del lavoro italiano, la cantieristica navale, rischia tuttavia di saltare, finire nella voragine recessiva, lasciare sul lastrico intere famiglie. Quelli che passano i giorni sulla Torre faro della Stazione Centrale di Milano non hanno avuto, la sera di san Silvestro, nemmeno il conforto d’un cenno di solidarietà o di augurio da parte del presidente Napolitano.

Venticinque minuti di messaggio alla nazione, la solita tiritera d’ogni fine anno e di cui forse nessun italiano sente il bisogno; ma i lavoratori al freddo, con gli occhi puntati sui treni fermi per sempre, sul lavoro  scippato, non esistevano per il Capo dello Stato. L’uomo che ha voluto, fortissimamente voluto il governo Monti. Quello del decreto “salva Italia”. Così lo chiamano – amara ironia o scherzo di buontempone. E Scalfari ha scritto, proprio l’ultimo dell’anno, che questo governo è “un’innovazione per il solo fatto di esistere”. Esagerato! Ma tutto si può trascurare oggi in Italia. Tutto quello che non si poteva trascurare ieri. Perché ora governano Monti e Passera, apprezzati nell’Europa della globalizzazione e delle patrie perdute.

Dunque, si possono pure trascurare i dati diffusi dall’Istat: la povertà (da far paura) dei lavoratori salariati, il calo della produzione e del commercio, l’aumento dell’inflazione, il divario salari-prezzi  più alto dal 1977. Si possono trascurare le quasi quindicimila imprese artigiane e di commercio, chiuse nella sola Sicilia per debiti con le banche. E tutto questo mentre riesplode lo scontro sull’articolo 18, cioè sulla libertà di licenziare senza giusta causa. Ma non è assurdo parlare di licenziamenti, di maggiore libertà per le imprese di poter licenziare; discutere della modifica o dell’eliminazione di una norma di civiltà come l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori mentre la gente il lavoro lo perde a prescindere, non lo trova più, non l’ha mai trovato?  Anche questo dibattito, così fuori luogo in questo momento, è il segno della mediocrità culturale dei tempi. E di un’età fallimentare di cui la crisi economica e finanziaria è solo uno dei tanti aspetti.

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