EMERGENZA NEVE/ Molise, Palmina Giannini: “Un blackout di 31 ore stava condannando mio marito malato di Sla”.

di Carmine Gazzanni

L’emergenza neve continua ad essere critica in Italia e in Molise. Per alcuni questi giorni sono decisamente drammatici. Come lo sono stati per Palmina Giannini,una vera “donna coraggio” di Venafro. Davanti ad uno spaventoso blackout (causa neve), suo marito, malato di Sla, stava morendo. Pochi minuti sarebbero bastati. E le responsabilità – com’è evidente dal racconto di Palmina – si confondono: dall’Enel, all’Asrem, fino alle istituzioni tutte. Ma nessuno ha il coraggio di riconoscere colpe che sarebbero potute essere tragiche. E si preferisce, come sempre in questi casi, darsi allo “scaricabarile”.

nero_totaleLa storia che ci racconta Palmina Giannini lascia sgomenti. Amaro in bocca. Pugni stretti per la rabbia. Delusione. Ma anche impressionante stima per una donna che non conosce la parola “resa”, ma solo “lotta”. Come quella che sta, quotidianamente, portando avanti suo marito, Vincenzo, malato di Sla e reduce anche da un intervento per un calcinoma all’intestino.

Ma se da una parte c’è l’onestà, la dignità di una lotta tra la vita e la morte, dall’altra c’è la meschinità, la spaventosa negligenza di alcune istituzioni.

Già nella notte tra giovedì e venerdì – ci racconta Palmina – la corrente andava e veniva continuamente. Già lì io mi sono accorta che qualcosa non andava, però non andavo ad immaginare che tutto dipendesse dalla neve. Le macchine, poi, quand’è così, vanno in allarme: queste, infatti, segnalano anche quando c’è un guasto”. Già, perché suo marito è costantemente legato a macchine: dal respiratore, alla macchina per alimentarlo.

La mattina dopo – continua Palmina – viene l’infermiere e mi dice: ‘guardi, deve chiamare a Napoli (al centro che fornisce queste macchine, ndr) per chiedere cosa sia potuto accadere’. Io ho chiamato e ho raccontato cosa fosse successo e la neve che aveva fatto qui in Molise. E lì mi hanno detto: ‘si allerti prima, non aspetti che le macchine si scarichino completamente perché quelle, una volta saltata la corrente, hanno delle pile che, tuttavia, hanno poca durata”. Palmina non se lo lascia ripetere due volte. Si attiva subito.

Ma alle tre il blackout. La corrente salta definitivamente: “siamo stati 31 ore senza corrente. Da venerdì pomeriggio alle tre, fino a sabato notte alle dieci e mezza”. Palmina contatta immediatamente un medico della Neuromed, una clinica privata di Venafro: “gli dissi: ‘secondo me le cose si mettono male qui in Molise’. E la mia è stata una giusta premonizione. Per fortuna il medico mi ha subito detto che avrebbe accettato, per un paio di giorni, mio marito nella clinica”.

il_marito_di_Palmina_GianniniMa le sventure non finiscono qui: “ho chiamato il 118, ma niente: non volevano portarlo in clinica”. Il motivo? “È una clinica privata”. Per fortuna, Palmina può contare su amici fidati, che, armati di sole pile, sono riusciti a portare Vincenzo fino alla Neuromed. “Pensi: quando sono venuti a prendere mio marito era rimasta, nella zona del ventilatore (la macchina che lo fa respirare, ndr) che segnala l’autonomia della macchina, una sola tacchetta. Questa mattina ho saputo che una tacchetta corrisponde grossomodo a venti minuti, un quarto d’ora”.

Una morte sventata, insomma. Ma poteva andare peggio: “nella sfortuna, io sono stata fortunata. Mio marito mi stava morendo sotto gli occhi, ma poi è andata bene. Ho parlato con un’altra famiglia che vive questo dramma: sono di Roccamandolfi. Lì ha fatto due metri di neve. Se la stessa cosa fosse successa lì, il malato di Sla sarebbe morto”.

Eppure l’agonia non finisce di certo qui. Le paure che quanto accaduto possa ripetersi non lasciano respiro. “Ora io tra domani (oggi, ndr) e dopodomani (domani, ndr) – ci dice Palmina – dovrò andare a riprendere mio marito perché lui vuole stare con me, perché lo accudisco, gli sono vicino. Dice che vuole morire in casa, con me. Ma io starò sempre nel timore che possa riaccadere una cosa del genere. Che possa nuovamente saltare la corrente. Me li riporto a casa con l’incognita, perché non siamo affatto protetti o tutelati”.

Resta, ora, da capire responsabilità o, perlomeno, negligenza negli interventi. Già quanto raccontato da Palmina riguardo il mancato soccorso del 118 lascia sgomenti. Ma non è tutto. “Io, così come le altre quattro – cinque famiglie nella provincia di Isernia che accudiscono malati di Sla, non ho i cosiddetti ‘gruppi di continuità’ (generatori di corrente che entrano in funzione nel caso in cui salti l’energia, ndr), per queste emergenze. Non devono essere concessi per legge. Non è una norma. È a discrezione o dell’Enel o della Asl, ma niente. Noi non abbiamo ricevuto nulla. Non lo vogliono dare né l’Asrem, né l’Enel”.

Sembrerebbe, però, che questa non sia soltanto una “questione morale”. Ci dice ancora Palmina che “c’è una normativa della nostra associazione che dice che deve essere fornito dall’Enel”. Non solo: oltre il danno, la beffa. “Io ho chiamato questa mattina (ieri, ndr) all’Enel. Mi hanno detto che mio marito è segnalato, per un possibile generatore, già da cinque anni all’Enel”.

Abbandonati, dunque. Allo sbaraglio. E nessuno, tra i tanti, che dicesse qualcosa, che rispondesse alle richieste di Palmina: “il discorso, a quanto pare, rimane aperto tra Enel e Asrem. Tra tutti e due non si è capito chi sia tenuto a fornirlo. Uno rimanda all’altro e l’altro rimanda all’uno. Fanno a scaricabarile continuamente”.

E le istituzioni? Niente. Tutto tace. “Io non ho avuto l’aiuto di un politico – commenta sconsolata Palmina – Le istituzioni sono completamente assenti. Si chiamano tutti fuori. Mio marito è lasciato senza alcuna protezione. Mi devono dare questo generatore. Non costa tanto. Non è e non può essere un motivo di miseria per la Regione Molise”.

Ma, per il momento, nessuna risposta. Tant’è che Palmina sarà, probabilmente, costretta a provvedere da sola: “ho cercato di chiedere, di smuovere le acque. Ma a oggi nessuno mi ha chiamato. Nessun politico. Nessuno dalla regione o dal comune. Sono costretta a comprarmi io il generatore per  mio marito”. Ma anche così le difficoltà rimangono: “chi me lo attacca? Chi mi spiega come funziona? Chi me lo collega alle macchine? Me lo voglio pure comprare io, ma chi mi assiste nel montaggio?

Non si può, allora, che essere d’accordo con Palmina, quando, sconsolata, con la voce rotta dalle lacrime, chiosa: “in quei momenti io mi sono vergognata di essere molisana, di essere italiana”.

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