ELEZIONI/ La sfida è fra montisti e resistenti. Via al partito di Napolitano, a Vendola la cacarella

…creatura di Napolitano. Non si capisce quali altre prove servano ad Antonio Di Pietro per capire il programma del Pd e sodali; fra i quali troviamo anche Nichi Vendola, da ieri, magari per un’acuta cacarella a due mesi dall’udienza sul rinvio a giudizio.

di Emiliano Morrone

Vendola_mutoLa posta è alta. Più di quanto possa immaginare chi subisce la politica: l’operaio Ilva, il docente imbrogliato dal Tfa o il malato cui il medico prescrive Lilly, Bayern e simili, grazie alla spending review dei lobbisti professori. In gioco c’è il prossimo governo e il futuro dell’Italia.

Se vince il montismo, i pupari esteri del primo ministro possono completare il loro “vasto programma” di distruzione di massa. Senza piombo, con il pretesto della democrazia, della tenuta del sistema e della moneta. Con il simulacro della crescita.

Il fondatore di Repubblica, amico del presidente della Repubblica, ha ragione quando del Belpaese analizza le sorti magnifiche e progressive a partire da fuori. C’è una regia sovranazionale, ma s’imbrogliano le acque a dir così. Non c’entrano le istituzioni, gli ordinamenti e tutte le sciocchezze che servono a schermare la realtà.

Secondo Eugenio Scalfari, è l’Europa degli Stati che si muove insieme alla Bce per salvare un’idea o, piuttosto, una necessità: la moneta unica che dovrebbe arginare le speculazioni e nel tempo favorire uno sviluppo economico. Non è così, lui lo sa benissimo: sono quattro persone che decidono tutto, e non stanno in Italia.

Nel dogma di Scalfari c’è il nucleo ideologico del partito di Giorgio Napolitano, che non è il Pd e ha nulla di sinistra. Questo nucleo la stampa sta vendendo ogni giorno. La tv proietta l’orrore della crisi, che richiede soluzioni immediate. Abbiamo fretta, dobbiamo sbrigarci, ci mancano le competenze. Siamo nelle mani di Monti, che sulle spalle ha milioni di conti correnti. I messaggi sono esattamente codesti, e basta andare al mercato della frutta per verificare l’efficacia d’un tale lavaggio del cervello a casalinghe e pensionati.

Il problema, purtroppo, è che l’opposizione ideale al montismo è divisa, miope e priva di coraggio. Diciamo subito che lo schema destra-sinistra è falso e inattuale. Può valere per capirci, per spiegarci teoricamente. Nella pratica, però, non ha senso alcuno: la sfida è fra capitalismo disumanizzante e società, partecipe, della decrescita.

Verso le elezioni, nell’irresponsabile tatticismo generale, il più coerente è Pierluigi Bersani. Sta dicendo chiaro e tondo dove vuole andare e con chi, il leader del Pd; partito che, guardando i voti in parlamento, se n’è fottuto del lavoro e dei lavoratori.

Soprattutto, Bersani sta spiegando che cosa vuol fare dopo. Il Pd è già insieme all’UdC per votare ogni norma degli apparati di cui Monti è sintesi e garante. Ieri Bersani ha aggiunto che tutti gli alleati dovranno cedere quote di sovranità del proprio partito, a beneficio di un esecutivo, venturo, sostanzialmente identico all’attuale. È la netta enunciazione del montismo, creatura di Napolitano.

Non si capisce quali altre prove servano ad Antonio Di Pietro per capire il programma del Pd e sodali; fra i quali troviamo anche Nichi Vendola, da ieri, magari per un’acuta cacarella a due mesi dall’udienza sul rinvio a giudizio. In una sola giornata, il leader di Sel s’è sputtantato un bel pezzo della sua storia, remota e recente, cedendo al montismo. Che tutto deve, tutto può, tutto fa.

È scomparsa la politica come sguardo lontano, rivolto all’orizzonte. Non so che fine abbia fatto Luigi de Magistris, che mi parlava di aggregazione delle coscienze, delle forze sane; di superamento degli steccati, promozione delle ragioni che uniscono. E non capisco Beppe Grillo, che ho visto parecchio da vicino, come possa battere in solitaria l’asse Napolitano-Monti-Bersani-Casini-Berlusconi. Ieri un amico di mezza età mi ha detto: “Se mai Grillo andasse al governo, manderebbe la Merkel affanculo?”. La domanda rivela le perplessità di non pochi, la diffusa tentazione del “voto utile” e i danni del montismo mediatico.

Finora ognuno segue la sua strada. Di Pietro torna al referendum. Ieri IdV ha depositato quattro quesiti in Cassazione: per ripristinare l’articolo 18, tornare ai contratti collettivi di lavoro, levare la diaria ai parlamentari e abolire qualunque finanziamento e rimborso ai partiti. Esce dall’angolo il principale avversario delle lobby di potere, berlusconiane e post-berlusconiane. Con uno strumento che ha già creato straordinaria partecipazione su acqua pubblica, stop al nucleare e alle porcate, ma che, nell’attuale, disperato bisogno di alternativa politica, rischia di lasciare al popolo la mera opzione tra “si” e “no”.

Intanto, però, è un’azione concreta, dispendiosa e faticosa. Mentre quegli altri si riuniscono aumma aumma per cambiare la legge elettorale, seducono un debolissimo Vendola e confezionano balle per diversi giornali.

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