ELEZIONI/ Di Pietro e Civati contro l’asse Pd-Udc. Ora tocca a Vendola: da che parte sta?

Di Pietro è ormai fuori dal centrosinistra”, ha detto Anna Finocchiaro. Si farebbe bene a controbattere che è il Pd, in realtà, ad essere uscito dal centrosinistra, rinnegando le proprie radici in un’alleanza innaturale con Casini, ex alleato di Silvio Berlusconi. Ora, però, è lo stesso Bersani a rischiare: anche all’interno del Pd il malcontento cresce. Sono in tanti a lanciare messaggi al vertice del partito: “l’alleanza con l’Udc vi farà restare da soli”, ha detto Civati. Ora, però, tocca a Vendola parlare chiaro: da che parte sta?

di Carmine Gazzanni

Di-Pietro-Vendola-e-Bersani1Quello che sta facendo è inaccettabile. In queste condizioni non è neppure pensabile l’ipotesi di un’alleanza elettorale con l’Idv”. Con queste parole Anna Finocchiaro, in un’intervista a L’Unità, ha reso ufficiale (per ora) quello che da tempo era diventato più che evidente: tra Pd e Idv vive una distanza siderale. Per molti aspetti incolmabile. Ne abbiamo già parlato: lavoro, spending review, giustizia. E, per ultimo, la questione Napolitano-Mancino. Il Partito Democratico proprio non ne vuole sapere: il Presidente della Repubblica non solo ha tutti i diritti per sollevare il conflitto d’attribuzione, ma ha fatto finanche bene. È stata cosa buona e giusta. Fa niente, poi, l’incredibile incoerenza tre questa linea e le parole di Enrico Letta il quale, nell’anniversario della morte di Paolo Borsellino, ha dichiarato: “Su via d’Amelio vogliamo, anzi pretendiamo, la verità”. Quella stessa verità – verrebbe da argomentare – che si può pretendere soltanto nel caso in cui si lascino i magistrati liberi di svolgere fino in fondo il loro lavoro. Bisognerebbe tutelarli, piuttosto che sollevare conflitti.

Concetto, questo, ribadito a più riprese da Antonio Di Pietro, il quale venerdì scorso ha presentato un’interrogazione parlamentare rivolta proprio al ministro Severino per chiedere se l’iniziativa intrapresa “non rischia di essere letta quale un’indiretta delegittimazione della Procura della Repubblica, impegnata in una difficile ricerca della verità per fatti che hanno pesantemente segnato la storia del nostro Paese”. Dubbi più che legittimi.

Insomma, quest’ultima vicenda sembrerebbe chiudere la possibilità di una nuova alleanza Pd-Idv. Ormai, d’altronde, la vicinanza dei democratici con l’Udc di Pierferdinando Casini è concreta, palese. Lo stesso leader dei centristi, pochi giorni fa, visto l’andazzo, si è affrettato a precisare di essere disponibile ad un’alleanza con il Pd, se questo correrà senza Idv e Sel. Se questo, in pratica, rinuncerà alle sue stesse radici che indubbiamente affondando (o dovrebbero affondare) nelle tematiche care al mondo di sinistra. Al momento il Partito Democratico ha recepito il messaggio: basti pensare alla stessa difesa ad oltranza al Quirinale o alla chiusura sulle unioni di fatto (a parte ritornare indietro affermando che la legge “si farà”. Ma il tutto appare molto demagogico), in perfetta linea di continuità con lo stesso Casini per il quale “i matrimoni gay sono incivili e contro natura”.

CIVATI, SCALFAROTTO E I ROTTAMATORI NON CI STANNO: “SCEGLI: O NOI, O CASINI” – Eppure non tutti la pensano allo stesso modo all’interno del partito. Già da tempo, d’altronde, la linea antimontiana si era resa evidente con le dichiarazioni non proprio allineate di esponenti di vertice come Stefano Fassina e Cesare Damiano. Ma è stato il week end appena trascorso a dare importanti segnali.  Nel convegno “Prossima Italia”, organizzato da consigliere regionale in Lombardia Pippo Civati e dal vice presidente del Pd Ivan Scalfarotto, si è detto chiaramente che un’alleanza con l’Udc sarebbe quanto mai innaturale: “Non si va al governo nazionale – ha detto Civati – con chi ha governato con Berlusconi premier. È una questione di civiltà politica, se no la gente non capisce più niente. Credo che se il Pd sceglie di allearsi con Casini, lasciando a casa tutta l’altra sinistra, il problema diventa grave per tutti”. Il  malcontento, anche se si continua a far finta di niente, sta crescendo. Soprattutto dopo quanto accaduto all’assemblea nazionale dei democratici quando lo stesso Civati aveva portato proposte concrete su matrimoni gay e primarie, ma si è visto ricevere il no preventivo dei gotha e, dunque, l’impossibilità di votarle.

Un unico avvertimento insomma: ragioniamo sul progetto, ma le alleanze non possono escludere le forze di sinistra. Perché – forse Bersani & Co. l’hanno dimenticato – il Pd è un partito che dovrebbe coinvolgere anche l’elettorato di sinistra.

ORA TOCCA A VENDOLA PARLAR CHIARO: DA CHE PARTE STAI? – La palla, a questo punto, non può che girare a Sel. La domanda, infatti, nasce spontanea: perché Di Pietro no e Vendola sì? Perché si ritiene Di Pietro irresponsabile e indecente e Vendola capace di mantenere un’alleanza che inglobi anche l’Udc?  

Qui entrano in gioco questioni di opportunismo. Un’alleanza che tenga conto anche di Vendola, infatti, sarebbe l’unico modo per i democratici di non perdere nella coalizione gran parte dell’elettorato di sinistra, riuscendo così ad ottenere un’alta percentuale che certamente non potrebbe essere raggiunta con un’alleanza col solo Casini. Questo però, ovvio, significherebbe per Vendola la rinuncia a tematiche vitali per il proprio partito: dal lavoro alle coppie di fatto.

Scenario possibile questo? I dubbi ci sono. Se infatti la base è più che mai convinta che questo Pd non possa essere un alleato naturale per il partito, al vertice ci sono divisioni che potrebbero irrigidirsi con il passare del tempo. All’interno di Sel, infatti, sono confluiti tanti e tanti ex di Rifondazione che hanno vissuto anche l’infelice esperienza della Sinistra Arcobaleno. La loro paura, insomma, è che si potrebbe ripresentare una situazione analoga al 2006, con una percentuale elettorale esigua che releghi il partito a ruolo marginale o, peggio ancora, che porti – come appunto nel 2006 – alla totale esclusione dallo scenario che conta. Ecco, allora, perché la tensione tra principi e desiderio di entrare di peso in Parlamento è più che mai viva all’interno del partito.

Ma è proprio per questi motivi che occorre una risposta chiara da parte di Vendola, una presa di posizione che dia continuità alle parole che il Governatore della Puglia pronunciò in occasione dell’incontro con Di Pietro lo scorso 29 giugno: in quell’occasione, non aveva lasciato adito a dubbi di alcun genere. O coalizione Pd-Idv-Sel oppure “senza Di Pietro io non ci sto. Parole forti, chiare, lapidarie. E, in un certo senso, ovvie: su tematiche come il lavoro, la dignità e la giustizia sociale Sel non può che essere vicina alle battaglie portate avanti fuori e dentro il Parlamento da Idv.

Ma c’è urgenza di ribadirlo. Di chiarire. Di mettere, come si suol dire, i puntini sulle i. Perché nel caso Vendola decidesse di temporeggiare o, peggio ancora, decidesse di piegarsi alla presunta responsabilità di Casini e Bersani, sarebbe un altro tradimento per l’elettorato di sinistra. L’ennesimo e, forse, il più difficile da digerire. A quel punto l’antipolitica sarebbe l’unica risposta alla cattiva politica. Ma due forze uguali e contrarie non danno alcun risultato. Portano al niente.

Le cose, però, non stanno necessariamente così. Un’altra risposta al governo Monti è possibile. In Francia Hollande l’ha dimostrato (con altre politiche lì lo spread è sceso). Non è detto che anche qui, in Italia, non sia possibile.

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