ELEZIONI 2013/ Siamo alla resa dei conti: il Sistema all’attacco dei dissidenti

Più ci si avvicina alla data delle elezioni 2013, alla nascita dell’agognata Terza Repubblica, più il Sistema cerca in tutti i modi di eliminare politicamente i dissidenti. Fuori i nomi. Quattro su tutti: Vendola, Landini, Grillo e Di Pietro. Se il primo se l’è vista brutta, salvandosi in extremis solo perché ha deciso di partecipare alle primarie del Pd e di accettare quindi lo status quo dell’asse Bersani-De Benedetti e se il secondo ancora non è sceso ufficialmente in politica, sono gli ultimi due, Grillo e Di Pietro, a rappresentare il classico “morto che cammina”. Perché vanno eliminati, nonostante i tanti errori di cui gli elettori li accusano?

 

di Andrea Succi e Viviana Pizzi

far_west_moliseIntanto perché, numericamente, sono gli unici due che nelle elezioni siciliane hanno visto aumentare il numero dei consensi: Grillo ha totalizzato un +512%, passando da 46.000 a 285.000, mentre l’Idv ha fatto segnare un +36%, da 49.000 a 67.000. A fronte di questi numeri il resto del mondo politico italiano si è liquefatto, con perdite – rispetto alla tornata elettorale precedente – oltre il 50%.
E questo è un primo motivo, più che sufficiente, perché “quei due” spariscano dalla scena politica italiana. Vediamo nel dettaglio la situazione di entrambi i dissidenti, uniti anche dalla strategia che il Sistema sta usando per attaccarli: il classico divide et impera.


BEPPE GRILLO, LA TV E “LE FEMMINE”

Il Movimento Cinque Stelle è da poco entrato in istituzioni come l’assemblea regionale siciliana, il consiglio regionale dell’Emilia Romagna e il Comune di Parma. Eppure i killer politici di Beppe Grillo non hanno nessuno scandalo vero al quale appigliarsi, a parte qualche “minchiata” del Pizzarotti parmense o del bolognese Favia.

Ma il modo di colpire qualcuno quando questo diventa scomodo si trova sempre. Nel caso del comico genovese si è utilizzata una frase infelice riferita a chi, all’interno del Cinque Stelle, preferisce quel quarto d’ora di popolarità in tv, invece di rispettare la regola del movimento secondo cui non bisogna comparire in nessun dibattito politico. Piaccia o meno, le regole devono valere per tutti. Senza distinzioni di razza, religione o sesso.

Grillo si è risentito – per usare un eufemismo – nei confronti della consigliera comunale di Bologna Federica Salsi che ha scelto di partecipare a Ballarò nonostante la regola del Movimento, sostenendo che per alcuni l’apparizione televisiva fosse il coronamento di un orgasmo, il raggiungimento del “punto G”.

Da quella frase, forse pronunciata anche con troppa leggerezza, sta nascendo una vera e propria campagna denigratoria, i cui artefici sono – alla pari – i media berlusconiani e quelli del pontificatore De Benedetti.

Grillo maschilista, Grillo come Silvio” e via discorrendo, queste le accuse contro il comico che rischia le prime grosse crepe all’interno di un Movimento finora fin troppo compatto. Divide et impera, appunto, affinchè passi l’immagine di un Grillo come prosecutore del fascismo, come di un esaltato accentratore e dispotico. Il tutto solo perché una ragazzina impertinente ha deciso di non rispettare le regole?

Ma mi faccia il piacere, avrebbe detto Totò, casomai i problemi del 5 Stelle sono altri e non certo queste bazzecole. Anche perché si sta dimenticando, deliberatamente, che proprio nei programmi del Movimento c’è un progetto che parte dal Piemonte, si chiama Equal, ed è volto proprio all’inserimento delle donne nelle istituzioni in maniera “egualitaria” rispetto al sesso maschile.

Altro punto su cui si cerca di creare fratture all’interno del Cinque Stelle è nella frase riferita a Di Pietro “Presidente della Repubblica”, uscita indigesta per molti attivisti, che hanno preso le parole di Grillo come un’apertura all’Idv. Così non è, anche se non si può escludere a priori una futura alleanza parlamentare sulle battaglie contro il prossimo governo, che sarà guidato o dal Pd o ancora da Monti. Avvenire nefasto per l’Italia.

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DI PIETRO, REPORT E IL RITORNO AL FUTURO

L’altro bersaglio dei media, in particolar modo quelli targati De Benedetti – che, come l’ostracista Donadi, vuole Di Pietro fuori dall’Idv in favore di una vantaggiosa (per chi?) alleanza col Pd – è proprio l’ex pm di Mani Pulite. Che guarda caso viene messo sotto il fuoco incrociato dei nemici proprio durante le elezioni dell’assemblea regionale siciliana dove, nonostante tutto, è riuscito a raddoppiare i consensi rispetto a quelli ottenuti nel 2008, quando venne eletto al timone dell’organo legislativo Raffaele Lombardo.

Antonio Di Pietro, a dispetto di tutti e di tutto, è riuscito a passare dal’1,8% dei consensi di allora al 3, 5% di oggi. E in campo nazionale sarebbe molto vicino a quel 5% che gli permetterebbe di entrare di nuovo in parlamento, nonostante ipotetici sondaggi lo diano per morto invitando gli elettori dipietristi all’astensionismo.

Per Di Pietro tutto è incominciato la domenica delle elezioni siciliane, quando Milena Gabanelli, con il suo “Report”, ha riportato a galla la questione delle ormai famose “56 case”. Ma in tutto questo però non c’era nulla di inedito, visto che già in passato giornalisti del calibro di Alberico Giostra su La Voce delle Voci avevano sollevato il problema.

Sulla questione degli appartamenti Di Pietro ha fatto chiarezza, così come sulla donazione Borletti, risalente al 1995, quando l’ex pm era in aspettativa: si tratta di un lascito con cui la nobildonna voleva spronare l’ex pm a entrare in politica. Non poteva essere una donazione ad un partito che a quell’epoca nemmeno esisteva. L’Idv nasce – lo ricordiamo – nel 1998 e si è presentata la prima volta alle elezioni nel 2001 quando rimase fuori dal parlamento soltanto per qualche decimale, come sottolineato anche da Marco Travaglio.

Ed è stato proprio il vice-direttore del Fatto Quotidiano, insieme allo stesso Beppe Grillo, a sottolineare – oltre ai meriti di Tonino da Montenero – anche gli errori politico commessi durante la carriera post- Tangentopoli: un partito troppo personalistico, gestito da un’associazione omonima insieme a persone di strettissima fiducia e solo successivamente aperto a un sistema più collegiale.

Non si può sorvolare sui macroscopici errori di candidature, vedi i casi di Sergio De Gregorio, Antonio Razzi e il peones Domenico Scilipoti, poi fuoriusciti dal partito e confluiti nel partito del nemico storico Silvio Berlusconi. Ma, come scritto anche dallo stesso Travaglio, all’epoca delle candidature i tre erano incensurati, moralmente apposto e in assoluto disaccordo con le posizione del Pdl. E allora? Allora, questo è certo, Di Pietro doveva scegliere meglio, essere più lungimirante e aprirsi ad un sistema di scelta dei candidati più democratico e trasparente, come già ha detto di voler fare per le prossime politiche.

La chiosa finale sul presunto affaire Di Pietro la lasciamo a Travaglio secondo cui “decine di sentenze, penali e civili, hanno accertato che non un euro di finanziamento pubblico è mai entrato nelle tasche di Di Pietro o della sua famiglia. E nemmeno nelle case, che non sono le 56 che qualche testimone farlocco o vendicativo, già smentito dai giudici, ha voluto accreditare: oggi sono 7 o 8 fra la famiglia Di Pietro, la famiglia della moglie e i due figli.

 

DONADI, DE BENEDETTI E L’ALLEANZA CON IL PD

L’ultimo errore, quello al quale ora sta cercando di rimediare mettendo ordine all’interno del partito, è quello di aver dato fiducia all’ormai ex capogruppo del suo partito Massimo Donadi, il quale – probabilmente già d’accordo con il Pd di Bersani – non ha aspettato altro che Report per tentare di sferrare il colpo finale al suo leader.

All’indomani dello scandalo venuto fuori mentre Di Pietro dichiarava “morta l’Idv”, Donadi si affrettava a precisare che “casomai è morto Di Pietro, non l’Idv”. Una frase che nulla lasciava all’interpretazione: Donadi era pronto a prendere il comando del partito e traghettarlo nelle placide braccia del Pd, senza il dissidente di Montenero, ovvio, trasformando di fatto un gruppo di fieri oppositori in un gruppuscolo di compiacenti all’asse Bersani-De Benedetti.

Ora, sia chiaro, non si può pensare di combattere strenue battaglie, contro il berlusconismo e soprattutto contro il montismo (e quel che verrà…) senza immaginare di pagarne le conseguenze. Sia Grillo che Di Pietro devono essere consapevoli di questo.

Ma è altrettanto chiaro che, con l’endorsement di De Benedetti a Bersani, tutto il gruppo Cir – mediaticamente sono una potenza: Repubblica, L’Espresso, L’Huffington Post etc etc – si sta muovendo per spazzare via ogni resistenza al Nuovo Ordine Italiano, in cui il Pd, sostenitore delle peggiori politiche neoliberiste portate avanti da Monti in questi mesi, dovrà essere il primo Partito.  

Chi denuncia, si mette di traverso o immagina solamente di poter rompere lo status quo che va costituendosi ne dovrà rispondere nei soliti processi mediatici all’italiana, che alzano polveroni senza mai portare a (quasi) niente di buono.

Ecco quindi che sia Grillo che Di Pietro devono politicamente scomparire.

E invece quei due sembra che non ne abbiano nessuna voglia, anzi cercano entrambi il rilancio in un piatto la cui posta in gioco è il futuro del Paese.

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