ELEZIONI 2013/ Mentre Monti e Bersani uccidono il lavoro, spunta la Rivoluzione Civile dei referendum

Il 2013 è iniziato sotto il peggiore degli auspici: una persona su nove in Italia non lavora, con la disoccupazione che ha superato il muro dell’11%. Un fatto è certo: in Italia si perdono, in media, 30 mila posti di lavoro al mese da quando il premier Mario Monti ha iniziato a tassare la piccola e media impresa in favore delle banche (che tra il 2012 e il 2013 arriveranno ad accumulare un utile di dieci miliardi di euro). Che fare? Una soluzione potrebbe arrivare dai referendum in materia di casta e lavoro, presentati dal Quarto Polo che sostiene Ingroia.

 

di Viviana Pizzi

ECONOMIA FERMA: OBIETTIVO UNICO, ARRIVARE ALLA FINE DEL MESE

Tutto questo porta a conseguenze di sicuro catastrofiche: si parla di salari fermi nella pubblica amministrazione che sono bloccati per legge.

E la disoccupazione in aumento provocherà certamente una insostenibilità della vita che andrà sempre più crescendo soprattutto pensando che le spese, secondo le previsioni dell’anno appena entrato, tra alimentari, Rc auto, bollette, bolli, servizi postali e bancari, pedaggi, tariffa rifiuti e ricadute dell’Imu arriveranno in totale ad un aumento di 1490 euro all’anno. Che per chi percepisce uno stipendio medio di ottocento euro al mese si parla di due mensilità in meno. L’obiettivo primario degli italiani è certamente quello di arrivare alla quarta settimana con tranquillità.


LA RIFORMA FORNERO E I LICENZIAMENTI FACILI

Perche-il-Guatemala-ha-voluto-proprio-Ingroia_h_partbCon la disoccupazione che aumenta non ha certo fatto scuola la Riforma Fornero che ha completamente sconvolto l’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Tutto cambia soprattutto per quanto riguarda i reintegri a seguito di licenziamenti di natura economica.

Prima della riforma il licenziamento doveva avere un giustificato motivo oggettivo, non dipendente dalla condotta del lavoratore ma da “ragioni inerenti all’attività produttiva” (es. chiusura dell’attività, automazione della produzione, outsourcing ecc.). In questo caso l’insussistenza del requisito valido faceva scattare il reintegro sul posto di lavoro.

Dopo la riforma se il giudice stabilisce l’inesistenza dei presupposti obbliga il datore di lavoro a un  risarcimento da 15 a 24 mensilità. Il reintegro è previsto solo in caso di manifesta insussistenza del fatto che ha determinato il licenziamento (in pratica quando viene camuffato con ragioni economiche un licenziamento di altra natura).

Tutto questo significa una sola cosa: prima della riforma rientrare al lavoro era più facile. Ora invece con la Riforma Fornero tutto questo non avviene con facilità e spesso bisogna accontentarsi soltanto del risarcimento danni.

Per quanto riguarda invece il licenziamento per motivi discriminatori (tipo i licenziati Fiat perché appartenenti alla Fiom) l’articolo 18 condannava il datore di lavoro (qualunque sia il numero di dipendenti) alla riassunzione del dipendente, al risarcimento di un minimo di 5 mensilità e al versamento dei contributi arretrati.

Ora invece con la Riforma Fornero Il dipendente ha la facoltà di richiedere invece del reintegro un risarcimento a 15 mensilità.

Chiaramente si tratta di una beffa. Essere reintegrato significa non perdere il posto di lavoro, scegliere invece il risarcimento danni tutela invece il lavoratore per un anno soltanto. E poi? Il buio più completo soprattutto in un periodo in cui le piccole e medie imprese chiudono anche a causa dell’enorme tassazione imposta dal Governo Monti dopo che anche quello di Silvio Berlusconi con i suoi sprechi aveva provveduto ad aumentare il debito pubblico dell’Italia.

La Riforma Fornero ha anche inserito l’articolo otto del decreto legge 131/2011 denominato il decreto di Ferragosto del Governo Berlusconi. Che cosa cambia? L’individuazione dei soggetti che possono svolgere la contrattazione di prossimità nelle associazioni sindacali operanti in un’azienda.

Le imprese avrebbero più flessibilità sul piano dell’organizzazione del lavoro e della produzione inclusi i licenziamenti. Non esisterebbe più una contrattazione nazionale con i sindacati e le norme rimarrebbero più rigide soltanto per quanto riguarda il licenziamento discriminatori e quello della lavoratrice in concomitanza di matrimonio. Altra beffa che riduce di fatto la possibilità dei lavoratori di rimanere al proprio posto qualora organizzino scioperi e si ribellino a quanto prescrive la propria azienda.

 

POLITICA CONTRO I LAVORATORI: SOLO I REFERENDUM LI POSSONO SALVARE

Come abbiamo potuto vedere ogni parte politica che si è candidata alle elezioni del 2013 ha fatto qualcosa per rendere più precario il mondo del lavoro. Una  situazione che ha portato al suicidio di un ricercatrice 34enne marchigiana che, non trovando la sua collocazione dopo un master all’estero, la notte di Capodanno ha deciso di salutare il 2013 impiccandosi nella sua camera da letto.

Berlusconi, lo abbiamo detto, ha introdotto l’articolo 8, Monti e la Fornero hanno modificato l’articolo 18 e dulcis in fundo Pierluigi Bersani ha dichiarato di recente di non voler cambiare una virgola dell’odiata riforma del Lavoro  targato “Governo tecnico”.

E allora che si fa? Le forze politiche legate al neonato movimento “Rivoluzione Civile” di Antonio Ingroia su impulso dell’Idv e di Antonio Di Pietro si presenteranno nei prossimi giorni in Cassazione insieme a Nichi Vendola di Sel per la proposta di due referendum: il primo per abrogare completamente l’articolo 8 e il secondo per cancellare totalmente le modifiche all’articolo 18. Il tempo stringe e il countdown è iniziato.

La raccolta firme è iniziata il 13 ottobre quando la lista “Rivoluzione Civile” era ancora in itinere e deve essere presentata entro e non oltre novanta giorni. Per essere accettati i referendum hanno bisogno di 500mila firme che i partiti che sono all’interno del movimento di Antonio Ingroia hanno raccolto in tante piazze d’Italia e anche nei Comuni. Le difficoltà trovate sono state dovute alla scarsa pubblicizzazione degli eventi non soltanto da parte della stampa ma degli stessi uffici comunali non amministrati dai partiti che li hanno richiesti. Si saprà solo dopo il 15 gennaio quale sarà il loro destino. Intanto i componenti del cartello Ingroia ci hanno provato.

E gli altri? Hanno soltanto contribuito a rendere più precario il sistema del lavoro.

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