ELEZIONI 2013/ Il compagno Berlusconi e il teatro della politica

Un punto è sicuro: chiunque vinca le politiche, e il Pd è in testa, a decidere per gli italiani saranno Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale.

di Emiliano Morrone

berlusconi_12Nell’ultimo quinquennio Silvio Berlusconi è apparso come il re che ha sdoganato l’interesse personale manifesto. Si ricordano le leggi e i cavilli ad personam, i processi, i rinvii e le prescrizioni, i vantaggi di Mediaset e i vari conflitti d’interesse emersi nel tempo.

Con il caso Ruby, la residenza dell’Olgettina, le escort a palazzo Grazioli e le serate ad Arcore, ci siamo convinti della pericolosità del personaggio, debole ma potente, ricco, munifico e incontrollabile. La stampa ha insistito su presunte perversioni sessuali del Cavaliere e sul circo magico, non cerchio, che l’ha accompagnato nella propria solitudine umana, allietandolo e sollevandolo da pesi ben più gravi e preoccupanti.

Tutti abbiamo concluso, quindi, che non dovesse più governare, scordando presto le ipotesi della magistratura su rapporti di Marcello Dell’Utri con la mafia e poi con evoluzioni della P2. La vicenda di Berlusconi è stata ridotta a vizio sessuale; il vizio è un comportamento sbagliato ripetuto, che per questo nuoce all’autore e alla società.

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Come è noto, l’Europa, che nessuno sa bene che cosa sia, salvo Eugenio Scalfari di Repubblica, diffidò Berlusconi e, assieme al presidente Giorgio Napolitano, ne determinò le dimissioni, seguite da gaudio collettivo. A partire da movimenti sempre ostili al Cavaliere e da figuri che hanno preso tanto dalla sua vita politica, sulla massima mors tua vita mea.

Per vent’anni, l’Italia intera si è concentrata su Berlusconi, imprenditore di successo strepitoso o prestanome di cricche altissime; benefattore di don Luigi Verzè e Letizia ignoti o erede del craxismo meneghino; innovatore della politica o artefice della fine indecorosa dei partiti.

A un certo punto, sparare su Berlusconi è divenuto più che di moda. Gli abbiamo attribuito ogni genere di possibilità; sicché satira, opinionisti e gente comune ne hanno fatto il bersaglio indispensabile, il compagno necessario d’ogni giorno. Così, ci siamo sottratti alla responsabilità del futuro perché avevamo il capro espiatorio, la causa prima di qualunque evento, anche del sole caldo a Natale.

Non voglio assolvere nessuno, sia chiaro. In Molise, Lombardia, Lazio e Calabria, Berlusconi ha problemi enormi: una classe politica che s’è mossa all’italiana, dimenticando che amministrare è rendere un servizio pubblico, senza ricevere un utile per sé. Dico solo che abbiamo mancato nell’analisi e nella proposta; malgrado Berlusconi, la cui maggioranza schiacciante ha occupato i salotti della tv, senza affrontare in parlamento i grandi nodi del Paese.

Oggi ci ritroviamo, Scalfari docet, in una situazione priva di uscita. Il voto è il solo potere teorico nelle nostre mani, di cui un apparato transnazionale si serve per illuderci che ogni passaggio della vita pubblica risponde alle regole, ai princìpi e al senso della democrazia.

In questo quadro, è perfettamente funzionale il teatro, lo spettacolo e il «giuoco delle parti». Matteo Renzi si mostra come il Beppe Grillo più ragionevole, più quieto, più disposto a mediare; più politico, insomma. Dal sindaco di Firenze, dicitur, potrà partire il ricambio generazionale a lungo auspicato nel Paese. Pierluigi Bersani, che ha il pregio dell’esperienza e il demerito, per altri l’intelligenza politica, d’aver rinunciato alle elezioni anticipate, dovrebbe aggiudicarsi la leadership del centrosinistra, chiuse le primarie. Berlusconi e Angelino Alfano si dividono su Pier Ferdinando Casini, che, tranne il Monti sine die, non ha risposte per l’Italia in caduta.

Forse, sulla strategia economica il più rivoluzionario è Roberto Fiore, nemico delle banche. I notisti della politica non lo nominano mai, come se lo spettro del fascismo e delle purghe possa superare l’angolo dei ricordi e materializzarsi. Antonio Di Pietro riflette sulle primarie di partito e di coalizione, preoccupato da una legge elettorale che non c’è e quindi non può chiarire che direzione dobbiamo attenderci dall’anno venturo.

Un punto è sicuro: chiunque vinca le politiche, e il Pd è in testa, a decidere per gli italiani saranno Bce, Commissione europea e Fondo monetario internazionale, secondo un sistema che ormai si è imposto in Europa e che provano chiaramente le vicende di Spagna e Francia, nella morsa di tasse e rinunce, l’una a destra, l’altra a sinistra.

Due sono le opzioni, allora: o assecondare il teatro della campagna elettorale o imporre una svolta, pretendendo da subito che i partiti dicano per quale Italia ed Europa vogliono lavorare.

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