EDITORIALE/ L’epopea dei vinti: per una lotta culturale al sistema

C’è un libro fondamentale per chi vuol trattare seriamente di politica. Si chiama Rapporti di forza, autore Carlo Ginzburg. In breve, dimostra che la vera comprensione della storia nasce da una lettura interna, dal punto di vista dei vinti: coloro che non hanno voce, gli esclusi dall’informazione. Non solo, dunque, gli sconfitti sul campo di battaglia, piegati dal dominio militare, le bombe, i missili “intelligenti” quanto devastanti; il piombo, la chimica.

di Emiliano Morrone

una_nuova_albaRicordo bene la guerra del Golfo, quella in cui imparammo a odiare Saddam Hussein. I media occidentali lo presentarono come dittatore: immorale, demoniaco, disumano. La stampa riportò una versione unica delle cause del conflitto. Così legittimò l’attacco degli alleati e giustificò la bontà dell’azione; inevitabile e doverosa, secondo la logica del capitalismo.

Chi ci spiegò il passato di Saddam e il perché andò al potere? Chi affrontò obiettivamente la questione degli interessi sul petrolio?

Anche dopo, esperti e opinionisti giocarono sul problema religioso. Noam Chomsky, che non è un comico, ha scritto molto a riguardo, rilevando tutte le contraddizioni e le forzature dell’esportazione della democrazia americana.

Nei giorni scorsi, Enzo Avitabile mi ha detto che canta i perdenti. Mi chiedo, allora, se possa darsi su Internet un’epopea dei vinti, che nelle sue musiche ha un ritmo, una storia, un orizzonte. Mi domando se, nella nostra Italia deviata dal sensazionalismo e dall’idiozia, possano trovare spazio i racconti d’una violenza arbitraria e inspiegabile verso i vivi e la dignità dei morti. M’interrogo.

Quanto resiste alla seduzione dell’indifferenza la nostra coscienza di persone informate, attive, ribelli?

Ogni tanto bisogna fare i conti anche dalla nostra parte e dirci francamente se, nonostante la rete, siamo in grado di mantenere quell’operatività costante richiesta per la lotta culturale, prima che politica, al sistema che inventa il vuoto collettivo e alimenta l’affarismo politico, l’imprenditoria spregiudicata, la finanza fasulla.

C’è un volume, potente ma trascurato, che documenta «la pena di morte italiana», gli abusi nelle carceri, il macello compiuto in nome del popolo italiano nei confronti di ragazzi come Niki Aprile Gatti e Carlo Giuliani, delle loro madri, delle loro famiglie distrutte dal silenzio. A me pare di grande attualità, specie ora che si discute di riforma della giustizia, per slogan e con bugie in tv; ora che il parlamento è finito, ridotto a ratificare la volontà d’un padrone, nemico della democrazia, del diritto, della morale, della cultura, della memoria e della partecipazione.

In La pena di morte italiana, Rizzoli, Samanta Di Persio restituisce voce ai vinti, alle madri di giovani suicidi che mi ricordano, colpevoli o innocenti, la vicenda di Geordie immortalata da Fabrizio De Andrè in una delle sue canzoni più belle. Meno che per la corda, non d’oro come quella del personaggio, con cui lo Stato nazionale di polizia ha “impiccato” questi figli di nessuno, chiusi in cella come bestie e allontanati da tutto e tutti, morti per cause sconosciute o forse troppo gravi per essere chiarite. Al punto che, semmai si facesse luce, forse lo Stato dovrebbe processare se stesso e ammettere la colpa dell’ingiustizia al principio; argomento affrontato solo, credo, dal compianto professor Federico Stella, penalista, come lascito alla coscienza civile.

Meditando sul testo di Samanta Di Persio, ho pensato subito a Pierpaolo Bruni, magistrato che le cronache hanno ricordato solo perché la ‘ndrangheta era pronta ad ammazzarlo. Bruni ha indagato sull’affare «Europaradiso» a Crotone, gigantesca struttura ricettiva che il miliardario israeliano David Appel voleva costruire alla foce del fiume Neto. Nell’inchiesta nomi eccellenti di uomini dello Stato, quello stesso Stato che sta scavando negli anni di sangue della Repubblica, gli anni della «trattativa» con la mafia, delle stragi e dei depistaggi. Lo stesso Stato che tace su Aprile Gatti e altri “numeri” ingabbiati ma condanna in via definitiva un “boss” calabrese della politica, Enzo Sculco; il quale con settemila voti finì nel consiglio regionale della Calabria proprio grazie, si fa per dire, all’iscrizione nel registro degli indagati da parte di Bruni.

Uno Stato bifronte, che miete vittime e semina speranze; che non ha permesso a Lea Garofalo, la donna che collaborò con la giustizia per l’omicidio del boss Antonio Comberiati, di vivere nella sua – e mia – Calabria, fino alla tragica esecuzione della ‘ndrangheta con scioglimento nell’acido in terra lombarda.

Ce n’è di materia, per un’epopea dei vinti. Noi, intanto, che cosa facciamo, dove stiamo?

 

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