EDITORIALE/ Cile, 11 settembre ‘73

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C’è un altro 11 settembre, quello del 1973. Ventotto anni prima del crollo delle Torri gemelle, in Cile crollava la fragile stagione democratica incarnata dal governo di Salvador Allende. Quel giorno i militari di Augusto Pinochet diedero corso ad un putsch militare con l’appoggio degli americani e delle forze reazionarie interne al Paese. Ne nascerà una stagione di lutti e oppressione, con ripercussioni internazionali. Vasta fu l’eco dei fatti cileni in Italia, che portarono il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, alla elaborazione della teoria del “compromesso storico”

C’è un altro 11 settembre, e non va dimenticato: quello del 1973. Il giorno del golpe cileno messo a segno dal generale Augusto Pinochet e quello della morte di Salvator Allende, ufficialmente avvenuta per sudicio. Ad aprire la strada ai militari, qualche giorno prima (il 22 agosto), erano stati i deputati Cristiano-democratici e quelli del Partito nazionale, cioè larga parte della Camera cilena. Furono loro a chiedere l’intervento militare in difesa della Costituzione cilena, a loro dire sistematicamente violata da Allende al fine di instaurare un regime totalitario di marca socialista.

Gli avvenimenti, come la Storia si incaricherà di dimostrare, non lasciarono estranei gli Stati Uniti. Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli”, ammise senza giri di parole Henry Kissinger, il potentissimo segretario di stato americano dell’era Richard Nixon. L’appoggio americano ai golpisti rientrava in una più vasta strategia di contrasto– denominata operazione Condor -verso quei paesi sudamericani indirizzati ad una deriva marxista: Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Perù, Uruguay e, appunto, Cile.

Gli avvenimenti cileni del settembre ’73, con la loro scia di sangue e terrore, ebbero una vasta eco in tutto il mondo e particolarmente in Italia. Il segretario del Pci, Enrico Berlinguer, che sapeva bene quanto fosse diverso il Cile dall’Italia, ne trasse spunti e suggestioni per un discorso di più ampia portata e che porto alla elaborazione della teoria del “compromesso storico”. In un lungo saggio dal titolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile” (pubblicato in tre parti su Rinascita, il settimanale del Pci, il 28 settembre e poi il 5 e 12 ottobre 1973) Berlinguer tratteggia la strada che porterà all’alleanza con la Democrazia cristiana, cioè con l’altro blocco popolare e sociale del Paese. Secondo Berlinguer la crisi politica dei primi anni ’70, generata dalla emergenza economica ed eversiva, poteva essere superata solo attraverso un’alleanza, un compromesso, tra le maggiori forze popolari italiane.

Scriverà: “Certo, noi per primi comprendiamo che il cammino verso questa prospettiva non è facile né può essere frettoloso. Sappiamo anche bene quali e quante battaglie serrate e incalzanti sarà necessario condurre sui più vari piani, e non solo da parte del nostro partito, con determinazione e con pazienza, per affermare questa prospettiva. Ma non bisogna neppure credere che il tempo a disposizione sia indefinito. La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande «compromesso storico» tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.

Un intervento, quello del segretario del Pci, (e che pubblichiamo integralmente) destinato a rappresentare uno spartiacque nella stagnante politica italiana e a far approdare il Pci in area governativa, la prima volta nel 1976 con il governo della cosiddetta “non sfiducia”, e successivamente nel 1978 con il governo di “solidarietà nazionale”, argine quest’ultimo alla luttuosa stagione eversiva che ebbe culmine nell’anno 1977, forse quello più buio della Repubblica. Ancora più buio di quel ’78 che, con il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, l’altro artefice della stagione del “compromesso storico”, chiuderà definitivamente l’esperienza governativa del Partito comunista.

Insieme alle Torri, che oggi tutti ricordiamo, val bene un pensiero al Cile. In memoria dei morti, dei lutti e delle sofferenze di quell’11 settembre 1973 e in memoria di una stagione della nostra storia italiana, incarnata giganti politici (Berlinguer e Moro), al cui cospetto i nani della politica di oggi appaiono ancora più miserabili.

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