Ecco perché Bersani potrebbe avere i numeri: il caso del gruppo “Gal”, i fuoriusciti da Lega e Pdl

Si chiama Grandi Autonomie e Libertà. Ecco il gruppo parlamentare che potrebbe salvare Pier Luigi Bersani e garantire quella stabilità a Palazzo Madama che gli permetterebbe di governare. Sebbene pochi se ne siano accorti, infatti, andando a leggere quali sono i gruppi parlamentari formatisi al Senato si nota una particolarità tutt’altro che secondaria: dieci onorevoli eletti nelle file del centrodestra (dal Pdl alla Lega, da Mpa a Grande Sud) hanno formato un gruppo a sé – Gal, appunto – uscendo dai propri gruppi di riferimento. Il motivo? Sconosciuto, dato che il Parlamento si è appena insediato e dato che la stessa cosa non è stata fatta anche alla Camera. Ebbene, sommando i voti che assicurerebbe Gal più quelli di Lega e Monti (che dovrebbero garantire un appoggio esterno), Bersani avrebbe la maggioranza assoluta al Senato.

 

di Carmine Gazzanni

bersani_potrebbe_avere_i_numeriCome volevasi dimostrare. Alla fine Giorgio Napolitano ha affidato a Pier Luigi Bersani l’incarico di formare il governo. Ma con riserva. Una sorta di pre-incarico o, se si preferisce, un mandato ispettivo: prima di cominciare a lavorare e prima di formare una qualsivoglia squadra di governo, bisogna avere i numeri al Senato che garantiscano stabilità all’esecutivo e, dunque, a tutta la legislatura.

Chiaro il messaggio del Presidente della Repubblica, dunque: nessun governo di minoranza. Nessuna sorpresa, peraltro. Giorgio Napolitano, nel corso del suo settennato, si è trovato già due volte di fronte ad una situazione simile. Nel 2006 con la prima crisi del governo Prodi (poi superata con il passaggio al centrosinistra di Marco Follini) e nel 2011 con Berlusconi (poi dimessosi per fare posto a Mario Monti).

In entrambi i casi il ragionamento del Quirinale è stato chiaro: nessun governo di minoranza. Se ci sono i numeri, bene. Altrimenti niente da fare.

Secondo quanto si apprende i ritmi saranno serrati. Oggi e domani Bersani incontrerà le parti sociali, lunedì e martedì i vari partiti, mercoledì tornerà da Napolitano mostrandogli l’esito – positivo o negativo – di questo suo mandato ispettivo. Ma le domande restano sempre le stesse.

In che modo Bersani potrebbe convincere le altre forze ad appoggiare un suo governo? E, soprattutto, chi potrebbe garantire l’appoggio?

IL DREAM TEAM PER CONVINCERE “GLI ALTRI”. A COMINCIARE DAI CINQUE STELLE – Iniziamo col rispondere alla prima domanda. Nel corso delle consultazioni Bersani l’ha ripetuto più volte: serve cambiamento. Ergo: molto probabilmente – anche soprattutto come assicurazione per le altre forze – il segretario Pd presenterà una lista di nomi per la squadra di governo nella quale saranno presenti anche uomini e donne esterni al partito (seppur di area dem) la cui autorevolezza possa essere garanzia per un appoggio esterno.

I nomi che si inseguono, ovviamente, sono diversi. Oscar Farinetti, inventore di Eataly, l’autrice di Report Milena Gabanelli, l’ex direttore di Confindustria Giampaolo Galli, il giurista Stefano Rodotà, la certezza di Fabrizio Saccomani, direttore generale di Bankitalia. E poi, ancora, il ceo di Luxottica Andrea Guerra, Carlo Petrini, patron di Slow Food, Don Ciotti, Giuseppe De Rita e il costituzionalista Gstavo Zagrebelsky.

 Insomma, una squadra senza nomenklatura (o quel tanto che basta). Una sorta di dream team che possa convincere anche gli altri gruppi parlamentari a garantire appoggio. Ma ecco allora la domanda più importante, la seconda che ci siamo posti: chi potrebbe votare la fiducia a Bersani?


silvio_ci_riprovaBERLUSCONI CI RIPROVA. M5S CONFERMA IL NO (MA CON RISERVA) – È proprio qui, nel rispondere a questa seconda domanda, che scopriamo un particolare non da poco. Prima di arrivare al punto, però, una piccola premessa. Due dovrebbero essere le certezze: Bersani non vuole giocarsi la carta Pdl, anche se Berlusconi – ancora una volta – si è detto disponibile a trattare.

Il motivo è ovvio: il Cav non farebbe mai nulla per nulla. L’oggetto della contropartita, molto probabilmente, sarebbe la sua nomina al Quirinale (cosa che vorrebbe dire immunità da qualsiasi processo per ben sette anni). Come detto, però, Bersani è quanto mai lontano dal cedere a ricatti.

La seconda certezza si chiama Movimento 5 Stelle: ancora una volta ieri, dopo l’affidamento dell’incarico al segretario Pd, la capogruppo grillina alla Camera Roberta Lombardi ha confermato la linea. “Nessun appoggio ad un governo Pd”. Chiara, secca. 

Già qui, però, potrebbero esserci alcune défaillances. Se Bersani dovesse presentare una squadra autorevole con nomi che piacciono potenzialmente anche al Movimento (vedi la Gabanelli o lo stesso Rodotà), è difficile pensare che tutti gli attivisti-cittadini si scaglino contro il governo.

Soprattutto non avrebbe alcun senso (anche peraltro considerando gli otto punti illustrati dal segretario Pd, speculari ai venti di Grillo).

Ciononostante è improbabile che Bersani possa tener conto dei grillini nella corsa disperata alla maggioranza assoluta da presentare poi a Napolitano (a meno che – ovviamente – non riesca nell’opera di convincimento). Ecco, allora, che la domanda si ripropone: dove cercare i voti?

L’APPOGGIO ESTERNO DI MONTI E LEGA – Una soluzione, in realtà, c’è. E, probabilmente, già è in mente al segretario Pd. Già l’abbiamo detto più volte. È molto probabile che Pier Luigi Bersani riesca ad ottenere l’appoggio da parte di Mario Monti e della Lega Nord. Sebbene infatti il bocconiano abbia chiuso (almeno formalmente) alla possibilità di un’alleanza con il centrosinistra, in realtà il tavolo di trattativa non è mai stato interrotto.

D’altronde la stessa delegazione di Scelta Civica ha espresso a Napolitano l’esigenza di un governo. Magari di larghe intese. Senza dimenticare, peraltro, che a quel punto il Pd potrebbe giocarsi la controproposta di Mario Monti come futuro Presidente della Repubblica (idea che, peraltro, non dispiacerebbe nemmeno all’attuale inquilino del Quirinale).

Per quanto riguarda la Lega, invece, Bobo Maroni pochi giorni fa non ha escluso la possibilità di un “aiutino”. Come dire: votiamo la fiducia a Bersani e poi si vedrà. Un appoggio esterno. Niente di più di questo dato che comunque Maroni non potrebbe uscire dall’alleanza con il Pdl, che vorrebbe dire mettere a rischio le giunte regionali in mano alla Lega.

Passiamo ai numeri. Il calcolo è rapido. I senatori, considerando anche quelli a vita, sono 319. Per avere maggioranza assoluta bisogna arrivare, dunque, a 160. Per ora il Partito Democratico è fermo a 106. Considerando il gruppo misto – in cui sono presenti i senatori di Sel e alcuni del Pd – si arriva a 117 (il gruppo, in realtà, conta 12 senatori, ma una è Giovanna Mangili, la dimissionaria di M5S).

Con l’appoggio di Scelta Civica (21 onorevoli) sarebbero 138 i senatori a sostenere il governo. Non bastano. Ecco allora la Lega (16): quota 154. Meno sei dalla maggioranza assoluta.


senato_gal_salva_bersaniLA SORPRESA DEI FUORIUSCITI: IL GRUPPO DEL GAL. I NUOVI “RESPONSABILI”? – Ma ecco che, spulciando i gruppi presenti al Senato, si scopre una particolarità che, visti i tempi, non può passare inosservata. Oltre a quelli classici e quelli già citati, infatti, spunta un gruppo parlamentare nuovo: il Gal, Grandi Autonomie e Libertà. Chi sono?

Tutti eletti con il centrodestra. Il capogruppo è Mario Ferrara di Grande Sud. Ne fanno parte Laura Bianconi, Luigi Compagna, Giovanni Bilardi, Lucio Barani e Antonio Scavone del Pdl; Jonny Crosio e Gian Marco Centinaio della Lega; Giuseppe Compagnone di Mpa e Giovanni Mauro ancora di Grande Sud.

La domanda nasce spontanea: perché uomini del Pdl e della Lega sarebbero dovuti uscire dai propri gruppi di appartenenza per formarne un altro il primo giorno di insediamento? Le risposte – e peraltro una non esclude la seconda – possono essere due: un gruppo da dieci senatori ha diritto a uffici e segretari e, soprattutto, ai finanziamenti disposti dal Senato ai gruppi parlamentari.

Ci potrebbero essere ragioni poco nobili, dunque, nel passaggio al nuovo gruppo. La seconda è, appunto, quella già annunciata: Gal potrebbe garantire l’appoggio esterno a Bersani, quello determinante, quello che – almeno per ora – gli permetterebbe di governare superando il muro del voto di fiducia al Senato.

Perché, altrimenti, il Gal si è formato solo a Palazzo Madama e non a Montecitorio? Domanda che resta senza risposta. A meno che non si supponga che ci sia un intento politico.

Quello appunto di garantire governabilità e stabilità. Essendo però tutti eletti con il centrodestra non c’è da star tranquilli. Come nel caso dell’appoggio esterno della Lega, il rischio è che Gal faccia da ponte tra Pd e Pdl. E a quel punto sarà Berlusconi ad avanzare pretese.

Bersani questo lo sa.

Ecco perché certamente proverà prima (ancora) con i Cinque Stelle.

Nella certezza, però, che mercoledì – in un caso o nell’altro – potrà tornare da Napolitano garantendogli la maggioranza assoluta.

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