Dopo Fini a Mirabello, c’è un nuovo che avanza: il Nuovo Ulivo

Dopo il discorso di Gianfranco Fini a Mirabello e le reazioni di Berlusconi e Bossi, c’è un nuovo che avanza: il Nuovo Ulivo!

di Carmine Gazzanni

Massimo_DAlema_scocciatoPrima Gianfranco Fini a Mirabello, poi Silvio Berlusconi e il senatùr Umberto Bossi nella Villa di Arcore. Semmai qualcuno avesse avuto ancora qualche dubbio, le vicende politiche degli ultimi giorni hanno tolto gli ultimi imbarazzi, le ultime perplessità. E in cambio un’unica, perentoria certezza: il Pdl non esiste più. Due diversi punti di vista su molte questioni centrali. Almeno questo è quello che si rende evidente analizzando le parole di Gianfranco Fini a Mirabello. Visione incompatibile su Gheddafi, per il quale il Presidente della Camera ha parlato di “genuflessione poco decorosa”; sulla giustizia, riguardo cui ha detto che “non ci vogliono leggi ad personam, ma leggi che tutelino il capo del governo”; sulla Padania (“Solo chi conosce la storia oltre che la geografia può pensare che la Padania esista davvero”). Per poi arrivare alle stoccata decisiva: il Popolo della Libertà “non c’è più, ora c’è al massimo il partito del predellino. Una Forza Italia allargata, con colonnelli che hanno cambiato solo il generale e magari sono pronti a cambiarlo ancora”.

E il Cavaliere come ha risposto? I più informati dicono che non abbia digerito quanto affermato dall’“ingrato” alleato di una vita. Alcuni, addirittura, hanno detto che, stizzito, il premier abbia spento la televisione durante la diretta da Mirabello. E ieri, in serata, ecco la decisione presa con Bossi: prima un incontro con Napolitano per convincerlo a chiedere le dimissione di Gianfranco Fini, oramai figura istituzionale non più super partes; altrimenti elezioni anticipate. Senza escludere la possibilità che si vada a votare anche prima di Natale.

Insomma, la situazione è quanto mai calda. Quasi rovente. E a sinistra, invece, cosa accade? Poche proposte, troppi silenzi. Si parla di “Nuovo Ulivo”, ma la domanda è d’obbligo: in cosa potrebbe essere “nuovo” se a proporlo sono le stesse persone che misero in piedi quel progetto (che si concluse in maniera fallimentare) nel 1995? Quello che si chiede al Pd, invece, è l’alternativa, è il cambiamento che si sperava il Partito Democratico potesse garantire, ma non ha mai garantito.

Facciamo alcuni esempi in riferimento alla legislatura in corso. Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che anche il Pd conta tra le sue file indagati (da D’Alema a Fassino solo per citarne alcuni, tralasciando i vari pidini campani, siciliani e calabresi) ed anche un pregiudicato. Stiamo parlando di Enzo Carra, condannato in via definitiva ad un anno e quattro mesi per false dichiarazioni al pubblico ministero.

Ma, a parte queste “macchie” che pare vengano considerate sempre più delle venialità, il Pd più e più volte si è distinto per una politica “inciucista”. Prendiamo in esame, ad esempio, quanto accaduto il 3 ottobre 2009: ben 59 esponenti del Pd (tra cui figure di prim’ordine come D’Alema, Bersani, Franceschini, Marino, Fioroni, Melandri) non si presentarono in Parlamento nel giorno in cui si votava lo scudo fiscale. Risultato: lo scudo fiscale divenne legge (per inciso ricordiamo che lo scudo fiscale permetteva di far rientrare anche denaro sporco con una tassa del solo 5% – in Usa è del 49% e in Gran Bretagna del 44% – e per di più coperti dall’anonimato. Dunque un vero e proprio “condono”).

Ma non è finita qui. Il sette gennaio 2010, mentre il Pdl si scervellava per mettere su un’ennesima legge ad personam dopo che la Corte Costituzionale aveva bocciato il Lodo Alfano (“revival” del Lodo Maccanico – Schifani), ecco il colpo di genio: la senatrice Pd Franca Chiaromonte presentò insieme al senatore Pdl Luigi Compagna una sorta di “lodone”: immunità per tutti i parlamentari. Il disegno, per fortuna, venne immediatamente accantonato. E la stessa segreteria nazionale del Pd tenne a precisare che l’iniziativa non era del partito, ma esclusivamente della senatrice. Sarebbe stato davvero troppo.

Ma ancora. Scelleratezze su scelleratezze. Elezioni regionali in Campania: candidato governatore Vincenzo De Luca, ex deputato Ds e sindaco di Salerno, rinviato due volte a giudizio per associazione a delinquere, concussione, falso e truffa. E si parlava di “cambiamento” dopo la gestione Bassolino. Il cambiamento, a onor del vero, c’è stato, ma in peggio: al posto di Antonio Bassolino, anche lui indagato per un’inchiesta sullo smaltimento dei rifiuti, il Pd presenta un candidato con non una, bensì due rinvii a giudizio sulle spalle.

I dubbi sulle possibilità di cambiamento del Pd, dunque, sembrano essere più che fondati. Molti, ancora, nutrono forti incertezze sul Partito Democratico anche perché pare essere troppo legato a personaggi che, oramai, nel bene e nel male, avrebbero fatto (e concluso) il loro corso. Proprio per questo in tanti sperano che alle prossime elezioni possano avere ruoli di primissimo piano Italia dei Valori, ma soprattutto SeL. Dal canto suo Nichi Vendola ha già assicurato che, in caso di primarie, si candiderà, proprio per offrire quell’alternativa che troppo spesso è mancata.

Sul web, intanto, Vendola già è stato incoronato come il personaggio pubblico italiano più seguito. Proprio alcuni giorni fa, infatti, è uscita su “Famecount” la “Top Social Network Stars”, la classifica dei personaggi più seguiti sul web (facebook, youtube, twitter). E, come dicevamo, Nichi Vendola è il primo tra gli italiani con il suo trentesimo posto (al primo posto troviamo Barack Obama). Seguono Antonio Di Pietro (trentasettesimo posto) e, inaspettatamente, Mariastella Gelmini (settantottesima). E il Pd? Nella classifica non è presente nessun esponente di spicco del partito. Solo due sindaci: lo stesso Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno (ottantunesimo) e Michele Emiliano, sindaco di Bari (centocinquesimo).

A parte questo, qualunque sia il candidato, qualunque cosa succeda, è necessario dare un segnale forte, coraggioso, decisivo. Che sia Vendola o che sia Bersani. E’ necessario cambiare ed evolvere. Gli ultimi dati non fanno ancora ben sperare (Manneheimer ha parlato di un 26,7% per il Pd contro un 29,7% per il Pdl), ma la speranza è (ancora una volta) l’ultima a morire.

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