DIMISSIONI BERLUSCONI/ I “traditori” di oggi e di ieri: da Casini A Bossi, da Fini ai frondisti

di Carlotta Majorana

Dopo il voto sul rendiconto alla Camera, viene fotografato un foglio di carta su cui Berlusconi ha appena scritto una breve nota sulle possibilità che si prospettano. Nella nota definisce “traditori” i parlamentari PDL astenuti.

 

Nelle ore frenetiche che seguono il voto traumatico del rendiconto, voto che ha sancito la spaccatura definitiva di391739_10150381760728670_337653138669_7958478_772028529_nun’ampissima maggioranza, è diventato celebre l’appunto scritto a caldo da Berlusconi. Si tratta di una sentenza senza appello perché, in quelle poche parole, ne spicca una: traditori. Berlusconi riporta nero su bianco il termine che aveva già utilizzato nei giorni scorsi per definire i parlamentari del PDL (o ex) che si sono astenuti, un termine biblico, perfettamente in linea con la megalomania di un personaggio non nuovo ad esternazioni d’impatto.

Questi traditori Berlusconi voleva vederli in faccia, lo aveva dichiarato lui. Probabilmente un simile desiderio nasceva dalla consapevolezza, terribile e nitida, che di queste persone non c’è da fidarsi, e figurarsi se lui non lo sa meglio di tutti, lui che li conosce da anni e che li ha selezionati apposta. Senza contare che da mesi si mormora di parlamentari, un tempo berlusconiani di ferro, che auspicano un passo indietro, dando corpo ad una insidiosa “fronda” interna che pare rimpolparsi di giorno in giorno, costituita da insospettabili (come ad esempio lo scalmanato Giorgio Stracquadanio) e che aspetta già da un po’ la testa del premier. Come pure sono molti quelli pronti a fare un giro di valzer per concludere la propria danza nel rassicurante Terzo Polo che, non avendo ancora costruito una precisa identità politica, può permettersi di accogliere a braccia spalancate chiunque, purché ci stia.

Per Berlusconi comunque, in termini numerici, gli unici che interessano, le due strade conducono allo stesso luogo, cioè al capolinea del suo governo. Lo stupore di Berlusconi alla camera è stato autentico, come hanno dimostrato il viso tirato, l’incredulità davanti ai numeri reali (chiede subito la conferma a Roberto Maroni, seduto accanto a lui, come se non credesse alle proprie orecchie), la richiesta di consultare i tabulati. Eppure in questi anni lo stesso Berlusconi ha elencato una bella quantità di traditori. Per Berlusconi fu un traditore Pierferdinando Casini, quando decise di correre da solo alle elezioni del 2008, moltissimi anni fa fu un traditore Umberto Bossi, quando provocò la caduta del suo primo governo nel 1994, e l’ultimo traditore, probabilmente il più importante, è stato il Presidente della Camera Gianfranco Fini, quando l’estate scorsa lo aveva fatto seriamente vacillare con il suo spirito scissionista.

Quel tradimento ha in qualche modo rappresentato l’inizio della fine. A Berlusconi è costato tantissimo: in quei giorni s’è fatto un nemico in più quando proprio non ci voleva, un nemico di cui ancora non si riesce a comprendere il peso specifico ma che picchia inarrestabile e che non perde occasione per attaccarlo. Alcuni dei finiani, almeno quelli che sono rimasti dal principio, nel tempo si sono dimostrati scatenati. Dovevano esserlo per forza, per prendere le distanze. Anche ieri, in una giornata cruciale in cui il mercato precipita e lo spread vola verso vette pericolose, è proprio da loro che viene un monito (forse inutilmente allarmista, ma la prudenza non è mai troppa): attenzione, il rinvio delle dimissioni potrebbe essere una trappola, non si devono lasciare né tempo né soldi al “Caimano”.

Il ricorso alla metafora usata dall’odiato Nanni Moretti dimostra proprio con quale decisione i finiani abbiano cambiato idea, considerando che nel 2005 Fini era il Ministro degli esteri del secondo governo Berlusconi. La fondazione di Futuro e Libertà, la successiva fuoriuscita dal PDL di deputati e senatori, la scelta di votare una mozione di sfiducia contro di lui furono micidiali per  Berlusconi e lo obbligarono a doversi affidare a uomini e donne completamente inaffidabili per sopravvivere. Tuttavia, in quei momenti concitati non importava che quei personaggi fossero a loro volta traditori, alcuni provenienti dal centro-sinistra (anche quello più ferocemente berlusconiano),  altri avevano tradito lo stesso Fini dalla sera alla mattina. Ma per Berlusconi quello non era un tradimento, così come non è mai stato un tradimento quello degli innumerevoli ex comunisti entrati nelle fila di Forza Italia al tempo della sua discesa in campo. Quando vanno da lui, i traghettini, gli avventurieri e i voltagabbana diventano una risorsa preziosa, che va custodita e fidelizzata.

Berlusconi utilizza la solita terminologia esasperata e sbaglia il tiro, inoltre è probabilmente l’ultimo che può lamentarsene (seppure, a ben vedere, c’è davvero chi gli deve tutto), ma il trasformismo della classe politica italiana è uno dei motivi che sta alla base dell’incertezza di queste giornate. Le opposizioni non hanno richiesto una sfiducia vera e propria perché presumibilmente, temono di poterla perdere, in questo via vai inarrestabile. Anche loro sanno chi è che  compone l’attuale Parlamento, sanno quanto siano volubili alcuni deputati, quanto siano precarie le cifre e preferiscono non sbilanciarsi del tutto in questa interminabile agonia. Si tratta di un fenomeno tanto semplice quanto meschino, che pure affonda le sue radici nella nostra storia più remota e che ha contribuito a rendere il nostro paese così pieno di contraddizioni. È una tradizione italiana dura a morire, ancora di più dell’esecutivo, che si tramanda sin dalla fine dell’Ottocento, con i governi Depretis, Crispi e Giolitti. Il primo, in campagna elettorale, si mostrava sarcastico ma già rassegnato quando diceva: “Se qualcuno vuole trasformarsi e diventare progressista, come posso io respingerlo?”. Per Berlusconi, effettivamente, dev’essere dura da mandar giù, dev’essere stato davvero faticoso stare a guardare la maggioranza che si dissolveva, un pezzo alla volta, per le questioni più svariate, e stare a sentire proprio la voce del traditore Fini che gli dava la notizia. È dura perché si tratta di una fine ingloriosa, che lo costringe a fare i conti con gli effetti perversi di una strategia che credeva vincente ma che è talmente insana a livello strutturale da rendere inevitabile una ritorsione, come un boomerang che si abbatte su chi lo ha lanciato. Non per ingenuità ma per onnipotenza, Berlusconi non si aspettava che il boomerang tornasse pure sulla sua faccia, lui che proprio non sopportava l’idea un governo retto su una manciata di voti, come quello del suo predecessore, Romano Prodi, caduto proprio a causa dell’abbandono dell’UDEUR di Clemente Mastella (un must se si parla di trasformismo, prontamente ricompensato da Berlusconi con un posto al parlamento Europeo), dopo due anni in cui Berlusconi usava questa esiguità come argomento per screditarlo. Oltre al danno, la beffa.

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