DI PIETRO-GRILLO/ E se davvero si alleassero? Limiti e pregi del “partito dei non allineati”

E  se davvero Grillo decidesse di correre con Antonio Di Pietro? La proposta, probabilmente, sa anche un po’ di provocatorio. Ma non è – e non può essere – una possibilità da scartare. Il Pd al momento non garantisce alcuna certezza di un’alleanza che tenga al di fuori l’Udc. E sebbene esponenti come Massimo Donadi chiedano di guardare prima e innanzitutto ai democratici, la lontananza dalla linea di Bersani è ormai netta. Non è invece così netta la lontananza dal Movimento 5 Stelle, sebbene i pur evidenti limiti interni (Favia docet) di un movimento giovane, che – si spera – deve ancora migliorarsi.

 

di Antonio Acerbis

beppe_grillo_antonio_di_pietroAntonio Di Pietro sulla vicenda ha lasciato la parola al suo elettorato, ai suo fans, aprendo sul blog dell’Italia dei Valori un sondaggio: “Il Fatto quotidiano (nell’intervista di ieri di Stefano Caselli, ndr) propone che alle prossime elezioni si presenti una coalizione composta da Italia dei Valori Movimento 5 stelle e tutte le forze politiche ‘non allineate’?”. Seppur assolutamente indicativo, i  numeri sono dalla parte del possibile duo Grillo-Di Pietro: “Sono d’accordo. È l’unica possibilità di cambiare le cose”, dice la stragrande maggioranza. Ed anche i secondi non escludono l’alleanza con il M5S, ma non ritengono debba essere, per così dire, la prima scelta (“Sarei d’accordo solo come ultima ratio se il Pd si ostinerà a non voler stringere un’alleanza di centrosinistra con IdV e Sel”). Bisogna scendere a meno di cento voti per trovare una piena e ferma opposizione all’idea Grillo più Di Pietro: “Non sono d’accordo. Le differenze tra IdV e gli altri movimenti sono troppo profonde”.

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È solo un sondaggio, vero. Ma è pur sempre indicativo. Così come lo sono le cifre Ipsos sulle intenzioni di voto snocciolate da Nando Pagnoncelli alla prima puntata di Ballarò: M5S al 17,9; Idv al 7,5. Insieme arriverebbero al 25,4. La stessa del Partito Democratico, al momento primo partito in Italia.

I numeri, insomma, sembrerebbero esserci. Ecco perché tanto le parole di Antonio Di Pietro – che in realtà da tempo parla ha lanciato l’idea di un “partito dei non allineati” – quanto il silenzio di Beppe Grillo – che per il momento preferisce non declinare la proposta lanciata dal leader Idv – sono indicativi. Sono parole e silenzi che non possono essere lasciati al caso.

Non è questione, peraltro, solo di numeri e sondaggi. Ma anche di linea. È bene infatti sottolineare una questione non secondaria: Di Pietro ha teso fino all’ultimo la mano a Pierluigi Bersani, invitandolo addirittura anche a Vasto con Vendola (invito che, molto presumibilmente, il leader dei democratici declinerà). Non ha torto dunque Donadi quando osserva che sarebbe “necessaria una coalizione che vada da Pd a Sel con l’Idv”. Peccato che non sia possibile con un Pd che negli ultimi undici mesi – i mesi del governo Monti – abbia dimenticato nel cassetto i propri ideali, strafottendosene di lavoratori, di fasce deboli e di giustizia sociale, avallando tutto ciò che richiedesse l’esecutivo Monti con l’improrogabile (e vuota) motivazione secondo la quale “ce lo chiede l’Europa”.

Il tentativo è stato fatto. Ma è stato lasciato cadere da un partito – quello dei democratici – più interessato, nel bene o nel male, a non lasciarsi scappare Pierferdinando Casini. La linea di Idv, dunque, oggi è tanto distante dal Pd. Ma profondamente vicina a quella dei Cinque Stelle: stesse battaglie, stesse convinzioni, stesse idee su lavoro, giustizia, ambiente. Non mancano – ovvio – divergenze importanti: dall’Europa fino allo ius soli. Ma c’è senza dubbio (o meglio, ci sarebbe) una base da cui partire, una linea condivisa, un fronte comune.

I problemi da risolvere – per entrambi – ci sono eccome. Quanto denunciato da Favia nel fuorionda di Piazza Pulita non può essere bollato come semplice incidente, né si può rigirare la questione attaccando il consigliere emiliano senza però entrare nel merito della questione sollevata (sarebbe – e lo è stato – un modus faciendi troppo berlusconiano). L’Idv, dal canto suo, ha il difficile compito di presentarsi con una squadra più giovane, che faccia realmente fronte comune, cementata su ideali e obiettivi. Obiettivo, questo, non sempre raggiunto nell’ultima legislatura (e non parliamo solo dei casi Razzi e Scilipoti) e rimproverato al vertice soprattutto dai giovani militanti.

Così com’è necessario, d’altronde, che soprattutto i grillini abbandonino l’eccessiva spinta populista e diventino propositivi, costruttivi. Solo proponendo e non demonizzando si segna il vero e reale passaggio ad una nuova e vera politica.

C’è però spazio per crescere e migliorarsi. Anzi, ci dev’essere. D’altronde, guardando in casa d’altri, non è che vada meglio con un Pd dilaniato tra il vecchio e il quasi-nuovo di Bersani e Renzi, con l’Udc che chiede a gran voce un Monti-bis contro il parere dello stesso Monti, e un Pdl non prevenuto, con un Berlusconi che, silente, punta a una ridiscesa in campo. Ma, questa volta, è meglio si segga in panchina.

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