Decreto pagamenti debiti PA: i cinque motivi per cui è l’ennesima colossale bufala targata Monti

Il decreto sui pagamenti delle PA è stato finalmente approvato. Nel giro di due anni lo Stato verserà ben 40 miliardi di euro per coprire almeno una parte dei debiti contratti con i privati. Bene, si dirà. In realtà non è affatto così. Tra mille arzigogoli e rimandi continui, nell’incomprensibilità di un testo farraginoso, quello che emerge è che siamo di fronte ad una nuova colossale bufala. I motivi sono diversi: il tempo di 24 mesi non ha alcuna ragione di esistere dato che l’Italia ha recepito una norma europea che blocca i pagamenti ai privati ad un massimo di trenta giorni dalla prestazione. Secondo: i 40 miliardi non coprono nemmeno metà dei debiti totali. Terzo: ad oggi i privati aspettano sì tanto, ma – stando agli ultimi dati – in media si parla di 180 giorni. Perché ora dovrebbero arrivare ad aspettare ben 24 mesi? Quarto: non è chiaro come le imprese potranno chiedere accesso al pagamento (nel testo non se ne parla). Quinto: il rischio ultimo è che, come vedremo per diverse ragioni, sia l’apparato burocratico farraginoso a far saltare tutto.

 

di Carmine Gazzanni

monti_solito_buffone_cazzaroDire che non ci sia nulla di buono nel testo firmato da Napolitano e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale due giorni fa, sarebbe inglorioso. Eppure certamente non si può dire che il decreto sui pagamenti delle PA per risanare i debiti contratti con i privati, risolva la questione. La tocca sì, ma nei fatti marginalmente. Con tanto di supercazzola: in questi giorni si è fatto credere che il provvedimento in questione preveda un versamento stellare in tempi rapidissimi. Balla colossale, come vedremo.

Eppure, come detto, misure che andavano nella giusta direzione c’erano. Non si potrebbe dire il contrario, ad esempio, dell’esclusione dal Patto di stabilità dei pagamenti dei debiti per enti locali e regioni (per un massimo, però, di cinque miliardi per i primi e 1,4 per i secondi. E anche qui si potrebbe discutere a lungo…), della possibilità per le imprese di compensare crediti con lo Stato e debiti verso la pubblica amministrazione, del fondo di liquidità istituito dal ministero dell’Economia per agevolare le PA nel pagamento (per un totale di 26 miliardi).

I punti cruciali, però, restano critici. E, in qualche modo, vanificano anche quei punti positivi di cui abbiamo parlato. Nella sua analisi, Infiltrato.it ne ha individuati ben cinque.

Uno. Partiamo dal fulcro stesso della norma: in due anni le pubbliche amministrazioni riusciranno a saldare debiti per 40 miliardi. Domanda: perché due anni? Eppure l’Italia, nella scorsa legislatura, ha presentato e approvato un ddl che fissa a trenta giorni massimo il pagamento a privati (fino ad un massimo di sessanta per alcune prestazioni ben precise). Nell’approvazione del testo, però, il nostro Paese è stato molto furbo: non ha inserito i debiti pregressi (questione tutt’altro che secondaria come vedremo nel prossimo punto). Ma la questione rimane: se dal primo gennaio di quest’anno il privato che offre un servizio allo Stato verrà pagato entro trenta giorni, perché chi lo ha fatto in passato ne dovrà aspettare precisamente 700 in più?

Due. Appunto: a quanto ammontano i debiti pregressi? In realtà – ed anche questo è indicativo – la questione ricorda un po’ quella degli esodati: nessuno lo sa con precisione. C’è chi dice 60 miliardi, chi 70, chi 80, chi 90. Secondo la Cgia, ad esempio, sarebbero 80. Secondo Confindustria si sarebbero addirittura sforati i 100 miliardi. In questa confusione (com’è possibile che lo Stato non riesca a fare il conto dei propri debiti con i privati?) un dato è certo: in due anni non verrà coperto nemmeno la metà del monte debiti. Ergo: tra due anni saremo punto e a capo. Con l’unica variante che chi ha aspettato fino ad ora, dovrà aspettare altri due anni. Minimo.

Tre. Ritorniamo per un attimo sulla tempistica. A prescindere dal recepimento della direttiva UE che non conta per i debiti pregressi, vi sembra un lasso di tempo accettabile quello di due anni? Prima di rispondere, però, alcuni dati. È vero: l’Italia è in Europa la più insolvente. È la peggior pagatrice. E, peraltro, non solo in Europa. Nella speciale classifica Doing Business redatta dalla Banca Mondiale, l’Italia è all’ottantasettesimo posto per debiti non corrisposti ai privati. Dopo Zambia e Mongolia. E addirittura si piazza al 158mo posto se si considera soltanto la capacità di rispettare i contratti.

Detto questo, però, certamente non parliamo – in media – di un tempo che travalica i due anni. I dati, infatti, dicono che se in Germania chi lavora per la pubblica amministrazione si vede saldare il dovuto dopo mediamente 35 giorni; se in Francia ce ne vogliono 64 e in Gran Bretagna 47; in Italia i privati devono aspettare – quando va bene – molto di più: secondo lo Cgia di Mestre i bonifici pubblici impiegano in media 180 giorni per essere versati. Tanto, certamente. Ma non parliamo di un ritardo di 730 giorni (due anni). Perché, pertanto, fissarlo adesso a due anni se in media, fino ad ora, le PA hanno onorato i debiti in tempi minori?

bancamondiaale_montiQuattro. Che il testo non piace, d’altronde, è cosa evidente. L’hanno immediatamente manifestato sia Confartigianato che Confindustria. Oltre che per le questioni fin qui elencate, anche per un altro motivo piuttosto importante: non è chiaro come i privati possano avere accesso ai pagamenti. Nel testo, infatti, non è scritto né specificato. La denuncia è arrivata proprio da Confartigianato: il ministro Grilli aveva in passato accennato al fatto che i pagamenti sarebbero scattati in maniera del tutto automatica. “Peccato però che questo particolare all’interno del decreto non sia specificato in nessun modo”, dicono però dall’associazione. E in effetti a scorrere il provvedimento si trovano elencate tutte le procedure che dovranno seguire amministrazioni locali, regioni o enti sanitari, per mettere a ruolo i propri debiti e ottenere lo sblocco dei fondi. Ma nulla si dice su quello che dovranno fare le imprese per ottenere questi crediti. Ci sarà un automatismo o scartoffie da riempire? Per il momento non è dato sapere.

Cinque. Riprendiamo quanto detto nel punto precedente e ammettiamo ci saranno scartoffie per avere accesso al pagamento. In questo caso, dato che come detto non se ne fa cenno nel testo, dobbiamo immaginare un ulteriore provvedimento approvato in appendice che chiarisca le modalità di accesso. Ergo: le imprese saranno costrette a riempire carte su carte. Dunque, a schiantarsi con la farraginosa macchina burocratica italiana. Le conseguenze potrebbero ovviamente disastrose: non sarebbe la prima volta se, a causa di questioni burocratiche, i tempi si allungassero ulteriormente.

Anche perché c’è un altro aspetto da sottolineare. Per ovviare a questo problema, il testo del decreto (articolo 1, comma 2) prevede anche che le PA comunichino “gli spazi finanziari di cui necessitano per sostenere i pagamenti” mediante “il sistema web della Ragioneria generale dello Stato”. Peccato però che norme in ottica digitalizzazione (per accelerare i tempi e rendere le cose più fluide) già ci sono state ma nessuno (o quasi) le ha applicate. Il decreto Sviluppo, ad esempio, obbligava le PA a pubblicare da agosto 2012 tutti i pagamenti superiori a 1000 euro. Pochissimi uffici però l’hanno fatto, nonostante le sanzioni scattate da gennaio. Non solo. Un’analoga norma era stata prevista anche nel 2009. Ad oggi l’ha recepita solo l’11% delle PA.

Se ciò dovesse avvenire anche in questo caso, la lenta macchina burocratica fatta di scartoffie infinite, sarà ancora più lenta. I tempi, insomma, potrebbero essere più biblici di quanto, nei fatti, già non lo siano.

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