DECRETO ANTICASTA/ Incandidabilità dei sindaci? Altro che novità! La norma vecchia di un anno finora inapplicata

Giovedì scorso il governo Monti ha partorito un nuovo decreto. “Anticasta”, l’hanno chiamato. Ad essere state prese di mira le assurde spese degli enti locali. Novità importanti, hanno detto fieri esecutivo e maggioranza, che cambieranno l’approccio di molti nel fare politica. Su tutte l’incandidabilità per dieci anni dei sindaci responsabili di dissesto. Peccato, però, che la norma sia già esistente dall’anno scorso. E, fino ad ora, non è mai stata applicata. Nonostante ben 37 comuni in fallimento.

 

di Carmine Gazzanni

SINDACI-430x200Non si potrà più portare i comuni al dissesto. Pena l’incandidabilità dei sindaci per ben dieci anni. Urla di giubilo da più fronti per un decreto che colpirebbe – a detta di molti – quei politici “alla Fiorito”, rei di pensare più alle tasche loro che ai bilanci pubblici. Un norma, questa, che dunque ben si concilierebbe con la renovatio politica tanto sbandierata dal governo Monti, ma – fino ad ora – poco concretizzata. Peccato, però, che in realtà di nuovo nel decreto anticasta ci sia ben poco a riguardo. Bisogna andare indietro di un anno, al decreto 149 del sei settembre 2011 (uno degli ultimi atti del governo Berlusconi) sui “meccanismi sanzionatori e premiali relativi a regioni, province e comuni”, per capire quanto detto.

L’articolo 6 comma 1 affronta, in caso di dissesto, la “responsabilità politica del presidente di provincia e del sindaco”. Quanto si prescrive è esattamente speculare a quanto prospettato da Monti nel suo decreto. Una ripetizione, insomma, di una norma già esistente.

Leggiamo. “Gli amministratori che la Corte dei conti ha riconosciuto responsabili, anche in primo grado, di danni cagionati con dolo o colpa grave, nei cinque anni precedenti il verificarsi del dissesto finanziario, non possono ricoprire, per un periodo di dieci anni, incarichi di assessore, di revisore dei conti di enti locali e di rappresentante di enti locali presso altri enti, istituzioni ed organismi pubblici e privati, ove la Corte, valutate le circostanze e le cause che hanno determinato il dissesto, accerti che questo è diretta conseguenza delle azioni od omissioni per le quali l’amministratore è stato riconosciuto responsabile. I sindaci e i presidenti di provincia ritenuti responsabili ai sensi del periodo precedente, inoltre, non sono candidabili, per un periodo di dieci anni, alle cariche di sindaco, di presidente di provincia, di presidente di Giunta regionale, nonchè di membro dei consigli comunali, dei consigli  provinciali, delle assemblee e dei consigli regionali, del Parlamento e del Parlamento europeo. Non possono altresì ricoprire per un periodo di tempo di dieci anni la carica di assessore comunale, provinciale o regionale ne’ alcuna carica in enti vigilati o partecipati da enti pubblici”. Spiccicato a quanto previsto da Monti nel suo decreto di giovedì scorso e presentato dallo stesso premier come una norma che potrebbe cambiare l’approccio della politica italiana in un’ottica anticasta. Peccato che il Professore sia arrivato con più di un anno di ritardo.

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I dubbi, allora, sull’utilità del decreto e sulle reali intenzioni di Mario Monti crescono. Partiamo proprio da questo secondo punto. Perché ricopiare pari pari una norma già esistente e spacciarla per un’intuizione geniale? Che il premier abbia – checché se ne dica – mire politiche ben precise non è più un mistero. Forte dell’appoggio centrista di Casini, Fini e Montezemolo potrebbe cercare di prendere voti anche da quella grande fetta di insofferenti alla politica.

Sulla reale utilità del decreto, la questione è decisamente più problematica. Come detto, infatti, per far scattare l’incandidabilità (tanto nella prima versione del decreto del 2011, quanto nella versione fotocopia a firma Monti) è necessaria la condanna della Corte dei Conti – anche in primo grado –  “per dolo o colpa grave”. Finora non è mai successo. Eppure ci sarebbero stati gli estremi per condannare amministrazioni comunali in giro per tutta l’Italia. È la stessa Corte a rivelarlo in un rapporto dello scorso 25 luglio sulla “sulla gestione finanziaria degli enti locali” per il biennio 2010 – 2011: 496 pagine in cui vengono analizzate tutte le entrate e tutte le uscite di regioni, province, comuni e comunità montane.

Come si evince dalla relazione, fino a pochi anni fa (alla legge del 27 dicembre 2002, n. 289) era finanche conveniente andare in dissesto: a pagare era lo Stato. Il governo centrale concedeva alle amministrazioni i soldi necessari per risanarsi e via da capo. Dal 2002, però, si è capito che il giochino non poteva andare avanti e allora si è stabilito che le amministrazioni che sarebbero cadute in dissesto, si sarebbero dovute rialzare con le proprie gambe. Come? Ovviamente prendendo soldi dalle tasche dei cittadini istituendo nuove tasse o alzando quelle esistenti. Da allora – scrive la Corte – “sindaci e presidenti di provincia” sono stati “meno propensi a dichiarare lo stato di dissesto”. E infatti. Da quando esiste la legge (1989) i comuni che hanno dichiarato fallimento sono stati ben 461 (solo in Calabria 131). E se il primo anno c’è stato un boom (nel 1989 sono stati ben 125 comuni), da quando a pagare non è più lo Stato centrale, nessuno riconosce più che le proprie casse sono vuote (nel 2007, addirittura, solo un comune ha riconosciuto il proprio dissesto).

Con la crisi, però, le cifre sono tornate a crescere. Ad oggi, infatti, i comuni in grave dissesto finanziario sono ben 37 (ben due capoluoghi: Alessandria e Caserta). Dodici in Campania, nove in Calabria, sette nel Lazio, addirittura tre in Molise. Un comune in Sicilia, Piemonte, Lombardia, Liguria, Toscana e Abruzzo. Ecco, allora, che torniamo all’utilità della legge: qualcuno di questi amministratori è stato ostracizzato dalla politica? Assolutamente no. Il motivo è presto detto: nessuno di questi è stato – ancora – condannato dalla Corte per dolo o colpa grave. Nonostante in alcuni casi le prove siano più che evidenti. Prendiamo il caso di Caserta. Il 24 ottobre 2011 è stato dichiarato dal Consiglio comunale il dissesto finanziaria dell’ente per: ricorso costante all’anticipazione di cassa nella misura massima consentita dalla legge; livello di indebitamento superiore al 200% delle entrate correnti; ingenti debiti fuori bilancio; elevata consistenza di residui passivi, per oltre 162 milioni di euro, e di residui attivi di difficile esazione e di remota origine per oltre 157 milioni di euro; – blocco totale dei pagamenti agli appaltatori di servizi e forniture essenziali per energia, telefonia, servizio di mensa scolastica. Totale: disavanzo di oltre 3 milioni di euro (38 euro per abitante) dal rendiconto 2010.

In alcune circostanze la vicenda raggiunge livelli incredibili. È il caso di un altro comune campano, quello di Casal Di Principe. Nella seduta del 28 settembre 2011, i debiti fuori bilancio accertati hanno raggiunto una cifra astronomica: 16 milioni di euro (oltre 780 euro per abitante). Com’è possibile che nessuno si sia mai accorto di niente? Semplice. Dal comune nessuno mai ha rendicontato nulla. Scrive a tal proposito la Corte: “la Sezione di controllo della Corte dei conti per la Regione Campania non ha potuto esaminare i rendiconti 2005-2006-2009-2010, né i bilanci di previsione 2009-2010 e 2011, in quanto l’ente non li ha inviati e l’organo di revisione dei conti non ha fornito relazioni sui predetti documenti”.

Ecco perché, dunque, ricopiare una legge già in vigore da un anno non basta per poter dire che il governo Monti si sia mosso (e bene) in funzione anticasta. I numeri e i fatti parlano chiaro. E i fatti dicono che fino ad ora nessuno ha pagato.

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