DDL ANTICORRUZIONE/ Di Pietro in trincea: la “non candidabilità dei condannati”? Una bufala. Ecco tutte le bugie del governo

L’articolo 10 del ddl – quello sulla incandidabilità dei condannati – è passato con maggioranza bulgara. Pd, Pdl e Udc hanno approvato in massa garantendo fiducia al Governo, autocelebrandosi: quest’articolo – dicono – è un freno alla corruzione dilagante e, come ha detto l’Onorevole Mantini (Udc) nel suo intervento, “recepisce quanto detto pochi giorni fa dalla Corte dei Conti”. Bufale su bufale. L’articolo, infatti, prevede una “non candidabilità” dei condannati solo temporanea (come può un condannato per mafia amministrare la cosa pubblica anche se passano anni dalla sua condanna?) e, soprattutto, prevede una delega di un anno. Dunque per la prossima legislatura porte aperte – ancora una volta – ai condannati in Parlamento.

di Carmine Gazzanni

di-pietro_in_trinceaCome sempre dietro c’è il trucco. L’articolo 10 del ddl anticorruzione è stato appena approvato: 461 sì, 75 no e 7 astenuti. Non sono mancate le sorprese. Futuro e Libertà, ad esempio, ha deciso di astenersi per la presenza di un comma che –come vedremo – garantisce ai condannati di poter accedere alle istituzioni per i prossimi dodici mesi. Ma anche l’intervento del Pdl è stato molto critico, soprattutto sull’opportunità del voto di fiducia che, come sempre in questi casi, pregiudica la normale discussione nelle aule parlamentari. Non solo. Al termine delle dichiarazioni ha preso la parola Alessandra Mussolini che, con parole forti, ha accusato il governo di “non aver fatto niente fino ad ora” ed ha annunciato il suo voto contrario.

Nonostante questo, però, la fiducia è arrivata, garantita da Pd e Udc che, nei loro interventi in Aula, si sono vantati di aver approvato una norma coi controfiocchi, una norma che ha il merito – hanno detto tutti in coro – di contrastare la dilagante corruzione nella politica italiana. Pierluigi Mantini, addirittura, nel suo intervento ha citato la relazione di pochi giorni fa della Corte dei Conti: secondo l’Onorevole Udc l’articolo 10 recepirebbe in toto quanto denunciato dalla Corte. Poi è toccato al Partito Democratico con Oriano Giovanelli: “la norma è da approvare – ha detto – perché altrimenti la corruzione ci sfuggirebbe dalle mani”.

Balle. A leggere attentamente quanto previsto dall’articolo 10, infatti, si rimane assolutamente basiti per alcune incongruenze con quanto dichiarato dall’anomala maggioranza targata ABC e dall’esecutivo stesso. Ma andiamo con ordine. Al comma uno dell’articolo, infatti, si definisce certamente la “incandidabilità alla carica di membro del Parlamento europeo, di deputato e di senatore della Repubblica, di incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali” per i condannati in via definitiva per reati gravi (terrorismo, mafia e reati contro la cosa pubblica). Ma attenzione. Sempre nel comma uno si specifica che ciò varrà “entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge”.

Cosa vuol dire questo? Semplice: alle prossime politiche le porte del Parlamento (e non solo del Parlamento) resteranno spalancate per i tanti e tanti condannati che anche oggi sono presenti nelle nostre istituzioni. Eppure, denuncia ad esempio l’Onorevole Favia (Idv), “c’ era stato parere favorevole in commissione ad accorciare questa delega da un anno a sei mesi”. Niente da fare. Il governo non ha recepito l’emendamento Idv. I motivi? Restano oscuri. Fatto sta per un anno nulla cambierà nelle Aule parlamentari e dei consigli regionali, provinciali e comunali. Non a caso, oltre a Idv e Lega, anche Fli ha criticato l’esecutivo. Ma – ça va sans dire – in maniera flebile, astenendosi dal voto.

Ma non finisce qui. Andiamo avanti. Altro incomprensibile comma è il secondo. In un passaggio, infatti, si legge che ci si impegna a “prevedere che non siano temporaneamente candidabili a deputati o a senatori coloro che abbiano riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione”. Esattamente: temporaneamente. Come denunciato da Favia, infatti, “la temporaneità deve uscire dai criteri di questa delega”. Ammettiamo infatti che un condannato in via definitiva per reati gravi come quello di mafia, voglia un giorno, a distanza di anni, intraprendere la strada politica. Sarà assolutamente libero di farlo.

Ma i limiti non finiscono certamente qui. A cominciare dal fatto che i condannati in primo e secondo grado anche per reati gravissimi saranno liberi di accedere alle istituzioni. Con conseguenze imbarazzanti: un emendamento (il 4-0600) infatti prevede che chi è condannato in primo grado non possa fare il dirigente pubblico. Con quest’articolo appena approvato, però, si arriva al paradosso: non potrà essere dirigente pubblico, ma tranquillamente potrà fare l’amministratore pubblico. Insomma, un tantino (si fa per dire) di spaventosa incoerenza.

Non solo. Contrariamente a quanto promesso in un primo tempo dall’esecutivo, non è stata nemmeno recepito il codice etico approvato dalla direzione antimafia, che, dunque, resta lettera morta.

Tante belle parole. Ma i fatti stanno a zero. Come sempre.

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