DDL ANTICORRUZIONE/ Corruzione, incandidabilità, arbitrati. Ecco tutte le bufale della casta

Cancellato il reato di concussione per induzione, reato madre di Tangentopoli. Omertà processuale garantita da tale abrogazione. Delega di un anno per la “non candidabilità” dei condannati (porte aperte, dunque, ai condannati per la prossima legislatura). E, infine, la stessa “non candidabilità” solo temporanea. Senza dimenticare le false modifiche (come nel caso degli arbitrati) e i paradossi. Ecco i punti, uno per uno, che non convincono del ddl anticorruzione. Ma Colle, esecutivo, Pd e Udc premono per un’approvazione lampo.

 

di Carmine Gazzanni

dIl ddl anticorruzione prima di tutto. Prima anche della riforma elettorale. Tutti d’accordo. Da Mario Monti a Paola Severino. Fino a Giorgio Napolitano, il quale, solo pochi giorni fa, ha richiamato proprio l’esecutivo: bisogna approvare il ddl per “rafforzare le norme anticorruzione”, ha fatto sapere il Quirinale. Tanto che Palazzo Chigi ha già avvertito il Senato: non saremo disposti ad accettare veti e ritardi. Un monito, questo, rivolto soprattutto al Pdl. Il partito di Alfano, infatti, vorrebbe barattare l’approvazione del ddl con l’approvazione di altre due norme care agli uomini di Berlusconi: intercettazioni e separazione delle carriere. Difficile – soprattutto per una questione di tempi – che alla fine si riesca nel do ut des. Più probabile, invece, che anche il Pdl si pieghi al volere di Monti, già pienamente appoggiato dagli altri due partiti di maggioranza, Pd e Udc.

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I problemi, però, restano e non sono affatto secondari. Se il ddl dovesse passare anche al Senato (dopo l’approvazione alla Camera dopo ben tre voti di fiducia), entrerebbero in vigore norme che, più che contrastare la corruzione, a conti fatti la agevolerebbero ed altre che soltanto teoricamente segnerebbero un passo in avanti. Analizziamo allora, punto per punto, tutto ciò che non convince del ddl.

CANCELLATA LA CONCUSSIONE PER INDUZIONE, IL REATO MADRE DI TANGENTOPOLI – L’articolo 19 del ddl in corso di esame in Commissione al Senato recita: “Modifiche al codice penale”. Tra le norme ritoccate troviamo anche il reato di concussione per induzione (art. cod.pen. 317), uno dei reati madre della stagione di Tangentopoli. E non solo di Tangentopoli: gran parte dei reati che coinvolgono la pubblica amministrazione sono di questo tipo. Cerchiamo di chiarire di cosa stiamo parlando. Il concussore può agire in due diversi modi: attraverso la costrizione (la violenza) o, appunto, l’induzione. Nel primo caso il concussore dice alla vittima che se non seguirà le sue richieste potrà subire un male di qualche tipo; nel secondo caso invece, la sopraffazione è più sottile e mira a creare uno stato di soggezione: non ti dico le cose esplicitamente, ma faccio allusioni e uso altri sistemi per farti capire che se non asseconderai le mie richieste avrai degli svantaggi. È ovvio, dunque, che i reati che coinvolgono amministratori, funzionari pubblici o politici appartengono al secondo tipo: non ricorrono all’uso della violenza, ma inducono la parte debole, attraverso un atteggiamento attivo o omissivo, a pagare tangente. Ebbene, questo articolo del codice penale – fondamentale, come abbiamo visto – è stato, nei fatti, abrogato. Facile rendersene conto mettendo a confronto – chiunque può farlo – l’articolo originale con quanto stabilito nel ddl: sembrerebbe tutto uguale, tutto rimasto invariato. Ma in realtà non è così. Se nell’articolo 317 del codice penale leggiamo che verrà punito “il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe o induce (costrizione e induzione, ndr) taluno a dare o a promettere indebitamente”, nella riformulazione fatta dal ddl invece si legge che verrà punito “il pubblico ufficiale che, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, costringe taluno a dare o a promettere indebitamente”. L’induzione non è contemplata. Scomparsa. Il motivo? Nessuno, nei fatti, l’ha spiegato. Fatto sta che, per molti amministratori corrotti, sarà un incentivo.

NESSUNA DIFFERENZA TRA CONCUSSORE E CONCUSSO. CHI DENUNCERÀORA IL REATO? – Ragioniamo. Oggi, con il reato di concussione per induzione, viene ovviamente a crearsi un distinguo tra concussore e concusso: uno carnefice, l’altro vittima in quanto – come abbiamo visto – indotto. Quest’ultimo, in quanto tale, non è punito penalmente e, dunque, ha tutto il vantaggio di denunciare il reato. Se il ddl dovesse diventare legge, invece, questo distinguo non verrebbe più a sussistere (conseguenza inevitabile dato che viene meno l’induzione stessa). Così come concepito, in altre parole, l’articolo prevede che non ci sia più alcuna distinzione tra corrotto e corruttore: il “concusso” da vittima diventa “concorrente nel reato”, quindi punibile. Questo vuol dire che i due saranno messi sulla stessa bilancia, sia chi dà sia chi riceve. Con l’ovvia conseguenza che in questo modo verrà garantita l’omertà processale: chi sarà indotto a pagare tangente non sporgerà più denuncia perché rischierebbe anche lui.

Capiamo il perché tramite un esempio. Un imprenditore, vivendo in un determinato quadro ambientale, sarà indotto (appunto la concussione per induzione) a pagare per ottenere un appalto da un amministratore, senza che questi lo minacci nel concreto (come avveniva durante Tangentopoli). Fino ad oggi il suddetto imprenditore, poiché appunto indotto, non aveva responsabilità: nei fatti si è trovato costretto. Oggi non sarà più così. “Si troverà ad essere cornuto e mazziato”, come denunciato più volte da Antonio Di Pietro, l’unico in Parlamento che ha sollevato il caso. Proprio perché risponderà dello stesso reato del suo corruttore. Con il risultato scontato, dunque, che nessun imprenditore indotto denuncerà più alcunché. In pratica, un invito all’omertà.

NON CANDIDABILITÀ DEI CONDANNATI? SÌ, MA NON PER LA PROSSIMA LEGISLATURA – Al comma uno dell’articolo 17 del ddl si definisce la “incandidabilità alla carica di membro del Parlamento europeo, di deputato e di senatore della Repubblica, di incandidabilità alle elezioni regionali, provinciali, comunali e circoscrizionali” per i condannati in via definitiva per reati gravi (terrorismo, mafia e reati contro la cosa pubblica). Peccato, però, che la norma non sia stata concepita per avere effetto immediato, ma – si legge – “il Governo è delegato ad adottare entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge un decreto legislativo”. Scadenza tra un anno, insomma (nonostante siano stati presentati emendamenti per accorciare i tempi). Ergo: porte aperte ai condannati in via definitiva per la prossima legislatura.

I CONDANNATI FUORI DALLE ISTITUZIONI. PER QUANTO TEMPO? BOH! – Altro incomprensibile comma è il secondo. In un passaggio, infatti, si legge che ci si impegna a “prevedere che non siano temporaneamente candidabili a deputati o a senatori coloro che abbiano riportato condanne definitive a pene superiori a due anni di reclusione”. Esattamente: temporaneamente. Come denunciato ancora da Idv in più occasioni, la temporaneità dovrebbe uscire dai criteri di questa delega. Ammettiamo infatti che un condannato in via definitiva per reati gravi come quello di mafia, voglia un giorno, a distanza di anni, intraprendere la strada politica. Cosa succederà? Potrà farlo? Non potrà? Nel ddl non è specificato. Si rimane sul vago: temporaneamente.

IL PARADOSSO DEI CONDANNATI IN PRIMO E SECONDO GRADO: FUORI DALLE COMMISSIONI, DENTRO AL PARLAMENTO Il ddl parla chiaro: fuori dal Parlamento soltanto i condannati passati in giudicato. Per tutti gli altri porte aperte. La norma, condivisibile o meno a seconda delle posizioni, cozza incredibilmente con un’altra che invece sbatte fuori dagli incarichi dirigenziali anche i condannati in primo e secondo grado per reati gravissimi. Articolo 8 comma 5: “Coloro che sono stati condannati, anche con sentenza non passata in giudicato” non possono far parte di “commissioni per l’accesso o la selezione a pubblici impieghi”, nè possono entrare in “uffici preposti alla gestione di risorse finanziarie”. Tutto giusto. Peccato, però, che – come detto – gli stessi potranno aspirare a Montecitorio o a Palazzo Madama. Non potranno essere dirigenti pubblici, ma potranno essere amministratori pubblici. Non è una contraddizione in termini?

ARBITRATI: NON CAMBIA NULLA. NESSUN TETTO E ACCESSO ANCHE AI PRIVATI – Della questione degli arbitrati ci siamo occupati già a suo tempo. Partiamo dal ricapitolare, a grandi linee, cosa sia un arbitrato: è, in pratica, un metodo alternativo di risoluzione delle controversie civili e commerciali tra privati e pubblica amministrazione senza ricorrere ad un procedimento giudiziario, evitando in questo modo i tempi lunghi (e le spese) dei tribunali italiani. A decidere le sorti delle due parti in causa, fino ad oggi, sono stati, nella stragrande maggioranza dei casi, i privati. Spesso giudici (contabili o amministrativi) o avvocati. Un affare per questi ultimi: gli ultimi dati forniti dall’Autorità per la Vigilanza degli Appalti Pubblici parlano di un guadagno complessivo che si aggira intorno ai 50 milioni di euro. E, se ad arricchirsi sono i privati, a rimetterci (quasi sempre) è la pubblica amministrazione. I dati 2008, infatti, parlano di uno Stato soccombente nel 94% dei casi totali (136) e una spesa aggiuntiva di circa 414 milioni di euro. Sembrerebbe che qualcosa si sia fatto, dato che l’articolo tre del ddl stabilisce, ad una lettura superficiale, che l’arbitro, nel caso di una controversia che riguardi la pubblica amministrazione, sarà scelto tra i dirigenti pubblici e non tra i privati. Peccato, però, che nel testo ci sia un avverbio che, nei fatti, lascia tutto invariato: “L’arbitro individuato dalla pubblica amministrazione – si legge – è scelto preferibilmente tra i dirigenti pubblici”. Esatto: preferibilmente. Il che significa che nessuno impedirà ad un’amministrazione di nominare un privato come arbitro. Ci si chiederà: beh, cosa cambia? Presto detto: mentre per la pubblica amministrazione in caso di arbitrato si fissa, tramite delibera, un tetto per il compenso, questo non è possibile nel caso arbitro sia un privato.

Nei fatti, nessuna sostanziale modifica dunque. Sebbene gli emendamenti in tal senso siano stati presentati. L’onorevole Francesco Paolo Sisto (Pdl) infatti aveva chiesto di togliere l’avverbio “preferibilmente” e, soprattutto, di stabilire un tetto massimo per gli stipendi degli arbitri a dieci mila euro. Due emendamenti che sono stati bocciati da Pd, Udc e Pdl (favorevoli – ça va sans dire – solo Lega e Idv).

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