CRISI ECONOMICA/ Zarathustra danza nella piazza del mercato

di Gaetano Cellura

Altro che decreti “salva Italia” e “cresci Italia” con annesse liberalizzazioni selvagge. Altro che fase uno e fase due della manovra. Qui non si salva nessuno. E i sacrifici imposti dai bocconiani al paese, il rigore del governo Monti nei confronti dei più deboli – lavoratori dipendenti e pensionati – rischiano pure di risultare inutili. Perché farli se poi non si esce lo stesso dalla recessione, si diventa più poveri di prima e cresce il divario tra i prezzi e il potere d’acquisto di salari e pensioni?

crisi_economica_2011_nuovi_poveriE a chi giovano in realtà i sacrifici degli italiani se i primi a farli non ne traggono alcun utile, né immediato né futuro, e vedono anzi peggiorata la propria condizione di vita? Comincia a prendere piede in ognuno di noi l’idea d’essere finiti in una “truffa” mondiale. Giocati e ingannati dai soliti speculatori di professione: in Italia, in Europa e nel mondo. Dai soliti pochi – in Italia sono appena il dieci per cento della popolazione e nel mondo solo il venti – che detengono rispettivamente il sessantacinque e l’ottanta per cento della ricchezza nazionale e mondiale. Dimostrando, se ce fosse bisogno, che la disuguaglianza sociale è il vero grande problema di oggigiorno.

Fa bene l’economista Guido Viale a rinfrescarci la memoria tracciando un quadro generale della crisi a partire dagli anni ottanta e fino ai titoli tossici che quattro anni fa l’hanno fatta esplodere: dal pensiero unico neoliberista  che produce dal primo momento “un immane trasferimento di ricchezza dal lavoro al capitale”, per approdare alla finanza senza regole di oggi, priva di governo politico.

Lucio Pastore ne ha già parlato sull’Infiltrato, e il suo ragionamento fa da pungolo e va ripreso. I capitali in libera circolazione, tutta questa nuova mole di denaro solo in minima parte è stata investita in attività produttive; il grosso ha alimentato i mercati finanziari, moltiplicandosi e rendendone i valori in circolazione “da dieci a venti volte maggiori del Pil mondiale” stimato all’incirca 75 mila miliardi di dollari. Fa bene una autorevole editorialista a ricordarci che una ancora più lunga fase storica si è conclusa: quella iniziata con la Rivoluzione Industriale. E fa bene Corrado Ocone (Il Riformista del 10 dicembre 2011) a spiegarci che al contempo anche le dottrine filosofiche – illuminismo, idealismo e marxismo che avevano la pretesa “di dare un senso unitario alla realtà” – hanno   lasciato definitivamente il posto alla nicciana immagine di Zarathustra danzante sulla piazza del Mercato.

Ma in che cosa siamo stati ingannati? Chi specula sui nostri (forse inutili) sacrifici per pagare il costo insopportabile della crisi? A ingannarci è l’assenza di una nuova idea di crescita. Con la Rivoluzione Industriale – momento di rottura di un’epoca, di passaggio da un’epoca all’altra – era sulla borghesia come classe emergente, sulla sua intraprendenza  che veniva riposto ogni orizzonte di miglioramento economico e di sviluppo moderno. Oggi niente spinge ancora il mondo su produzioni future –  nuove e alternative alle attuali. Postmodernismo in filosofia e neoliberismo in economia coincidono nell’ultimo trentennio nel segno di un nuovo processo storico e politico che antepone l’individuo alla società, i mercati alla politica.

E questo può rivelarsi un altro inganno: ai danni del modello di democrazia  e di diritti che abbiamo conosciuto e difeso. Infine c’è il vero grande inganno: quello che nasconde l’attacco allo stato sociale. Sapete perché ci chiedono sacrifici che ci hanno ridotto in  povertà? E perché saremo costretti ad assistere ancora per lungo tempo alla danza gioiosa di Zarathustra? Sapete perché non riformano la Bce lasciandola nell’impossibilità di soccorrere gli Stati dell’Ue in difficoltà? Perché la grande finanza che governa il mondo in luogo della politica, e lo affama, teme che una Bce riformata non faccia più da argine alle rivendicazioni dei lavoratori e al sostegno dispendioso del welfare. Siamo già nella post-democrazia, nell’era in cui la democrazia è soltanto una questione di rating.

Ci chiedono sacrifici, affamano lavoratori e pensionati, e le categorie rappresentate dai “Forconi”; ci parlano, Monti e i suoi ministri, di una crescita prossima ventura: ma abbiamo capito, tutti quelli che avvertono nella carne indifesa i morsi della crisi hanno capito, che non dicono la verità. Come possiamo crescere se in Italia il debito pubblico è di 1900 miliardi e se saremo costretti a pagare il prossimo anno, a causa dell’aumento dello spread, più dei 70 miliardi di interessi pagati quest’anno? Come possiamo crescere se in Italia c’è un’evasione fiscale di 120 miliardi?  È tutto qui, nell’evasione fiscale che non si riesce o non si vuole colpire, il debito italiano che i bocconiani al governo e l’Unione europea ci chiedono di ripianare. Ma come, con i pochi miliardi ricavati dall’aumento dell’età pensionabile e dai tagli a sanità, scuola, servizi pubblici? Guido Viale è categorico: l’impresa dei bocconiani  è destinata al fallimento. E un fallimento che ha comportato sacrifici enormi, maggiori tasse per lavoratori, imprese e categorie produttive, nonché disuguaglianze sociali più marcate, comincia ad avere il sapore della “truffa”.  

E per almeno due motivi. Perché non è stato effettuato un inventario del debito italiano, cui si fa fronte con una crescita del Pil, cioè con obiettivi che impongono (in un momento peraltro di recessione mondiale) ritmi di crescita di tipo cinese e una riforma del mercato del lavoro sul modello Pomigliano. E perché nemmeno loro, quelli che ne parlano, gli economisti che niente ancora hanno capito ma impongono i sacrifici, nemmeno loro prevedono alcuna crescita. E allora è giusto da parte nostra, per non continuare a essere truffati, a sentire le nostre tasche sempre più leggere, a vederle sempre più vuote, conoscere la verità. Pretenderla. Come cittadini di questo paese e come cittadini potenziali di un’entità politica più grande, sovranazionale, che corre il rischio di andare in fumo prim’ancora di nascere, viste le premesse e le divisioni tra gli Stati-nazione che dovrebbero esserne l’architrave.

Voi volete conservare una comunità europea, – disse Tunda – ma dovreste prima crearla. Questa comunità non esiste, altrimenti già saprebbe conservarsi da sola. Che sia possibile, in genere, creare qualcosa, mi pare già molto discutibile” (Joseph Roth, Fuga senza fine). Lo scrittore austriaco scrisse queste cose nel 1927, ma suonano ancora attuali. È di verità e di una diversa progettazione del futuro, signori dell’economia, signori bocconiani del governo, che abbiamo bisogno. Non di inganni e truffe. Non di sacrifici fatti per nulla. Ma di lavori utili in un futuro sostenibile. Lavori che puntino sulla biodiversità, le energie rinnovabili, il clima e l’ambiente; su mezzi di trasporto comuni più che individuali, sul’edilizia popolare, i nuovi saperi, il diritto di cittadinanza a quella grande risorsa umana costituita dagli immigrati, e sulla fine del precariato eletto a sistema. Insomma, più che di promesse di crescita difficile da venire, è di una vita dignitosa nella lunga recessione che abbiamo bisogno.

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