CRISI/ Come cambiano i consumi degli italiani: tra voglia di vintage e biologico

Farina, uova, burro e prodotti biologici sono gli alimenti di cui è aumentato il consumo nell’ultimo anno. Lo certifica la Coldiretti, secondo cui mangiare sano aiuta (anche) il portafogli a rendere più sostenibile il momento di crisi economica. C’è però chi, per questioni di tempo o altro, continua a “investire” nel cibo spazzatura, che – per fortuna o purtroppo – permette ancora di risparmiare il 40% rispetto ad altri prodotti alimentari.

 

di Viviana Pizzi

La crisi non accenna a diminuire ma la voglia degli italiani di cercare di mantenere lo stesso tenore di vita di qualche anno fa è forte. Non siamo più davanti al popolo del dopoguerra che si accontentava di un solo cappotto che passava dal figlio maggiore al minore oppure di sedersi a tavola una volta al giorno alle 15.30 di pomeriggio e mangiare quel piatto di pasta da 100 grammi ciascuno per il quale bisognava acquistare soltanto il pacco da mezzo chilo (in una famiglia di 5 persone) e una scatola di pelati per assicurarsi il cosiddetto sugo finto. Nella Napoli di sessanta anni fa, quella prima del boom economico, si viveva anche così con un vestito da lavare la sera per indossare nuovamente pulito al mattino e con un piatto di spaghetti alla pummarola al giorno.

Ora però dopo aver conosciuto i consumi boom degli anni 80 gli italiani, nonostante la crisi incalzi, non vogliono assolutamente ritornare a quei livelli. Vorrebbero continuare a mangiare in abbondanza e continuare a vestirsi cambiando di frequente i propri abiti. Non si può comunque farlo continuando a spendere gli stessi soldi di una volta. Nel settore alimentare il paradosso: da un lato si sceglie di tornare al fai da te, dall’altro chi lavora troppo e guadagna poco invece sceglie gli alimenti spazzatura.

 

DOLCI E PASTA COME UNA VOLTA?

Natale e Carnevale trenta anni fa significavano panettoni confezionati e chiacchiere comprate nelle pasticcerie migliori delle città. Ora con la disoccupazione che aumenta e la capacità di acquisto che diminuisce vertiginosamente chi resta in casa ritorna al cosiddetto “fai da te”. E i propri figli mangiano nuovamente i ciambelloni della mamma o della nonna, la pasta fresca fatta in casa e in alcuni casi anche il pane cotto nei forni a legna di chi ha ancora una campagna per cuocerlo.

Di conseguenza ci sono prodotti che, nonostante la crisi si faccia sempre più pesante, vengono acquistati di più al supermercato e anche nei negozi di piccolo consumo (le classiche botteghe dei centri storici delle città).

Secondo una analisi della Coldiretti nell’anno appena trascorso (il 2012) ci siamo trovati di fronte a un vero boom degli acquisti di farina (+8%) rispetto al 2011, di uova (+6%), e di burro (+4%). Dati che vanno comunque in controtendenza paragonati al calo complessivo dell’1,5% degli alimentari in genere registrati nella grande distribuzione. Per i prodotti confezionati (di contraltare) il calo dei consumi è in sensibile diminuzione. Gli italiani in genere hanno speso 1,1 miliardi di euro in meno secondo i dati di Nielsen.

A cosa serve il ritorno al fai da te? Di certo a spendere meno in termini di alimentari. Un tema che si coniuga anche con una migliore alimentazione. L’aumento di acquisto di farina, uova e zucchero significa che in Italia, nonostante la crisi, si continuano a mangiare anche i dolci.

Coldiretti, insieme a Swg hanno anche controllato attraverso un sondaggio come vengono utilizzati gli alimenti comprati in aumento. Ne è venuto fuori un quadro interessante: un italiano su tre (il 33%) va meno a mangiare la pizza fuori e la prepara da solo a casa, il 19% confeziona il pane e il 18% ricorre spesso alla marmellata fatta in casa. Il 13% ha abbandonato l’uso di comprare la pasta confezionata e fa da se anche la pasta per la domenica e non solo. L’11% utilizza invece questi prodotti per i dolci. Un ritorno alle origini che dà speranza agli italiani che vogliono mangiare meglio e perché no anche ridurre la taglia dei propri vestiti.

 

PRODOTTI DELLA NATURA? AUMENTA IL CONSUMO DI ALIMENTI BIOLOGICI

Nonostante un calo dell’ 1% del consumo di alimentari è aumentato invece il consumo di prodotti biologici del 6,1%. Un fatturato che è aumentato passando da un miliardo di euro nel 2000 a un fatturato di oltre tre miliardo di euro attuali.  A dispetto della crisi le imprese legate al biologico sono cresciute dell’1,3%in un anno attestandosi sulle 48.296 unità

crisi_alimentare_fai_da_te_cibiNonostante la crisi – spiega Coldiretti – il bio è un settore nel quale nel nostro Paese si coltivano oltre un milione e 96 mila ettari coltivati”.

Una tendenza molto evidente al Nord Est dove aumentano del 14,2% e nel centro con un + 11%. L’aumento dipende proprio dalla crisi imperante e dagli aumenti di prezzo delle bevande analcoliche, i biscotti, i dolciumi e gli snack e in misura minore i derivati del latto Bio.

Chi è l’acquirente tipo dei prodotti biologici? E’ la classe economica medio alta, giovane, non numerosa e residente nella maggior parte dei casi al Nord.  Il 53,2% dei responsabili degli acquisti alimentari nelle famiglie ha comprato  nell’ultimo anno almeno un prodotto bio ma la percentuale sale al 71 per cento tra i laureati, al 64% tra chi ha un figlio con meno di 12 anni e rispettivamente al 69% e al 64% tra chi ha un reddito superiore ai 3550 euro e compreso tra i 2401 e i 3550, secondo un’ indagine Nomisma.

Nella top ten dei prodotti bio piu’ consumati si classifica,  la frutta e la verdura fresca, seguite da miele e marmellate, uova, yogurt, olio extravergine d’oliva, formaggi, succhi di frutta, biscotti e carne.

C’è un però ed è legato purtroppo a chi non ha ancora riscoperto questa voglia di prodotti di casa e biologici da mangiare.

 

CIBI CONFEZIONATI? CHI ACQUISTA PER RISPARMIARE LO FA IN MANIERA SCORRETTA

L’allarme viene lanciato dalla stessa Coldiretti. Chi non ha ancora deciso di tornare all’antico e confezionare i propri alimenti in casa continua a comprare nei supermercati.

Quali sono i cibi che vedono aumentate le proprie vendite? Proprio quelli meno salutari come snack, merendine e bevande zuccherate i cui consumi aumentano rispettivamente del 2, 2,5 e 2,8%  soprattutto nelle fasce d’età  dell’infanzia quando sarebbe importante educare i più piccini al mangiare sano. Purtroppo però il pesce, i cereali, la frutta fresca e la verdura sono i cibi che vengono acquistati sempre meno perché sono quelli più soggetti alla crisi di mercato con l’aumento vertiginoso dei prezzi quasi raddoppiati dal 2011 al 2012.

Dove trovare questi prodotti? Soprattutto negli hard discount che sono sempre più invasi dai clienti. In soli dodici mesi infatti la percentuale degli italiani che vanno a comprare proprio lì è aumentata del 20%. Più del 10% ormai li preferiscono ai supermercati tradizionali con l’incremento più evidenten nel mezzogiorno dove si passa dall’11,2% del 2010 al 13,1% del 2012 mentre la grande distribuzione scende dal 69 al 67%.

 

DISCOUNT: DOVE TUTTO COSTA MENO…

Recarsi negli hard discount significa diminuire del 40% la spesa mensile. Insomma è come se una famiglia monoreddito si trovasse magicamente con due stipendi da poter investire in alimentari.

E insieme alle persone con reddito basso vanno a spendere meno anche quelle che hanno un reddito medio alto. E’ proprio in questo tipo di negozi che aumenta l’acquisto di pasta che passa dal 10% al 12%. Al contrario del resto del mondo è proprio qui che aumentano i consumi di pesce  che passano dal 4% al 6% e di frutta e verdura dal 4,5% al 6.5%. In crescita anche l’acquisto di carne dal 5,8% al 7,7%. Si tratta di persone che vogliono continuare a mangiare determinate cose e lo fanno acquistandole a costi più bassi nei discount. Così da non rinunciare al piacere di mangiare carne e pesce ma facendolo a un costo meno elevato. Tutto ciò rispecchia la mentalità degli italiani che così facendo cercano di illudersi di vivere ancora nell’epoca del boom economico quando potevano comprare tutto ciò che volevano.

Quanto costano i prodotti nei discount? Mezzo chilo di pasta a 29 centesimi, un litro di latte a lunga conservazione a 49 centesimi, una bottiglia di passato di pomodoro a 39 centesimi. Con un euro e diciassette centesimi ecco la colazione e anche il pranzo. Se vuoi anche bere la birra basta aggiungere 29 centesimi e se si vuole anche la mozzarella acquistarne 600 grammi costa sue euro e nove centesimi. Così con tre euro e 49 centesimi si arriva al pranzo completo o addirittura anche a qualcosa per la cena.

Se non siamo ai livelli del pasto unico napoletano dei primi anni 50 poco ci manca. Gli italiani, che lo sanno, possono continuare a pensare che, almeno la spesa alimentare, si può continuare a fare anche guadagnando stipendi da fame.

 

AUMENTI SOLTANTO NEL SETTORE ALIMENTARE

Negli altri settori di spesa non si registra alcun tipo di aumento. L’abbigliamento è il settore dove si registra un maggiore calo arrivando a spendere il 16% in meno rispetto al 2011. Chi vuole comprare vestiti lo fa maggiormente negli outlet ma anche lì le vendite risultano in calo del 2% rispetto al 2011 rispetto alle grandi boutiques dove si perde anche il 30% dei clienti.

Nei trasporti il consumo cala del 5% mentre nell’acquisto di mobili ed elettrodomestici addirittura del 20%. Gli italiani rinunciano anche ai viaggi e ai beni materiali non di prima necessità come gli alimenti. Nel mangiare però si ci vuole ancora illudere che la crisi sia superabile. E quindi via all’acquisto di farina, uova, burro e prodotti biologici e ok anche alla spesa al discount. Risultato finale? Uno stipendio da 800 euro sembra essere da 1300 e si sorride di più nonostante il momento difficile.

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