COSTA CONCORDIA/ L’incidente, il mare e la lezione di Conrad e Melville

di Gaetano Cellura

Non so come si diventa comandanti di nave. Cosa si studia nelle scuole che li formano. So che, in queste scuole, dovrebbe essere obbligatoria – e sicuramente non lo è, nemmeno facoltativa – la lettura degli scrittori di mare: e di due in particolare. Melville e Conrad avrebbero reso più drammatica la conversazione (telefonica) tra l’Ufficiale della Guardia Costiera di Livorno e il Comandante della nave da crociera Concordia squarciata da uno scoglio, incagliata a poca distanza dall’isola del Giglio, piegata su un lato nel buio della notte e ora su quel lato adagiata.

costa-concordia-incidenteTutto il mondo guarda, con occhi esterrefatti, la scena del naufragio. La scena di un grattacielo galleggiante, di una nave di trecento metri finita su uno scoglio: più per imperizia umana che per destino avverso. Aveva, come tutti sappiamo, 4500 passeggeri a bordo. Messi in salvo tra mille difficoltà, senza un ben coordinato piano di soccorso e in una situazione di panico diffuso. Messi in salvo quasi tutti. Perché ci sono i morti, il cui numero sale man mano che vengono, tra i dispersi, intrappolati nelle cabine, ritrovati.

Se verranno confermate in giudizio le prove che al momento sembrano certe, uno come Schettino, comandante della Concordia, il capitano Achab non l’avrebbe arruolato nel suo equipaggio. E se l’avesse fatto, constatatene durante la navigazione le scarse qualità di marinaio, l’avrebbe buttato nell’oceano. Senza esitazioni. Non l’avrebbe ritenuto degno di dar la caccia a Moby Dick.

Ha commesso molti errori questo comandante. Errori maldestri. Errori imperdonabili e fatali. Così dicono quasi tutti, esperti di navigazione o semplici conoscitori di quel tratto di mare che si è tinto di tragedia in prossimità del Giglio. Pare che se ne tenessero lontani sia i traghetti che le piccole barche. Persino Giuliano Ferrara, che ogni sera ci ammannisce il suo pietismo da vescovo laico, il suo garantismo, ha dovuto ammettere con tristezza che Schettino l’ha proprio combinata grossa.

L’accusa che fa più impressione è quella dell’abbandono della nave nel momento del naufragio. Tutto gli si potrebbe perdonare, anche certe assurde leggerezze. Leggerezze che un uomo responsabile della vita di 4500 persone non può e non deve permettersi. Tutto forse gli si potrebbe perdonare, in nome della fallibilità umana o della pazzia d’un capriccio tra i più banali. Tutto, tranne l’abbandono della nave.

L’uomo che doveva sbarcare per ultimo, che avrebbe dovuto coordinare i soccorsi, infondere coraggio, sicurezza, speranza ai passeggeri e all’equipaggio, sbarca invece per primo, abbandona nave e vite umane. Se questa accusa verrà provata, allora credo che nell’animo di tutti, non solo di quanti sulla nave hanno patito l’inferno e dei familiari delle vittime di un naufragio tra i più assurdi, ci sarà posto per qualcosa di più dello sdegno e della riprovazione morale.

La conversazione tra il comandante della Guardia Costiera e il comandante della Concordia lontano dalla nave che affonda, la sua nave, ricorda per l’autorità (anche morale) mostrata dal primo, quella tra Achab e il suo subalterno Starbuck in Moby Dick.

“Tutto questo dramma è già scritto. Io e voi lo abbiamo recitato un miliardo d’anni prima che quest’oceano cominciasse a fluttuare. Insensato! Io sono l’esecutore del Destino. Agisco per ordini altrui. E voi badate, subalterno, di obbedire ai miei”. Siamo nella parte decisiva  del più grande romanzo di mare che sia mai stato scritto. Il capitano Achab sta per coronare il suo pazzo sogno, uccidere la balena sulla cui gobba si personificava, si accumulava la somma di tutti gli “elementi sottilmente diabolici della vita”, la rabbia e tutto l’odio sentito “dalla sua stirpe da Adamo in poi”, oppure morire.

Non c’è via di mezzo. C’è una ragione particolare per cui bisognerebbe rendere obbligatoria la lettura dei romanzi di Melville e di Conrad nelle scuole dove s’insegna l’arte della navigazione. Perché questi due grandi scrittori insegnano il senso della disciplina e del comando; del dovere e dell’onore. E il comando, la responsabilità del comando, su una nave o nella vita, la si apprende solo dopo aver oltrepassato la conradiana linea d’ombra. Quella linea di fronte a cui il comandante della Concordia  forse si è fermato.

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