CORRUZIONE/ La metà delle aziende italiane quotate in Borsa è sotto inchiesta: maglia nera in Europa

Singolare la tesi di Silvio Berlusconi: per trattare con certi regimi le tangenti sono inevitabili e sul caso Finmeccanica si stanno facendo moralismi assurdi. La colpa, dunque, è dei magistrati secondo il Cavaliere. La realtà è ben diversa. Secondo un rapporto stilato da Il Sole 24 Ore, metà delle aziende quotate a Piazza Affari, in termini di capitalizzazione, sono sotto inchiesta da parte delle procure di mezza Italia. Le società nel mirino della magistratura valgono qualcosa come 150 miliardi di euro. Da Mps a Unicredit, da Fondiaria Sai a Finmeccanica. Ecco spiegato, allora, perché l’Italia è il Paese più corrotto d’Europa dopo la Grecia e perché personaggi come Silvio Berlusconi ancora hanno credito.

 

di Carmine Gazzanni

Io ho fotografato la realtà globale esistente: nel mondo quando si tratta di Eni, Enel e Finmeccanica queste si devono adeguare alle condizioni di quei Paesi e quando si tratta in alcuni Paesi di regime bisogna adattarsi”. La “fotografia” di Silvio Berlusconi, probabilmente, è uscita un bel po’ sbiadita. Perlomeno si spera per lui. Sarebbe surreale, infatti, ch un candidato alla Presidenze del Consiglio – che peraltro è stato il protagonista della scena politica del ultimi venti anni – creda realmente che la “mazzetta” sia una sorta di atto dovuto se si ha a che fare con i “Paesi di regime”.

Eppure, nonostante l’assurdità del pensiero berlusconiano, è tutto vero. E c’è da giurarci che il Cav creda fino in fondo alle sue parole. Un modo, d’altronde, per lanciare un’atra bordata (l’ennesima) contro la magistratura: “Con questa magistratura che ha dimostrato autolesionismo assoluto – ha detto infatti il Cav – ci stiamo facendo fuori dal mondo, è una cosa di masochismo puro”. Altro che reati, insomma. Si tratta più semplicemente “di pagare una commissione perchè è una condizione di quel Paese. La tangente è un fenomeno che esiste ed è inutile negare questa condizione di necessità se si ha da trattare con qualche regime o paese del terzo mondo”.

Il pensiero berlusconiano è chiaro:  la tangente è “una condizione di necessità”, un atto dovuto appunto, un classico modus operandi se si tratta con “qualche regime”. Due piccole precisazioni. Uno. Il problema, se anche volessimo dar retta alla tesi strampalata di Berlusconi, si sposterebbe ma non si risolverebbe: se il problema è trattare con i Paesi di regime, nulla dice che sia obbligatorio farlo. Anzi, bisognerebbe impedire che una società pubblica come Finmeccanica tratticome Infiltrato.it ricordava iericon regimi come quello siriano di Assad. La questione, però è che – ed ecco la seconda precisazione – Silvio Berlusconi ha scambiato fischi per fiaschi, dato che l’India non è affatto un regime, ma una Repubblica parlamentare federale. Ovvio, con tutti i suoi difetti. Ma certamente imparagonabile con il clima di terrore impiantato dall’appena ricordato Assad. Basti pensare, d’altronde, anche al fatto che l’India, appena saputo dello scandalo tutto italiano, ha bloccato la commessa. Niente più accordo, dimostrandosi – se si vuole – più democratico del nostro stesso Paese. Verrebbe, infatti, da chiedersi se l’Italia si sarebbe comportata allo stesso modo se fosse stata dall’altro lato dell’accordo.

Insomma, per Berlusconi Giuseppe Orsi non avrebbe colpe. Anzi, è quasi vittima del sistema (poverino…): “Non sta a noi giudicare, questi sono moralismi assurdi, altrimenti non si fa l’imprenditore a livelli globali”. Poveri imprenditori mazzettari. Il punto, invece, è decisamente un altro. Come ricostruito ieri, infatti, stando alla testimonianza dell’ex Finmeccanica Lorenzo Borgogni, quella tangente sarebbe servita a Orsi anche “per soddisfare le esigenze dei partiti e in particolare della Lega Nord”. Tutt’altra musica, dunque, rispetto a quella cantata dal Cavaliere.

corruzione_italia_maglia_nera_borsa_italianaLa questione, allora, si sposta su un piano più radicale: perché alle parole  di Berlusconi, nessuno grido si è levato? Perché nessuno ha fatto notare (a cominciare dal suo stesso partito, per andare agli altri schieramenti politici e alla società civile) l’assurdità delle sue parole? Due le possibili risposte oggi in voga in Italia. Uno. Silvio Berlusconi ha ragione: colpa della magistratura politicizzata. Due. Si dirà: ma si sa, Silvio Berlusconi è così. Parla tanto per dar fiato alle trombe (dei suoi). Probabilmente questa seconda visione – tipica di chi vuole farsi scivolare tutto addosso, condannando solo superficialmente ma senza comprendere il reale peso delle parole – è ancora più pericolosa della prima. Il motivo è presto detto: la prima risposta è tipica dei berlusconiani, coloro che irrimediabilmente la pensano proprio come Silvio Berlusconi; la seconda, invece, troppo spesso la sentiamo da uomini di sinistra (cosiddetta sinistra), dagli avversari del Cavaliere stesso, dalla società civile. In pratica, da molti di coloro che, invece, dovrebbero farsi strenui difensori della moralità politica e sociale.

I sondaggi, invece, dicono altro. Il Pdl è rinato dopo il ritorno di Silvio Berlusconi: il Cavaliere è tenuto in forte conto da parte dell’elettorato italiano. Dunque? Che questa fetta di elettorato la pensa come lui? A questo punto è molto probabile. Ma allora non stupiamoci dei vari Giuseppe Orsi, Salvatore Ligresti, Gianluca Baldassarri o Angelo Rizzoli. Non possiamo stupirci, né indignarci: è inutile sbraitare quando il danno è già irrimediabilmente fatto. Se per venti anni si è permesso che fosse Silvio Berlusconi – un uomo che pensa sia legittimo pagare mazzette perché altrimenti “non si fa l’imprenditore a livelli globali” – a tenere le redini della politica italiana, questi sono i tristi risultati che poi si raccolgono.

Alcuni dati, a riguardo, sono stati raccolti da un rapporto de Il Sole 24 Ore realizzato incrociando i dati della Guardia di Finanza e della agenzia investigativa Kroll con le ultime cronache finanziarie. Il quadro che ne esce fuori è agghiacciante: le società nel mirino delle Procure valgono in Borsa qualcosa come 150 miliardi di euro. Metà del valore globale di Piazza Affari. Dato incredibile, insomma.

I casi, d’altronde, sono tanti. Il Monte dei Paschi ha praticamente nascosto titoli tossici come Santorini, Alexandria e Nota Italia senza che Bankitalia, Consob, revisori e sindaci ne fossero a conoscenza. Alla vicenda, però, si affianca anche il rischio – al vaglio della magistratura – che nell’acquisto di Antonveneta da Santander ci sia dietro una maxitangente. Mazzette al centro anche dello scandalo Finmeccanica. E poi il caso Fondiaria Sai, passata sotto la proprietà di Unipol, nel mirino della magistratura di due Procure (Roma e Torino) per vari reati tra cui ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e falso in bilancio. Spiccano, ancora, i casi di Impregilo (ipotesi di acquisto di concerto tra l’imprenditore Pietro Salini e il fondo Amber) e Bpm ( su cui è in corso una inchiesta della procura milanese sui passati vertici della banca); infine inchieste penali hanno toccato anche UniCredit (il caso Brontos) e Parmalat.

Accanto a tali scandali, poi, tutte le vicende più piccole che non saltano agli onori della cronaca. “Come dimostrano i dati della Guardia di Finanza – scrive infatti Morya Longoi casi di corruzione, concussione e reati finanziari sono in continuo aumento. Questo, si potrebbe obiettare, accade in tutto il mondo. Vero. Quello che contraddistingue l’Italia, però, è una certa assuefazione”. Basti pensare, ad esempio, che spesso nel resto del mondo le aziende incaricano addirittura società di investigazione per scoprire se i propri dipendenti le stiano frodando. In Italia questo non accade mai.

Il risultato è che oggi il Paese, secondo Transparency international, è il secondo più corrotto in Europa (dopo la Grecia) ed è al settantatreesimo posto al mondo, secondo la Banca mondiale, per la facilità di fare impresa.

Né potrebbe essere altrimenti. Se si continua a dar credito a chi ritiene che sia legittimo pagare le mazzette perché altrimenti l’imprenditore “globale” non lo fai.

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