COPPIE DI FATTO/ L’assurdo: i conviventi non hanno diritti. Ma quelli dei parlamentari si…

L’omofobia sembra essere uno spauracchio (quasi) per tutti. Appena si parla della necessità di una legge sul riconoscimento delle coppie di fatto, tutti a blaterare, a fare sofismi, a ricacciare mille e uno motivi per cui non converrebbe. Eppure – sebbene siano in pochi a saperlo – sono proprio questi stessi parlamentari che, per via di una legge del 1990, possono permettere anche alle loro conviventi (si badi: non mogli) una “assistenza sanitaria contributiva” che, tra le altre cose, prevede anche “cure termali”. Il paradosso dei paradossi. Si nega al popolo quello di cui in Parlamento si gode, in forma privilegiata, da ventidue anni a questa parte.

di Carmine Gazzanni

coppia-di-fatto1Niente da fare. Appena qualcuno apre bocca e fa presente che nel nostro Paese manca una legge che punisca l’omofobia, appena si tenta di ricordare che sarebbe doveroso per un Paese che si definisce di alta democrazia riconoscere le coppie di fatto, appena non si fa altro che cercare un progresso sociale e culturale, apriti cielo. Non c’è nulla da fare. Non si può. In Italia, perlomeno. Una legge che riconosca i diritti di coppie di fatto – siano esse etero o omosessuali – nel nostro Paese non è possibile. È impensabile.

E, purtroppo, non è un discorso (solo) di interessi. C’è dietro un problema di fondo, molto più difficile da scardinare: un problema culturale, di chiusura sociale che non accetta il diverso. O, meglio, non accetta colui che viene avvertito come diverso. Lasciamo perdere i sofismi, le teorie astruse, problemi infondati tirati in ballo ora dal politico di turno, ora dall’uomo di Chiesa (non tutti, per fortuna). Il fondo della questione è semplicemente questo: paura di doversi aprire all’altro, una paura medievale, atavica  e che, purtroppo, è ancora forte nella nostra classe politica.

Eppure un vulnus, più che evidente, è presente nel nostro codice penale. La legge penale italiana antidiscriminazione prevede, infatti, pene aggravate per crimini di odio basati sull’etnia, razza, nazionalità, lingua o religione, ma non tratta allo stesso modo quelli motivati da finalità di discriminazione per l’orientamento sessuale e l’identità di genere. Eppure lo scorso anno ci si era provato, ma è stato un buco nell’acqua. Il disegno di legge che avrebbe introdotto, appunto, l’aggravante dell’omofobia nei reati penali venne bocciata: 293 favorevoli alla bocciatura contro i 250 contrari. Determinanti, manco a dirlo, gli uomini di Casini.

Né si è fatto qualcosa per riconoscere le coppie di fatto. Un buco nel nostro ordinamento non da poco. Una legge che sarebbe necessaria non solo per le coppie omosessuali, ma anche per quelle etero. Alcuni esempi per capirci. Ora come ora non è possibile visitare il partner in ospedale senza il consenso di un familiare; non si può autorizzare un intervento medico, magari urgente e rischioso; non c’è alcun diritto al sostegno economico nel caso in cui la coppia si separi. Deficit giuridici che non sono da niente.

Ma ecco, allora, l’ipocrisia più sconcertante, più gretta. Gli unici a beneficiare di quanto negato a coniugi non sposati sono proprio loro, i parlamentari. Incredibile? Certo, ma è proprio così che stanno le cose. Una legge del 1990 (“Regolamento di assistenza sanitaria integrativa dei deputati”) infatti riconosce ai/alle ”conviventi” gli stessi diritti dei/delle “coniugi” per quanto riguarda la cosiddetta “mutua cassa”, ovvero il sistema sanitario integrativo di cui godono i parlamentari. Si legge nel regolamento: “I deputati […] possono estendere possono estendere l’iscrizione al sistema di assistenza sanitaria integrativa a […] convivente more-uxorio quando la convivenza perduri da almeno tre anni […] Il predetto limite temporale non è richiesto in caso di presenza di figli nati dalla convivenza”. Tutto chiaro: anche le semplici conviventi possono beneficiare del sistema d’assistenza integrativo.

Un sistema, peraltro, coi controfiocchi. Un altro dei tanti privilegi parlamentari. All’articolo 6, infatti, si specificano quali siano tutte le prestazioni che rientrano nell’assistenza sanitaria: “ricovero medico-chirurgico in ospedali o case di cura; parto; prestazioni odontoiatriche; protesi ed apparecchiature; interventi chirurgici presso ambulatori privati; patologia clinica; terapie psichiatriche”. E, ancora, “visite e controlli specialistici”. E poi anche “fisioterapia” e “cure termali”.

Insomma, quello che si dà al parlamentare in forma privilegiata, non è concesso al cittadino nel suo più semplice ordinario normativo. L’assurdo di un Paese chiamato Italia.

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