CONSULTAZIONI/ Le sette strade possibili, le più probabili e quelle meno. E perché

Cosa potrebbe accadere dopo le consultazioni di oggi al Quirinale? Ecco tutte le ipotesi in piedi e perché alcune sono più plausibili delle altre: dal governo esterno con Stefano Rodotà o Valerio Onida al “governo del presidente” con Pietro Grasso (e appoggio tacito del Pdl); dal governo Bersani con l’ausilio di Monti e Lega Nord ad un esecutivo sempre in mano al segretario Pd ma con ministri tutti esterni al partito (da Zagrebelsky a don Ciotti). Senza dimenticare, infine, le strade più remote (ma tutt’ora in piedi). A cominciare dalla possibilità che Napolitano allunghi il mandato a Mario Monti fino a prossime elezioni. O che si vada verso il governissimo Pd-Pdl.

 

di Carmine Gazzanni

Sono cominciate le consultazioni. Dopo che ieri sono saliti al Quirinale i Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso e le delegazioni di Sel e della squadra montiana, oggi sarà la volta dei partiti che contano e del cui parere necessariamente Giorgio Napolitano dovrà tener conto per la formazione del prossimo esecutivo: Movimento 5 Stelle (certa la presenza di Grillo, forse anche quella di Gianroberto Casaleggio, in qualità di cofondatore), Pdl e Lega.

E infine il Partito Democratico con Pier Luigi Bersani, atteso per le 18.30. Le prossime ore, dunque, saranno determinanti. Sul tavolo tante le possibilità. E nessuna apparentemente scontata o meno plausibile delle altre. Tanto che – da quanto si vocifera – il Presidente della Repubblica non dovrebbe nemmeno decidere immediatamente sul da farsi, ma rimandare il “responso” a venerdì sera o, anche, a sabato mattina.

Tutto dipenderà dalle proposte che gli avanzeranno prima Grillo, poi Berlusconi e infine e soprattutto Pier Luigi Bersani.

Ma analizziamo, allora, nel dettaglio tutte le ipotesi che restano in piedi cercando di capire le più probabili, le più condivise e quelle, invece, difficilmente concretizzabili.

Tante le strade al vaglio. Dal governo Pd sostenuto dai Cinque Stelle (Napolitano cercherà di convincere Grillo e i suoi ma, presumibilmente, invano) ad un esecutivo ancora con Monti fino ad arrivare alle urne, fino al governissimo Pd-Pdl. Queste ipotesi, però, sembrano di difficile applicazione.

consultazioni-man_2013_quirinaleAd oggi, alla vigilia della decisione di Napolitano, sembra più possibile un governo Bersani con ministeri affidati a esterni, a nomi di spiccato senso morale e civico sebbene di area Pd (costituzionalisti come Rodotà o Zagrebelsky, don Ciotti). In modo tale da mettere alle strette i Cinque Stelle.

Nell’ultimo periodo, però, hanno preso piede anche ulteriori due strade: governo completamente esterno (i nomi più gettonati per il premier sarebbero quelli di Rodotà e Onida) ma che segua la linea Pd, oppure un esecutivo “del presidente” retto da Pietro Grasso. In quest’ultimo caso è possibile che anche il Pdl dia il proprio assenso.


BERSANI PREMIER E APPOGGIO M5S SUGLI “OTTO PUNTI” – Tutti ricorderanno che, dopo solo un giorno dal risultato delle urne, Pier Luigi Bersani aprì ai Cinque Stelle dopo una campagna elettorale al vetriolo, con i cosiddetti “otto punti”: un governo di scopo che avrebbe avuto il compito di legiferare solo su alcune questioni (dalla legge elettorale al conflitto d’interessi, dal taglio ai costi della politica all’alleggerimento della pressione fiscale per le fasce più disagiate).

Oggi lo sappiamo bene: sebbene potesse essere un’ipotesi auspicabile – il motivo è presto detto: dietro la spinta di rinnovamento dei Cinque Stelle, il Partito Democratico avrebbe realmente potuto assicurare un cambiamento – oggi è molto improbabile che questo accada. Sin da subito, infatti, nonostante le riserve dimostrate da diversi attivisti, Beppe Grillo e la squadra dei cittadini-onorevoli hanno sempre affermato che non garantiranno mai un appoggio ad un governo dei democratici. Prova ne sia quanto accaduto solo pochi giorni fa con l’elezione della Boldrini e di Grasso.

Il Pd, proprio per ricevere appoggio anche dai Cinque Stelle, ha evitato di presentare esponenti di partito (Franceschini e Finocchiaro) e ha virato su personalità di spiccato valore. Nonostante questo, il M5S non si è piegato. Ed ha continuato sulla sua strada. E al Senato, se qualcuno ha ceduto, è stato subito richiamato dall’ex comico sul suo blog. D’altronde, e Grillo e i due capigruppo cinquestellati hanno parlato chiaro in queste ore: proporremo a Napolitano un governo del Movimento.

Insomma, quello che appare assodato è che Bersani non riceverà sostegno dai Cinque Stelle. A meno che – come vedremo – il segretario Pd non riesca a formare una squadra che metta alle strette anche gli uomini di Grillo. 


MONTI (ANCORA) PREMIER E RITORNO AL VOTO IMMEDIATO – E se a risiedere a Palazzo Chigi sia ancora Mario Monti? Impossibile, si dirà: il professore bocconiano ha ottenuto uno sterile dieci per cento alle consultazioni elettorali. Vero. Così com’è vero, però, che la situazione attuale rende il ritorno di Monti una delle soluzioni realmente al vaglio. 

Cerchiamo di capirci partendo proprio da quanto detto nel paragrafo precedente: Beppe Grillo ha detto no ad un governo Bersani. Sì, invece, al sistema Crocetta: si voterà legge per legge. Piccola precisazione che, forse, sarà sfuggita ai più (a cominciare dagli stessi attivisti): il Parlamento funziona un po’ diversamente rispetto ai consigli regionali dato che, prima di votare una qualsivoglia legge, dopo che i ministri hanno ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica, il governo deve ottenere la fiducia e alla Camera e al Senato.

Una sorta di fiducia preventiva, dunque, che anticipa ogni proposta di legge, ogni disegno di legge. Ergo: a cosa serve dire “votiamo legge per legge” se comunque non si può prescindere dal voto di fiducia?

 consultazioni_napolitano_consultazioni_1Nel caso dovesse accadere una cosa del genere, lo stallo sarebbe clamoroso dato che Napolitano non potrebbe comunque sciogliere le Camere siccome siamo nel cosiddetto “semestro bianco” previsto dall’articolo 88 della Costituzione (“Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tale facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato”).

Ecco perché, sebbene poco probabile (come vedremo, altre sono le strade per evitare il problema), è possibile che Giorgio Napolitano “allunghi” l’esecutivo targato Monti fino a prossime elezioni. Tesi abbastanza remota, come detto. Questo, però, spiegherebbe perché il Presidente della Repubblica abbia chiesto a Monti, quando era nell’aria una sua possibile elezione a capo di Palazzo Madama, di restare ancora a capo dell’esecutivo.

Segno, insomma, che questa strada è ancora al vaglio e non è stata completamente scartata. L’ipotesi, d’altronde, soddisferebbe anche il Pdl, altrimenti costretto al ruolo di opposizione (dopo il secco rifiuto dell’ipotesi governissimo). I democratici, invece, dopo la scottatura delle elezioni, non potrebbero far altro che accettare di raccogliere le briciole: caduta la possibilità di un esecutivo guidato da Bersani, l’unica sarebbe riaffidarsi a Monti e sperare che questi conservi alcuni ministeri – magari i più strategici – a uomini designati dai dem.


BERSANI PREMIER. MONTI E LEGA ALLE SPALLE (E NASCOSTI) – Il ritorno di Mario Monti, come detto, appare comunque poco probabile. Essenzialmente per un motivo: sarebbe come dire agli elettori “il vostro voto non conta niente. E in un periodo di disaffezione dalla politica avrebbe effetti disastrosi. Ecco perché, negli ultimi giorni, si stanno cercando altre strade che comunque consentano a Pier Luigi Bersani e al Pd di formare un governo.

Una – che molti sottovalutano ma che è tutt’altro che campata in aria – sarebbe quella di un governo dem appoggiato dal Terzo Polo e, in maniera più velata, dalla Lega Nord. Aperture nei giorni passati ci sono stati. E da Monti, e da Maroni. Il primo ha parlato più apertamente della necessità di un governo ampio. Il secondo, invece, ha parlato di un “aiutino”. Come dire: votiamo la fiducia a Bersani se riceverà la nomina, poi potremmo garantire un appoggio esterno.

Quest’ipotesi, però, potrebbe essere molto rischiosa e durare un battito di ciglia. Spieghiamo perché. Mentre per quanto riguarda Monti, l’appoggio ad un governo democratico sembrerebbe quasi naturale dopo l’esperienza del governo tecnico, per quanto riguarda la Lega il discorso si complica. Maroni, infatti, non può assolutamente inimicarsi gli alleati del Pdl. In gioco ci sono tutte le regioni governate dai padani proprio grazie all’appoggio e al sostegno degli uomini di Silvio Berlusconi. Cosa potrebbe accadere se Maroni assicurasse appoggio – seppur esterno – a Bersani? Che il Pdl ricatterebbe immediatamente la Lega, che certamente non rinuncerà ai propri fortini (soprattutto dopo la conquista della Lombardia). Ergo: il Pd si ritroverebbe senza più appoggio di Maroni. E al primo voto di fiducia Bersani cadrebbe.


IL DREAM TEAM DI BERSANI PER METTERE ALLE STRETTE MONTI E CINQUE STELLE – Quello che sembra ormai scontato è che Bersani, da Napolitano, se dovesse avanzare un esecutivo retto da lui, proporrà comunque nomi esterni alla politica e di elevato senso civico e morale. Insomma, la stessa logica (vincente) messa in campo per l’elezione dei Presidenti di Camera e Senato. I nomi in campo sarebbero quelli di Stefano Rodotà (dato anche come nome spendibile per il Quirinale), del ceo di Luxottica Andrea Guerra, di Carlo Petrini, patron di Slow Food. E, ancora, Don Ciotti e Giuseppe De Rita, ma anche Emma Bonino.

Zagrebelsky_gustavoE poi il costituzionalista Zagrebelsky, il cui nome sarebbe stato visto bene alla Giustizia. Nomi forti, insomma. Più che tecnici, personalità autorevoli dinanzi al cui spessore anche Monti e Grillo avrebbero difficoltà a dire di “no”. Perlomeno è una delle idee che balenano nella testa di Bersani. Anche questa strada, però, resta molto difficile. Il motivo va ritrovato nelle dichiarazioni di alcuni giorni fa dei capigruppo a Cinque Stelle: così come già aveva detto Grillo, il Movimento non appoggerà un governo retto dal Pd (dunque da Bersani). A prescindere da chi siano i ministri. In altre parole, se la logica messa in campo da Bersani potrebbe essere la stessa utilizzata per l’elezione della Boldrini e di Grasso, anche quella del M5S potrebbe essere la stessa: nonostante la stima per l’ex commissaria Onu e per l’ex procuratore antimafia, non sono stati votati dagli attivisti. Insomma, niente appoggio. Comunque.


GOVERNISSIMO PD-PDL: NON S’HA DA FARE – Ieri Berlusconi ha parlato chiaro: “Al Capo dello Stato – ha detto a Studio Aperto – confermerò che per uscire dalla recessione occorrono interventi forti e precisi, e solo un governo stabile, di concordia e collaborazione tra Pd e Pdl può realizzare interventi del genere”. Insomma, il Cav gioca a carte scoperte: vuole il governissimo. Il motivo è scontato: ciò che conta per Berlusconi è mettersi al sicuro dai processi, concependo leggi ad hoc per far slittare i procedimenti fino a prescrizione. In più oggi si aggiunge anche la grana ineleggibilità, cosa che appare tutt’altro che campata in aria dopo che anche il capogruppo al Senato Pd Luigi Zanda ha assicurato che voterebbe per l’ineleggibilità di Berlusconi.

L’unico modo per evitare che davvero Berlusconi rischi di “saltare” è rendere il Pdl un partito fondamentale per la stabilità dell’esecutivo. Tre i modi. Partiamo dalle prime due. O, appunto, governissimo. O Mario Monti premier, appoggiato da una larga coalizione che contenga indispensabilmente anche il Pdl. Queste due prime ipotesi sembrerebbero però molto remote. La seconda per i motivi già esplicitati. La prima semplicemente perché Bersani ha parlato chiaro: accetterei tutto tranne che aprire a Berlusconi. Ma ecco, allora, la terza strada possibile.


bersani_consultazioni_2013SE BERSANI RINUNCIASSE. PRIMA IPOTESI: GRASSO PRESIDENTE (CON L’APPOGGIO DEL PDL) – Negli ultimi giorni questa soluzione si è fatta parecchio strada. Non è impossibile, infatti, che Giorgio Napolitano – se dopo le consultazioni si rendesse conto della difficoltà di giungere a soluzione – assegni a Pietro Grasso un mandato esplorativo per continuare nell’opera di consultazione dei gruppi parlamentari. Che si arrivi al mandato esplorativo appare abbastanza scontato. Il punto, allora, è capire cosa possa accadere dopo ulteriori consultazioni. Le ipotesi sono due.

Uno. Da qui non è escluso che, alla fine, il Presidente della Repubblica possa protendere proprio per un esecutivo guidato direttamente dall’attuale numero uno del Senato. Perché? Semplicemente perché questa potrebbe essere una soluzione accettata anche dal Pdl. Non di buon grado, si capisce.

Silvio Berlusconi, però, sarebbe costretto. Ragioniamo. Se Bersani non dovesse trovare appoggio per un suo governo – cosa che ormai sembra scontata – allora non gli resterebbe che affidarsi a persone terze (come detto) nel tentativo di mettere alle strette Monti e Cinque Stelle. Berlusconi lo sa.

In questo caso il Pdl sarebbe molto probabilmente messo fuori gioco (non servirebbero più i voti del centrodestra per mantenere in vita il governo) e il Cav non potrebbe rivendicare alcunché.

Cosa diversa se, invece, a capo dell’esecutivo si ponesse Pietro Grasso: sarebbe senz’altro un governo Pd, ma dovrebbe chiedere necessariamente i voti anche al centrodestra perché i Cinque Stelle, soprattutto dopo le polemiche che ci sono state dopo le elezioni de Presidente del Senato,. non garantirebbero appoggio.


rodotstefanoSE BERSANI RINUNCIASSE: SECONDA IPOTESI: GOVERNO ESTERNO CON RODOTÀ O ONIDA – Due. Con il mandato esplorativo (cosa che in sé ovviamente esclude che l’incarico di formare il governo possa essere affidato a Bersani) Grasso potrebbe convincere Monti e Cinque Stelle ad appoggiare un governo esterno, costituito da personalità autorevoli.

Due i nomi che circolano (e che piacerebbero più di Bersani a molte fronde del Nazareno): i costituzionalisti Stefano Rodotà e Valerio Onida (il secondo, a quanto pare, preferito sul primo perché di formazione cattolica e, dunque, più digeribile per il centro).

Il quadro allora è chiaro: il Pd potrebbe accettare di buon grado la rinuncia ad un governo “interno” affidandosi ad uno invece “esterno” i cui membri, pur non essendo tesserati, siano comunque di area democratica. Se così fosse, sarebbe difficile anche per Beppe Grillo dire “no” a uomini di così alto spessore.

Per Silvio Berlusconi, invece, sarebbe la fine: i due costituzionalisti hanno sempre condannato in maniera forte le tante leggi ad personam che il Cav si è sempre confezionato nel corso degli anni.

Queste, al momento, sembrano le strade più praticabili. Fondamentali saranno le consultazioni di oggi. E, soprattutto, quello che dirà Pier Luigi Bersani. Se, in altre parole, sarà disposto a farsi da parte. Stando a quello che trapela dal Nazareno, pare proprio di sì. Tanti i motivi per cui Bersani potrebbe aver maturato questa decisione.

Innanzitutto perché tanti credono che l’unica soluzione sia un passo indietro (o a lato) del segretario (eloquente quanto detto dall’onorevole Felice Casson ieri: “Bersani ha il 20% di possibilità di formare un governo”). Secondo perché se Bersani dovesse insistere e non rinunciare all’onore (e onere) di formare un governo, potrebbe cadere immediatamente davanti al voto di fiducia di Camera e Senato. Cosa significherebbe questo? Semplice: si andrebbe immediatamente al voto e il Pd crollerebbe drasticamente perché ancora una volta dimostratosi inaffidabile.

Insomma, Bersani – stando alle indiscrezioni – sarebbe quasi costretto a farsi da parte. Per il bene dell’Italia. E del partito.

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