Consultazioni, al vaglio il “governo del Presidente”. E spiccano i nomi di Rodotà e Barca

I numeri sembrano condannare Pier Luigi Bersani. Maggioranza assoluta a 160, centrosinistra fermo a 123. Senza l’appoggio né di Pdl né di M5S è quasi scontato che il segretario democratico sia arrivato al capolinea. Cosa potrebbe accadere? Tre le strade possibili: prolungamento del governo Monti (poco probabile dopo le parole di ieri dello stesso bocconiano); dimissioni anticipate di Napolitano che a quel punto potrebbe lui stesso – in prima persona – prendere in mano le redini dell’esecutivo; esecutivo affidato a persone esterne e autorevoli che possano raccogliere un vasto consenso. E i nomi sono quelli di Stefano Rodotà e Fabrizio Barca.

 

di Carmine Gazzanni

consultazioni_bersani_fottutoCi ha provato in tutti i modi Pier Luigi Bersani. Ha incontrato praticamente tutti in questi giorni prima delle consultazioni ed è probabile che domani continui nella sua opera di convincimento, avendo ritardato – salvo sorprese – di un giorno anche l’incontro con Giorgio Napolitano, rimandandolo a venerdì.

Difficile, però, riesca a convincere Alfano o Grillo a garantirgli la fiducia, visti come sono andati gli incontri di questi giorni. Se le cose dovessero restare in questo modo è certo che Giorgio Napolitano non affidi alcun incarico a Pier Luigi Bersani.

Impossibile, in altre parole, un esecutivo di minoranza. È la storia, d’altronde, che ce lo dice: il Presidente della Repubblica, nel corso del suo settennato, si è trovato già due volte di fronte ad una situazione per molti aspetti simile. Nel 2006 con la prima crisi del governo Prodi (poi superata con il passaggio al centrosinistra di Marco Follini) e nel 2011 con Berlusconi (poi dimessosi per fare posto a Mario Monti).

In entrambi i casi il ragionamento del Quirinale è stato chiaro: nessun governo di minoranza. Se ci sono i numeri, bene. Altrimenti niente da fare.

Pier Luigi Bersani, dunque, è arrivato al capolinea. Cosa potrebbe accadere ora? Difficile pensare a elezioni immediate. Per due motivi molto semplici. Innanzitutto perché siamo nel cosiddetto semestre bianco (periodo nel quale è impossibile sciogliere le Camere). Secondo, perché è indispensabile – e i parlamentari tutti lo sanno – cambiare legge elettorale prima di tornare nuovamente al voto.

Ecco allora che le strade possibili non sono che tre: prolungamento del governo Monti; dimissioni anticipate di Napolitano.  E, infine, la più probabile: esecutivo affidato a personalità autorevoli ed esterne alle forze politiche ma che riescano a far convergere su di loro una maggioranza trasversale.

Le prime due sono, ad oggi, pressoché impossibili. Cominciamo dal prolungamento di mandato all’esecutivo tecnico di Mario Monti. Se già fino a pochi giorni fa l’idea che il bocconiano continuasse a risiedere a Palazzo Chigi non andava giù a molti per motivi elettorali (Monti è stato bocciato pesantemente dall’Italia chiamata al voto), oggi sembra non esserci più alcuna chance.

La vicenda dei marò ha segnato definitivamente la disfatta di un esecutivo che ha condotto una politica maldestra in parecchi ambiti, incurante dei problemi reali del Paese. Monti lo sa e le sue parole di ieri – “Non vedo l’ora di essere sollevato” – ne sono una dimostrazione.

Senza dimenticare, peraltro, che se il Pd potrebbe anche avallare l’idea di un Monti-bis, sarebbe molto difficile lo faccia il Pdl dopo che Berlusconi ha condotto un’intera campagna elettorale all’insegna dell’insulto e della critica all’esperienza critica.

Napolitano-firmaPreferibile a quest’ipotesi, allora, quella delle dimissioni anticipate di Giorgio Napolitano, elezione fulmine del nuovo inquilino del Quirinale e palla dell’esecutivo girata in mano allo stesso Napolitano.

Cerchiamo di capirci meglio. Nel caso di elezioni anticipate, come detto, tutte le forze politiche sanno bene che non possono (perlomeno si spera) presentarsi agli italiani ancora con la legge elettorale vigente.

Insomma, sarà necessario che qualcuno traghetti il nostro Paese fino alla nuova corsa politica con l’obiettivo di cambiare legge elettorale. Chi potrebbe essere così autorevole da trovare una larga maggioranza che appoggi un esecutivo provvisorio per concepire una legge elettorale adeguata e garantire un minimo di stabilità in Europa?

Una volta dimessosi, potrebbe essere lo stesso Giorgio Napolitano a ricevere l’incarico dal futuro Presidente della Repubblica di formare un nuovo governo. Questi infatti, tranne sorprese, non avrebbe alcun problema a ricevere un largo voto di fiducia (prova ne sia che anche Grillo si sarebbe detto favorevole a questo scenario) dato che, negli anni, è sempre stato visto come uomo super partes e garante della Repubblica italiana.

Senza dimenticare, peraltro, che il suo sarebbe un governo provvisorio (della durata di pochi mesi) e che un eventuale rifiuto di questa o quella forza politica potrebbe essere controproducente ai fini della campagna elettorale. Insomma, una possibile soluzione – in caso di sue dimissioni immediate e di voto anticipato – sarebbe quella di Napolitano nelle vesti di traghettatore. Dal Quirinale a Palazzo Chigi.

Quest’ipotesi, però, resta ad oggi l’ultima spiaggia, l’ultima carta che il Presidente della Repubblica potrebbe giocarsi. Fino ad ora, infatti, non è mai stata presa in considerazione concreta. Senza peraltro dimenticare che dimissioni oggi non avrebbero molto senso dato che tra due settimane – il 15 aprile – si arriverà alla scadenza del mandato naturale.

Ecco allora che arriviamo all’ultima ipotesi in piedi, la più plausibile. Almeno ad oggi. Stiamo parlando del cosiddetto governo del Presidente, un governo nominato da Giorgio Napolitano che potrebbe affidare l’onere a personalità esterne, fuori da ogni logica di partito (e di Movimento).

Si dice che Napolitano possa convocare una personalità con caratteristiche precise: un politico di esperienza istituzionale, conosciuto e apprezzato anche in Europa. E ovviamente che sia esperto di questioni economiche. In particolare, si pensa a un esecutivo che nasca per iniziativa esclusiva del presidente della Repubblica, cui tocca indicare un premier e concordare, con lui, una lista di ministri e uno stringato programma.

crimi-lombardi_idiotiCon grande probabilità, però, questo più che un governo tecnico-economico potrebbe essere un governo per così dire civico, che riesca – detto in altre parole – a raccogliere i voti anche di Grillo e dei Cinque Stelle (l’apertura di ieri di Vito Crimi, d’altronde, lascia intravedere questa possibilità).

Chi potrebbe essere il volto nuovo della politica italiana? Chi potrebbe raccogliere il consenso di forze politiche così eterogenee? È indubbio che il desiderio di Napolitano sia quello di riuscire a trovare eminenti personalità verso cui indirizzare i voti di Pd, Monti e Cinque Stelle.

In modo da escludere chi, in questi anni, l’ha sempre bersagliato, il Pdl e il suo leader Silvio Berlusconi.

Diversi sembrerebbero essere i nomi gettonati. Sempre in auge quello del giurista Stefano Rodotà, da sempre vicino ai democratici ma mai disprezzato da Grillo. Negli ultimi giorni il professore ha ricevuto tanti e tanti attestati di stima, segno che il suo nome sarebbe ben accetto anche dalla società civile.

Non dispiacerebbe assolutamente al Pd: Bersani non dimentica che insieme ad altri intellettuali Rodotà ha firmato un appello al voto per la coalizione progressista prima delle elezioni. Né potrebbe (ma il condizionale è d’obbligo) dispiacere a M5S dato che si è dimostrato tra i più attenti a cogliere i segnali di novità nel Movimento. Difficile, insomma, per i grillini mantenersi equidistanti di fronte a un nome così.

Negli ultimi giorni, però, un altro nome che pare aver riacquistato forza perché riuscirebbe a raccogliere facilmente il consenso anche dei centristi, è quello dell’attuale ministro per la coesione territoriale Fabrizio Barca. Chiare, d’altronde, le sue parole a chi gli chiedeva di un suo possibile nuovo e più elevato impegno governativo: “Il mio futuro? È a giovedì”.

Anche in questo caso i consensi sarebbero vasti. Da sempre piace al Pd che, in passato, ha pensato a lui sia per candidarlo a sindaco di Roma, sia addirittura per la segreteria del partito. Riceverebbe, ovviamente, l’appoggio anche dalla forza centrista. Più difficile, invece, il discorso per un eventuale appoggio dei Cinque Stelle. Ma, di contro, si potrebbe trattare con il Pdl (idea che però non convince né Bersani né lo stesso Napolitano).

Per il momento, insomma, sono solo nomi. Sono solo ipotesi e voci. Il resto è nebbia fitta. A fare la differenza sarà certamente il peso del volere di Giorgio Napolitano, verso cui anche l’indomabile Grillo ha negli ultimi giorni abbassato la criniera brizzolata. Non rimane che attendere.

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