Commissione Giustizia Senato, lo “sfigato” Nitto Palma la spunta per un pelo: Governo salvo

Dopo la sculacciata di ieri, oggi il riscatto: lo “sfigato” Nitto Palma, unico dinosauro rimasto a bocca asciutta nella spartizione delle commissioni, è (finalmente, per i berluscones) Presidente della Commissione Giustizia del Senato. Il governo è salvo, l’Italia un pò meno, visto il soprannome che gli hanno affibbiato: il “Ghedini di Cesare Previti”, patente che racconta tutto e il contrario di tutto. Benvenuti nella Terza Repubblica.

 

nitto_applausoFrancesco Nitto Palma è stato eletto presidente della Commissione Giustizia al Senato. Alla quarta votazione ha ottenuto 13 voti, mentre ci sono state otto schede bianche, una nulla e quattro per Mario Michele Giarrusso del Movimento 5 Stelle. L’elezione è stata accolta con un applauso dal Pdl. Poco fa c’era stata la terza fumata nera. Sui 26 presenti, alla terza votazione, Palma aveva ottenuto 13 voti, mentre c’erano state nove schede bianche e quattro indicazioni per Giarrusso. Dopo la bocciatura di ieri, Renato Schifani aveva dichiarato: “Resta lui il nostro candidato”, riferendosi all’ex magistrato vicino a Silvio Berlusconi.

“A noi quest’accordo non è piaciuto, ma io penso che gli accordi vadano rispettati e quindi ho votato a favore di Nitto Palma”, ha dichiarato il senatore di Svp, Karl Zeller, uscendo dalla Commissione Giustizia del Senato.

Il Partito democratico, nel frattempo, propone la rinuncia all’indennità di funzione per i parlamentari che fanno parte degli uffici di presidenza delle commissioni di Senato e Camera. “Serve un segnale vero di sobrietà”, hanno spiegato i capigruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, e al Senato, Luigi Zanda. E hanno aggiunto: “I gruppi parlamentari del Pd proporranno che tutti i senatori e i deputati eletti negli uffici di presidenza delle commissioni, presidenti, vicepresidenti e segretari, rinuncino alle indennità di funzione previste per tali incarichi”.

IL GHEDINI DI CESARE PREVITI

Per la sue competenze tecniche, diciamo così, da ex magistrato della procura di Roma, già porto delle nebbie di andreottiana memoria, Nitto Palma si è guadagnato negli anni questo soprannome: il “Ghedini di Cesare Previti”. E con questo, direbbe Totò buonanima, abbiamo detto tutto.

L’ultimo capitolo della sua parabola da falco berlusconiano, ovviamente sulla materia più cara al Cavaliere, la giustizia ça va sans dire, registra una strenua difesa di Nicola Cosentino, l’impresentabile Nick ‘o mericano escluso dalle liste del Pdl dopo un’incredibile sceneggiata casalese, nel senso di Casal di Principe. Era il gennaio scorso e B. aveva deciso di epurare per motivi demoscopici almeno Dell’Utri e Cosentino.

Ma Palma e Denis Verdini rassicuravano mattina, pomeriggio e sera l’amico in ansia: “Nicola non ti preoccupare, vedrai che alla fine Silvio si convincerà”. Non solo. L’ex guardasigilli Palma, appena tre mesi da ministro al posto di Alfano, dal luglio al novembre del 2011, presiedette un tribunale-farsa interno del Pdl che assolse Cosentino dalle accuse di camorra: “Ho letto le carte e Nicola è innocente”.

Tutta fatica sprecata. Nick ‘o Mericano fu sacrificato sull’altare della banda degli onesti di B. e Alfano e scappò via da Roma con le liste campane per Camera e Senato, già compilate. Gli ineffabili Palma e Verdini le recuperarono al termine di un rocambolesco inseguimento in autostrada. Poi, giorni dopo, in una triste e concitata riunione del Pdl a Napoli, Palma ammise la sconfitta nella sua veste di coordinatore regionale della Campania: “Sento il peso di quello che è accaduto a Nicola, se volete mi dimetto”.

Nitto-Palma-Cosentino-amiciEcco, Palma è il prototipo perfetto del berlusconiano che usa il garantismo per difendere a prescindere. Al punto da aver proposto undici anni fa il ritorno dell’immunità totale per i parlamentari sotto forma del modello spagnolo: blocco delle indagini su deputati e senatori fino alla scadenza del loro mandato.

Palma fece un emendamento in commissione Affari Costituzionali, retta allora da un altro previtiano di ferro, Donato Bruno. La norma serviva a Previti. Ma il pressing dell’alleato Casini sul premier Berlusconi portò al ritiro dell’emendamento. Una scena da raccontare. Casini a B. : “Silvio ma chi te lo fa fare? Qui si scatenerà il finimondo”. B. cede e telefona a Bruno: “Dillo tu a Nitto Palma, che deve ritirare l’emendamento”. Palma esegue, non senza informare Previti, che reagisce con rabbia: “È chiaro che ci stiamo facendo ricattare dai democristiani”.

Undici anni dopo, quei democristiani evocati da Previti, sono arrivati al governo da tre direzioni: dal Pd, dal Pdl, da Scelta civica. Il governo dell’inciucio fa di tutto per far mostrare a B. una faccia meno truce sulla giustizia ma alla fine gira e rigira viene fuori sempre il vero volto. Come quello di Palma, appunto, che in aula alla Camera si battè strenuamente anche per la salva-Previti, la ex Cirielli per ridurre la prescrizione.

Da ministro balneare nel 2011, le sue uniche preoccupazioni sono state tre: limitare le esternazioni dei magistrati (“parlano troppo”), mettere il bavaglio alle intercettazioni, fare pressioni e ispezioni sulle procure che indagano su B.

 

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