CHIESA&SOCIETÀ/ Quando i prelati discriminano: l’Avvenire e le coppie di fatto

di Giacomo Cangi

Prima di parlare, si sa, bisognerebbe informarsi un minimo sull’argomento trattato. Non sono dello stesso avviso i giornalisti de “L’Avvenire” che parlano della Costituzione che porrebbe su un piano privilegiato la famiglia fondata sul matrimonio e che non riconoscerebbe nessun diritto alle famiglie di fatto eterosessuali o omosessuali. I padri costituenti, neanche a dirlo, si stanno rivoltando nella tomba…

coppie-di-fatto_in_italiaUna delle poche cose per cui si può ancora essere fieri di essere italiani è la nostra Costituzione che, nonostante i più tentativi di “riforma” (ma di fatto sarebbe meglio dire “stravolgimenti” ) da tutte le parti politiche, pone limiti precisi al potere e garantisce diritti civili, politici, sociali e libertà a tutti. Il problema casomai è l’inattuazione dei vari governi che si sono succeduti dal dopo guerra ad oggi. Forse perché neanche loro si sono mai degnata di leggerla. Così come i giornalisti de “L’Avvenire” il quotidiano della Conferenza episcopale italiana che commentato così la decisione della giunta Pisapia a Milano di destinare i fondi anti crisi anche alle coppie di fatto: “Porre sullo stesso piano coppie che, sposandosi civilmente o religiosamente, assumono un preciso impegno pubblico e persone che, per scelta o per impossibilità, non rendono vincolanti i propri legami ‘affettivi’, significa violare la lettera e lo spirito della nostra Carta fondamentale “.

L’articolo 29 comma 1 della Costituzione afferma che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”. Il significato di questo articolo, come chiarisce il costituzionalista Esposito negli anni cinquanta, è semplicemente di avere “riconosciuto i diritti, le facoltà, le potestà che si svolgono all’interno della famiglia” (da Lorenza Carlassare – Conversazioni sulla Costituzione). Cioè l’articolo serve a sancire l’autonomia  della famiglia nei confronti dell’intervento statale, cosa che non era avvenuta durante il fascismo. Inoltre, aggiunge Esposito, “non vuole imporre la teoria che solo dal matrimonio possa sorgere la famiglia”. Che la famiglia fondata sul matrimonio non sia superiore rispetto ad altre formazioni familiari lo afferma l’articolo 2: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle forme sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica,economica e sociale”. Si intende bene come la famiglia di fatto rientri tra le formazioni sociali riconosciute e garantite. E fra queste vi rientrano anche le coppie di fatto omosessuali in quanto la Repubblica garantisce i diritti inviolabili dell’uomo senza fare distinzione fra eterosessuali, omosessuali, bisessuali o transessuali.

Sempre Lorenza Carlassare nel suo “Conversazioni sulla Costituzione” riporta alcuni esempi di come le famiglie di fatto siano state comparate alla famiglia fondata sul matrimonio. Il codice di procedura penale ha esteso la facoltà di astensione a chi, anche senza esserne il coniuge, convive o abbia convissuto con lui. Nel 1998 la Corte Costituzionale ha applicato il principio di eguaglianza riguardo alle locazioni di immobili urbani a beneficio dei conviventi abituali. Anche se l’unico articolo che dovrebbe interessare ai vescovi è il settimo, primo comma, che dice chiaramente: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Non si capiscono quindi questi interventi di soggetti che si rifanno allo Stato Vaticano che è, appunto, un altro Stato, a proposito della legge italiana. L’ordinamento italiano infatti non deve avere l’approvazione dei prelati così come i legislatori non devono chiedere il parere a vescovi, cardinali o Papi per un motivo molto semplice: si rifanno ad un altro ordinamento il cui unico fine è ultramondano e non certo temporale.

Ma al di là della questione prettamente tecnica, ciò che più sconvolge in tutto questo è l’egoismo e il disprezzo e noncuranza verso gli altri dei giornalisti de “L’Avvenire” che più di tutti dovrebbero sapere che il dovere principale dei cittadini italiani, in quanto deriva direttamente dalla Costituzione, è la solidarietà. E a maggior ragione dovrebbe esserlo per chi si proclama cattolico, cioè si rifà a Gesù di Nazareth che disse “Ama il prossimo tuo come te stesso” (Mt 19,16-19) e “Amatevi gli uni e gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15, 9-17). Evidentemente a certi prelati  interessa soltanto il bene dei propri seguaci. Degli altri chissenefrega. Questo sì che è vero amore cristiano.

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