CENSIMENTO ISTAT 2011/ Popolo italiano al lavoro! Gratis.

di Maurizio Fiumara

Tra domenica e lunedì il sito del censimento Istat è andato in tilt. Troppi accessi. Dal 2011 si può compilare anche on line, venti pagine di domande serrate da cui si rischia di uscire peggio che di fronte alla Corte Marziale. Il tutto, sia chiaro, in maniera gratuita e obbligatoria. Nessuno vi pagherà un centesimo per le vostre preziose informazioni, anzi, se non le darete entro una certa data sarete persino costretti a pagare una sanzione pecuniara. Che la cara Istat sia una creatura del Ventennio, nata per legge nel luglio 1926, sarà una coincidenza, ma i suoi modi di chiedere riprendono un leitmotiv poco simpatico.

Da domenica 9 ottobre, e fino al 22  di questo mese, tutti gli italiani sono sottomessi allo stesso obbligo zelante: la 9_ottobre_2011._censimento_istat_famiglia_italianacompilazione del 15° censimento generale della popolazione e delle abitazioni. Un compito non da poco se si pensa al numero delle pagine da riempire e alle difficoltà che inevitabilmente una modulistica porta con sé. Ma in tempi di disoccupazione planetaria porsi il problema di discernere quando si stia lavorando gratis perché si esercita un diritto, da quando il lavoro gratuito è una vessazione, può sembrare sterile.

Infatti se ne può solo parlare, perché l’art. 23 della Costituzione italiana, dopo aver cominciato bene dicendo che “Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta”, chiosa precisando “se non in base alla legge.”

“E io la legge la faccio”, deve aver pensato il legislatore, “che problema c’è”.

Così secondo il decreto legislativo 322/89, Art.7, l’obbligo di fornire dati statistici vale per tutti, “amministrazioni, enti, organismi pubblici e soggetti privati”. Ma, attenzione, perché “coloro che, richiesti di dati e notizie ai sensi del comma 1, non li forniscano, ovvero li forniscono scientemente errati o incompleti, sono soggetti ad una sanzione amministrativa pecuniaria.” Quindi o compili il modulo o vai incontro ad una multa salata.

E poiché la legge non si discute, come l’esistenza di Dio, ecco consegnato tutto alla normalità. Che si compilino venti pagine di “fatti miei”da offrire all’universo mondo, in maniera gratuita e obbligatoria. E sotto lo spauracchio della sanzione. E non oltre il 22 ottobre. E neanche prima del 9. “Oh, siamo mica qui a srotolare pitoni!” avrebbe detto qualcuno.

Provate a chiedere al 12.54 un semplice numero di telefono. Per i prezzi c’è addirittura un sito specifico. Provate a rivolgervi a qualche agenzia di marketing per ottenere una banca dati ad hoc: la contabilità ufficiale la considera “investimento”. Provate a fare lo stesso con Facebook per promuovere la vostra attività. Cosa? Avete cambiato idea?

Le informazioni si pagano! Ce lo insegna costantemente ‘il sistema’. E allora fino a quando non verranno corrette certe consuetudini dovremmo attenerci ‘tutti’ a questo sistema che tanto piace al legislatore.

Che la cara Istat sia una creatura del Ventennio, nata per legge nel luglio 1926, sarà una coincidenza, ma i suoi modi di chiedere riprendono un leitmotiv poco simpatico. Se le mie informazioni private sono utili, per il bene della nazione, perché non si completa l’opera ecumenica pagandole come fanno tutti? Siamo in un mercato libero, no? E allora la coerenza suggerirebbe un rispettoso e congruo compenso: per le informazioni e per la compilazione. Due prezzi. Perché, al contrario, si sta commettendo un abuso. Legalizzato, s’intende.

E noi non possiamo fare altro che rilevarlo, accompagnato dalla netta impressione che saranno in pochi quelli che forniranno diligentemente proprio tutte tutte le informazioni richieste. Perché l’Italia consapevole non è più disposta ad adempiere “su ordinazione”. Ha deciso. E sta contribuendo, con quell’esortazione che non lascia dubbi sulle intenzioni, a diffondere concretamente l’idea che i tempi siano maturi perché davvero nelle possibilità di chiunque: “se non ora, quando?”.


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