CASTA/ Tanti annunci ma nessuna promessa mantenuta: dai bilanci al taglio dei parlamentari fino alle pensioni

Per fortuna alla Camera si sono ricreduti: dopo la notizia di ieri – secondo cui i bilanci dei gruppi parlamentari non sarebbero stati controllati da società esterne – oggi il dietrofront. Finalmente, una buona notizia. Ma ancora ci sarebbe tanto da fare: troppo è stato annunciato e poco è stato fatto: dal taglio ai parlamentari fino agli stipendi, passando per le maxi-pensioni. Ecco tutte le bufale dei provvedimenti anti-casta mai attuati. Almeno per ora.

di Carmine Gazzanni

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La notizia che era circolata ieri da una rivelazione Ansa aveva messo tutti in allerta: secondo la bozza di Regolamento della Camera il controllo sarà eseguito dal Collegio dei Questori, cioè dai tre deputati di maggioranza e opposizione che sono a capo dell’Amministrazione di Montecitorio. Per fortuna oggi in Giunta si è deciso per il dietrofront. Tutto come promesso, dunque: il controllo dei bilanci dei gruppi sarà effettuato da parte di una società di certificazione esterna alla Camera.

Almeno questo è quello che è stato stabilito oggi. Ma non c’è da star sereni. Tra i vari gruppi, infatti, c’è anche chi non è d’accordo con tale decisione: Pdl e Udc, infatti, vorrebbero mantenere lo status quo con il controllo dei bilanci operato dal Collegio dei Questori (in virtù del principio dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali). Il Partito Democratico, invece, resta in una posizione non molto chiara. Se infatti Pierluigi Bersani si è detto assolutamente favorevole al controllo esterno – “Il Pd da quando è nato ha fatto certificare i conti alla stessa società che certifica i conti di Banca Italia. Noi problemi zero” – uno dei relatori Pd, Giancarlo Bressa, aveva detto che quello dei Questori “è il massimo del controllo possibile”. Contrari sin da subito, invece, Fli e Idv.

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Vedremo come andrà a finire. Fatto sta che, fino ad ora, poco è stato fatto in funzione anti-casta. Sin dall’insediamento del governo Monti, gli annunci a trombe spiegate di esecutivo e maggioranza per ridurre i costi della cosiddetta casta sono stati tanti. Ecco le promesse non mantenute – per ora – del Parlamento.

TAGLIO AL NUMERO DEI PARLAMENTARI? NON ORA. E (FORSE) NEMMENO DOMANI – Tutti i partiti erano d’accordo: riforma costituzionale per ridurre il numero dei parlamentari (da 630 a 508 deputati, da 315 a 250 senatori). Non se ne farà più nulla. Almeno per la prossima legislatura, infatti, il numero dei parlamentari resterà invariato. Tutto saltato, dunque. Il motivo è da rintracciare nelle mire presidenziali di Silvio Berlusconi: il Pdl, infatti, ritrovando piena simbiosi con gli ex alleati della Lega Nord, ha prima votato a favore del Senato federale e poi ha presentato un emendamento – votato appunto anche dal partito di Bobo Maroni – con cui si introduce l’elezione diretta del Capo dello Stato. Risultato: il testo difficilmente sarà approvato entro fine legislatura (dovrà essere approvato in doppia lettura dal Parlamento). E, seppure dovesse avvenire, non essendo stato votato a maggioranza qualificata (come richiesto in caso di riforme costituzionali), dovrà essere sottoposto a referendum confermativo. Le legge, però, vieta di indire un referendum in concomitanza delle elezioni. Dunque – come detto – tutto rimandato alla prossima legislatura.


TAGLIAMO GLI STIPENDI? SÌ, ANZI NO – È stato il primo provvedimento del governo Monti il decreto Salva Italia. C’era tanta voglia di far bene dopo la stagione di Berlusconi. Ed ecco allora, tra i vari tagli, anche quello per gli stipendi di tutti i dipendenti pubblici: le retribuzioni, d’ora in avanti, avranno un parametro di riferimento: quello del primo Presidente della Corte di Cassazione. “In nessun caso – infatti – l’ammontare complessivo delle somme loro erogate da pubbliche amministrazioni potrà superare questo limite”.

In soldoni, ai parlamentari 700 euro in meno in busta paga. Peccato, però, che nei fatti non sia proprio così. Tale decurtazione è arrivata contestualmente ad un’altra norma, che segna il passaggio dai vitalizi al calcolo contributivo per l’ottenimento dell’assegno pensionistico. In altre parole, basta col sistema retributivo (che era ancora valido soltanto per i parlamentari) – tramite cui la pensione non era determinata dai contributi versati, ma, come sappiamo, dallo stipendio degli ultimi cinque anni (una legislatura, per intenderci) – ed ecco il sistema contributivo anche per loro. Ed ecco allora la furbata: se non ci fosse stato questo taglio, i parlamentari, col passaggio al contributivo, avrebbero preso ancora più di quanto prendono oggi: i vitalizi (sistema retributivo) entrano nell’imponibile e, dunque, sono tassati. I contributi previdenziali invece (previsti, chiaramente, dal contributivo) no. In altre parole, con la stessa pensione, passando dal retributivo al contributivo, il guadagno “lordo” (tassato) si sarebbe tradotto in un guadagno netto. Il taglio, dunque, è stato solo formale perché lo stipendio, al netto, resterà lo stesso. Nessuna decurtazione concreta quindi.


NESSUN TETTO AI MAXI-STIPENDI. CONVIENE A TUTTI (LORO) – Era stato il deputato Pdl Guido Crosetto a sollevare la questione con un emendamento: basta maxi-stipendi. Nel testo che aveva presentato si leggeva infatti che le pensioni “erogate in base al sistema retributivo, non possono superare i 6.000 euro netti mensili. Sono fatti salvi le pensioni e i vitalizi corrisposti esclusivamente in base al sistema contributivo”. In più se questa pensione avesse goduto anche di altri trattamenti pensionistici erogati da gestioni previdenziali pubbliche, “l’ammontare onnicomprensivo non può superare i 10.000 euro netti mensili”. Emendamento – ovviamente – bocciato anche per le forti pressioni dell’esecutivo. Il motivo? Forse, come ricorda L’Espresso, perché molti esponenti del governo hanno un passato nel settore pubblico. Insomma, nessuno vuole rischiare di perdere la preziosa e onerosa pensione. Qualche nome? I ministri Elsa Fornero (anche docente universitaria), Giampaolo Di Paola (ammiraglio), Annamaria Cancellieri (prefetto), i sottosegretari Gianfranco Polillo (funzionario della Camera), Antonio Catricalà (magistrato) e perfino il commissario straordinario Enrico Bondi. Facciamo un esempio concreto. Prendiamo Giampaolo Di Paola. Il ministro della difesa incamera oltre allo stipendio di 200 mila euro circa l’anno (15 mila al mese) anche la pensione da ex ammiraglio (nel 2011 circa 24 mila euro al mese, circa 314 mila euro all’anno).


BILANCI PREVENTIVI: RISPARMIO DELL’1% E PIÙ SOLDI PER CERIMONIALE, TENDE E LAVAGGIO AUTO – A metà agosto i Questori di Camera e Senato hanno presentato i rispettivi bilanci di previsione. I parlamentari erano tutti soddisfatti: c’è stato un taglio, si gongolavano. Peccato, però, che sia assolutamente esiguo. Al Senato, come già documentato da Infiltrato.it, il taglio è imbarazzante: 542 milioni anziché 546. Una riduzione inferiore all’1 per cento. Non solo. Per alcune voci di bilancio si prevede una spesa più alta di quella dell’anno appena trascorso. Così, nonostante le auto blu a disposizione di Palazzo Madama siano soltanto dodici, i soldi messi a disposizione per “lavaggio autorimessa e autovetture” sono 70 mila euro (nel 2011 63 mila euro). Rapido calcolo: ogni auto in un anno potrà godere di quasi sei mila euro di lavaggio. Certamente spropositato anche quanto previsto per le “commissioni d’indagine”. Contando che al Senato sono soltanto tre (sulle morti bianche, sull’uranio impoverito, sull’efficienza del servizio nazionale sanitario), l’aumento di 2,5 milioni di euro rispetto al 2011 (+79%) lascia increduli. Ma continuando a scorrere le varie voci, le cose non vanno di certo meglio: come giustificare altrimenti l’aumento di quasi trecentomila euro (10,7%) per le spese di cerimoniale? Forse che il Senato abbia in serbo festicciole scacciapensieri o, meglio, scacciacrisi? Difficile crederlo. Eppure la voce in bilancio resta. Così come resta un’altra voce in crescita. Quella della manutenzione (più quattrocento mila euro rispetto all’anno scorso). “In cosa consiste la manutenzione della tappezzeria? – si è chiesto il senatore ex Lega oggi Coesione Nazionale Alberto FilippiConsiderato che qui non ci sono bambini che strappano le tende, immagino che il servizio riguardi la pulizia. Ma anche ipotizzando tre lavaggi l’anno i conti non tornano… Il bello è che oltre alla manutenzione, le tende vengono anche acquistate. L’anno scorso sono stati spesi 137mila euro. L’anno prossimo saranno a 200mila”. Assurdo, ma è proprio così: 200 mila euro per le tende. Più 60 mila euro rispetto all’anno appena trascorso. Finita qui? Certo che no. Non mancano, infatti, anche voci abbastanza curiose, talmente generiche da poter essere tutto e il contrario di tutto. Pensiamo ad esempio a “sussidi” o “studi e ricerche” o ancora “lavori straordinari”. Tutte voci, queste, in aumento rispetto all’anno precedente: più 28% per la prima (500 mila euro in più rispetto al 2011); più 16% per la seconda e la terza (rispettivamente 400 mila e 800 mila euro in più).

E poi si lamentano se la chiamano “casta” …

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