CASTA REGIONI/ Gruppi consiliari di una sola persona, consulenze per la Mauritania e commissioni a go go

Perché nascono nelle assemblee regionali così tanti monogruppi (in Molise su 17 sono ben dieci)? Perché nel solo 2010 le consulenze affidate dall’amministrazione pubblica sono state 276 mila? Perché, ancora, nel giro di soli due anni le commissioni consiliari sono aumentate vertiginosamente? La risposta non può essere che una: soldi, soldi, soldi. Continua il viaggio di Infiltrato.it tra gli sprechi e i privilegi regionali.

di Carmine Gazzanni

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Sette su venti. Quasi il 50% delle regioni italiane è attenzionata da Guardia di Finanza e magistratura: dal Piemonte al Lazio; dall’Emilia Romagna alla Campania; finendo poi con Basilicata, Sicilia e Sardegna. In questi anni sono state tanti i presidenti e i consiglieri che, in un modo o nell’altro, hanno cercato di guadagnare ben oltre il loro stipendio base: commissioni speciali, consulenze, finanziamenti ai gruppi consiliari. Ecco le vie – periferiche ma non troppo – che rimpolpano, in molti casi, gli sprechi delle regioni italiane. Voci, queste, non affatto secondarie. Spesso sottovalutate. Ma, come si è visto in questi giorni, non dagli amministratori stessi.

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TANTE COMMISSIONI, DOPPI STIPENDI – Se il Molise, dal 2010 al 2012, passa da 14 a 17 commissioni; se le Marche e il Piemonte da 12 a 15; se fanno lo stesso anche Sicilia (da 6 a 9), Basilicata (da 11 a 12), Campania (da 8 a 10), Liguria (da 9 a 10), Umbria (da 9 a 10) e Veneto (da 8 a 9) due sono le possibili motivazioni: o si è deciso di premere sull’acceleratore nella presentazione e approvazione di leggi oppure c’è altro dietro. Il dubbio sorge soprattutto considerando un aspetto di certo non secondario: ognuna di queste strutture si porta dietro un apparato burocratico. “Ogni commissione – scrive De Robertis nel suo libro inchiesta La casta invisibile delle regioni ha impiegati, segretari, segretarie, uffici stampa”.

Insomma, dietro le commissioni si nasconde un mondo. E, soprattutto, tanti soldi. Bisogna infatti sottolineare che ogni ruolo, oltre a quello di consigliere, viene ripagato profumatamente. Qualunque esso sia. In tutte le regioni i presidenti delle commissioni consiliari percepiscono un ulteriore indennità rispetto a quella “base”: le più alte in Molise (4.818 euro) e Puglia (4.971 euro). Stesso dicasi anche per i presidenti delle commissioni speciali, per i vice presidenti e, addirittura, per i cosiddetti “consiglieri segretari” delle commissioni speciali. Insomma, qualunque sia l’incarico ecco il lauto pagamento. In Puglia, addirittura, stando sempre ai dati di parlamentariregionali.it, non è previsto alcun pagamento per i presidenti delle commissioni speciali, ma i vice presidenti delle stesse commissioni percepiscono quasi cinque mila euro al mese di stipendio. Stipendio, peraltro, che con grande facilità può arrivare anche a quota dieci mila.

Già, perché ovviamente ognuno di questi incarichi prevede anche una diaria: un tot di soldi esentasse attribuiti come rimborso a prescindere se, in realtà, quei soldi siano stati spesi o meno. Il risultato è incredibile. In Lombardia, ad esempio, se i presidenti delle commissioni speciali ricevono uno stipendio mensile di circa tre mila euro, la diaria può arrivare a toccare quota nove mila euro. Dodici mila euro potenziali, dunque, dai tre mila di partenza. Stessa identica somma anche per le commissioni consiliari. Cosa vuol dire questo in soldoni? Prendiamo un consigliere regionale della Lombardia che sia anche presidente di commissione: il suo stipendio mensile, tra indennità e rimborsi, potrebbe arrivare addirittura a 24 mila euro mensili. Numeri da capogiro per i parlamentarini regionali.

A questo punto la domanda: ma allora perché nascono le commissioni speciali? Dire che nascono sempre arbitrariamente sarebbe errato. Molte di queste hanno importanti compiti. Sarebbe populismo dire il contrario. Eppure, in alcuni casi il dubbio viene. Come nel caso della Campania dove troviamo la commissione speciale sulle “politiche giovanili, disagio e disoccupazione”, pur esistendo una commissione permanente sulle “politiche sociali”. Un doppione, insomma. Come ce ne sono tanti altri in giro per le regioni d’Italia. Senza dimenticare, peraltro, quelle commissioni dalla dubbia utilità. È il caso di quella sul “federalismo fiscale e Roma Capitale” in Lazio o quella molisana “per gli affari comunitari”. Quest’ultima, poi, ha un tratto peculiarissimo: esiste ma – al momento – non ci sono componenti. “Da costituire” c’è scritto sul sito. Da mesi.

LA FURBATA DEI MONOGRUPPI: MEGLIO SOLI (COI SOLDI) CHE MALE ACCOMPAGNATI – Non sono pochi gli aspetti che accomunano i parlamentini regionali al Parlamento di Montecitorio. Uno di questi – Fiorito docet – ha un nome ben preciso: finanziamenti ai gruppi, parlamentari da una parte, consiliari dall’altra. In pratica, così come alla Camera e al Senato, anche i vari partiti rappresentati nelle assemblee regionali prendono tot soldi per le loro mansioni istituzionali (ovviamente, a prescindere da indennità, rimborsi, benefit). Piccolo particolare: nessuno è tenuto ad alcuna giustificazione contabile. Le uniche regioni dove esiste, almeno formalmente, l’obbligo per i consiglieri regionali ad allegare scontrini e fatture per giustificare i rimborsi che ottengono per svolgere attività politica sono Liguria, Lombardia, Emilia e Toscana.

Ma la vera particolarità, però, sta in altro: nei consigli regionali abbondano i monogruppi, ovvero gruppi rappresentati da un solo consigliere. Alcuni di questi, per un motivo o per un altro, sono tali sin da inizio legislatura. Altri, invece, nascono per gemmazione: ora una frattura ora un diverbio, ecco che il consigliere lascia il suo gruppo consiliare e si mette – per così dire – in proprio. Il motivo? Semplice: soldi. Il trattamento economico riservato ad ogni singolo gruppo è assolutamente invidiabile: finanziamenti al gruppo in quanto tale (ovviamente in proporzione al numero dei suoi componenti), riconoscimento economico al capogruppo, più diritto a segretari, uffici stampa, uffici regionali. Insomma, un affare.

Prendiamo alcuni esempi per capire di quanti soldi anche in questo caso stiamo parlando. Partiamo dal riconoscimento al capogruppo, che ovviamente va in aggiunta allo stipendio base da consigliere. Un consigliere regionale in Piemonte, tra indennità  e rimborsi, può arrivare a nove mila euro. Nel caso in cui il consigliere sia anche capogruppo lo stipendio si alza e non di poco: altri dodici mila euro (tre mila di indennità più un massimo di nove mila euro di rimborsi). Totale: ventuno mila euro mensili. Anche in Puglia i consigliere capigruppo non se la passano affatto male con uno stipendio mensile che può arrivare anche a diciannove mila euro (dieci mila euro da capogruppo, nove mila da consigliere).

Passiamo ora ai veri e propri finanziamenti ai gruppi. La situazione in Lazio è ormai nota ai più dato che tutti i raggiri e gli sprechi sono avvenuti proprio in rapporto ai finanziamenti riconosciuti ai gruppi: ben 52,2 milioni di euro. Una cifra spaventosa. Le altre regioni, però, non sono da meno. Tredici milioni in Sicilia, dodici in Lombardia, nove milioni in Veneto, sette milioni in Piemonte. Curioso anche il caso del Molise: i finanziamenti ai gruppi arrivano a due milioni di euro tondi. 625 euro ogni cento abitanti. Il rapporto di gran lunga più alto tra tutte le regioni italiane.

Ed ecco allora che torniamo al punto di partenza: con tanti soldi a disposizione, sono in tanti – per un motivo o per un altro – i consiglieri a scindersi dal loro partito d’origine e a fondare monogruppi. Prendiamo proprio il caso del Molise: ben 17 gruppi di cui dieci monogruppi. Dunque dieci ulteriori stipendi per i capigruppo (unici) e dieci ulteriori introiti per il gruppo in quanto tale. Anche se se li papperà sempre lo stesso unico componente.

CONSULENZE: IL FRIULI HA A CUORE LA MAURITANIA – Ben due miliardi di euro. Secondo la Corte dei Conti tanto sono costate nel 2010 le 276 mila consulenze affidate dalla pubblica amministrazione. Una cifra mostruosa che rivela un ulteriore spreco di denaro pubblico. Spesso – non è un mistero – si ricorre a questa o quella consulenza per accontentare Tizio o per avanzare poi un favore da Caio. Per non parlare poi del periodo pre-elettorale, periodo nel quale abbondano bandi per questa o quella consulenza. Il punto – ed ecco lo spreco – è che spesso le regioni ricorrono a progetti o consulenze non servendosi delle strutture interne, creando doppioni più inutili che vantaggiosi. Questo quando va bene. Perché in alcuni casi si arriva anche al paradosso: nel cercare la giusta strada per presentare un bando originale che non sia doppione di nulla, si cade nel ridicolo. Nell’aprile 2012 Il Fatto Quotidiano ha pubblicato per intero il dossier redatto dal ministero della Funzione Pubblica sugli incarichi esterni 2010. Dentro c’era di tutto. Alcuni esempi. Il Piemonte ha elargito assegni da trentamila euro per una una sola settimana di lavoro (quattromila euro al giorno) semplicemente affinchè i “fortunati” guardassero la televisione e poi pensassero a nuovi format adatti ai minori. La Valle D’Aosta ha speso 17 mila euro per il “programma di vaccinazione dei bovini”, la stessa cifra impiegata dal Friuli per uno studio sulla genetica delle trote nei principali bacini della regione. Ma d’altronde il Friuli è una regione che sa come spendere i suoi soldi: ed ecco allora i dieci mila euro per iniziative volte a salvare “le biblioteche del deserto della Mauritania”.

Insomma, tramite consulenze la politica regionale finanzia un po’ di tutto, in modo tale da assicurarsi un largo bacino di consensi. In alcuni casi, addirittura, si finanziano anche altri politici. È quanto accaduto in Sicilia, dove Massimo Grillo, vice coordinatore regionale di Fli, si è visto recapitare dall’amico di partito e assessore al Turismo Daniele Tranchida, due incarichi in due mesi. Totale: sette mila euro.

La politica, intanto, resta silente. Eppure la cifra che se na va ogni anno in consulenze è decisamente considerevole, come detto. Era il 28 febbraio 2012 quando l’Idv Antonio Borghesi presentò una legge (l’unica) a riguardo chiedendo che le consulenze ricevessero un’autorizzazione da parte del proprio ente di riferimento (per le regioni dunque sarebbe stato necessario il placet della presidenza del consiglio). La legge, però, è ferma da allora alla Camera. Ma questa, si sa, è un’altra storia.

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