CASO PENATI/ Formigoni vs Pisapia: quando la Milano da bere diventa un saloon

di Andrea Succi

Sembrano lontanissimi i tempi in cui l’arancione colorava il grigiume milanese e un Pisapia festante riceveva applausi trasversali dalle forze politiche lombarde, Lega e Berlusca esclusi chiaramente. Il Giuliano nazionale, l’avvocato senza macchia che ha difeso, in parte civile, la Cir di De Benedetti nella sentenza sul Lodo Mondadori, che ha calcolato – fino all’ultimo centesimo – i danni subiti dal Patron dell’Espresso, causa “furbizia” del Cavaliere, è lo stesso Giuliano che ora si ritrova al centro delle polemiche scatenate dal caso Penati.

Roberto Formigoni vs Giuliano PisapiaChi sguazza in questo triste teatrino degli orrori è il Presidente di Regione Roberto Formigoni, ciellino doc e leader di quella classe politica “giovane e rampante” (alla veneranda età di 61 anni…) che aspira allo scettro berlusconiano. Talmente “giovane” e altrettanto “rampante” da presentarsi al seggio con la maglietta di Paperino e il giubbotto di pelle. Ideal look, per usare un’espressione modaiola, di un futuro Presidente.

Smessi i panni da fumetto Disney e indossati quelli più consoni ad un uomo di potere, Formigoni_paperinoFormigoni si è gettato all’assalto del nuovo Sindaco di Milano, colpevole – secondo l’opposizione – di difendere il baby assessore ai Trasporti Pierfrancesco Maran, il cui padrino politico è stato proprio Filippo Penati.

Nella primavera elettorale che ha sconvolto gli equilibri politici del Paese e che ha visto il trionfo di Pisapia a Milano, Penati ha giocato un ruolo essenziale nel sostenere la candidatura politica del suo pupillo Maran, che nelle prossime ore verrà sentito dai Pm Walter Mapelli e Franca Macchia – titolari dell’indagine – come persona informata dei fatti.

Penati, secondo le accuse al centro del giro milanese di tangenti, si sarebbe servito del giovane Maran come gancio per sbrigare alcune beghe rimaste in sospeso, che coinvolgevano imprenditori legati all’ex capo della segreteria di Bersani. In particolare la delega ai Trasporti sarebbe servita all’attuale assessore a sbrogliare la querelle tra Piero Di Caterina, titolare della Caronte srl, e l’Atm, l’azienda trasporti milanese. In ballo 14 milioni di euro che Di Caterina avrebbe dovuto ricevere per servizi offerti (e non pagati) dall’Atm.

Pisapia, suo malgrado, si trova sotto il fuoco incrociato di Lega Nord e Pdl, che vorrebbero la testa di Maran: i leghisti invocano un consiglio straordinario da proiettare in diretta su un maxischermo, i berlusconiani chiedono invece la sospensione del baby assessore. Formigoni, da garantista qual è, dice che “il giudizio è a carico dei magistrati”, salvo poi lanciarsi in un’arringa per cui “sta emergendo un quadro pesantissimo con responsabilità di persone e di organizzazioni partitiche.” Come se questo non fosse un giudizio.

Una Milano che proprio non riesce a trovare pace, sempre sotto i riflettori dello scandalo mediatico, dal San Raffaele all’Expo, dalle ‘ndrine che comandano alle tangenti rosse, senza contare Arcore “by night” e i fiumi di coca che scorrono nel Naviglio. Quella che una volta era la capitale morale ed economica del Paese si è via via trasformata in un crocevia di interessi – economici, finanziari e politici – asserviti ad una gestione criminale e parassita del Potere.

Solo occhi disinteressati come quelli dello scrittore napoletano Antonio Scurati – docente e ricercatore all’Università Statale di Bergamo, dove coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza – sono in grado di racchiudere in poche parole ciò di cui si ha bisogno sotto la Madunina: “Vorrei che Milano tornasse la città insorta del 1848, piena di virgulti e voglia di cambiamento, una Milano dove l’interesse privato e particolare venisse messo da parte per fare spazio al bene comune.”

Qualche milanese ancora ci spera.

 

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