CASO LUSI/ Il Senato autorizza l’arresto. Ma il problema rimane: il finanziamento pubblico ai partiti e la bufala del ddl di modifica

Ieri il Senato ha autorizzato l’arresto per Luigi Lusi. 155 sì, 13 no e un astenuto (Francesco Rutelli). Determinante la decisione del Pdl che, a parte i ‘dissidenti’, non ha partecipato al voto. Il problema, però, rimane. “Dietro la vicenda privatistica – ci dice il senatore Luigi Li Gotti – c’è una vicenda pubblica: un partito morto che ha preso i soldi con l’obiettivo di spartirseli”. La colpa? “È del sistema, della legge in vigore”. Intanto il ddl sui finanziamenti ai partiti staziona proprio in Commissione al Senato. È ormai certo che non ci sarà il varo entro luglio. Questo vuol dire che i partiti riceveranno i soldi tranche del mese prossimo. Chi – tra i tanti partiti oggi protagonisti e primi firmatari del ddl (Pd, Pdl e Udc) – rinuncerà a questi soldi? Soldi che – tra parentesi – erano destinati ai terremotati.

di Carmine Gazzanni

luigi-lusi_arrestoVentiquattro ore di tempo e Lusi dovrà presentarsi a Rebibbia. Il Senato, nella giornata di ieri, ha votato a favore dell’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex tesoriere della Margherita: 155 i sì, un astenuto (proprio lo stesso Rutelli. “Sono parte offesa”, avrebbe detto) e 13 no.

E pensare che solo che il 6 giugno scorso un altro senatore – Sergio De Gregorio – veniva salvato. Cosa è accaduto nel giro di due settimane? Certamente ha inciso (e non poco) il fatto che i 195 senatori che erano presenti in Aula hanno votato con scrutinio palese (prima volta in assoluto per un’autorizzazione a procedere). Per De Gregorio, invece, il voto segreto permise letteralmente di ribaltare il parere espresso “a volto scoperto” dai senatori in Giunta per le autorizzazioni. Senz’altro determinante, poi, la decisione del Pdl che, all’ultimo momento, ha deciso di uscire dall’emiciclo e di non partecipare al voto. Le motivazioni non sono ben chiare. Maurizio Gasparri ha dichiarato: “lasciamo la sinistra davanti ai suoi problemi”. Una decisione, a detta del capogruppo Pdl al Senato, che si giustificherebbe per il fatto che le responsabilità non sono imputabili al solo Lusi, ma a “tutto l’ambiente politico di sua provenienza”. Tesi che, condivisibile o meno, sembrerebbe non fare una grinza. Ma il condizionale è d’obbligo. Gasparri, infatti, prima di esporre i motivi che hanno indotto il suo partito a non partecipare al voto, aveva chiesto la possibilità del voto segreto. Come era stato fatto per De Gregorio. Cosa vuol dire questo? In caso di votazione segreta, allora, il Pdl avrebbe partecipato? E per quale motivo?

Interrogativi che hanno un senso e rispondono, molto probabilmente, ad una ragione politica: il voto segreto non avrebbe palesato il parere contrario all’arresto di molti senatori Pdl. Col rischio di perdere, in un periodo di assoluta insofferenza dei cittadini verso gran parte della classe politica, ancora più consenso di quanto già il Pdl non sia riuscito a fare. Senza dimenticare, peraltro, che nomi importanti del Pdl comunque hanno deciso di partecipare al voto, sconfessando la linea stessa del partito. Dei tredici no, infatti, sei sono targati Pdl. Tra gli altri Marcello Pera e l’avvocato di Berlusconi Piero Longo. E – per questione di decenza non avrebbero potuto fare altrimenti – Sergio De Gregorio e Marcello Dell’Utri.

Lusi, dunque, andrà in carcere. Ma la questione non è certamente chiusa. Anzi. Non bisogna sottacere infatti sul peso politico (e democratico) della vicenda. “Contrariamente a quanto detto dal Pdl – ci dice il senatore Idv Luigi Li Gottinon è un fatto che riguarda la sinistra. È un fatto che riguarda il sistema. Lo scandalo è certamente quello di Lusi che si è appropriato del denaro degli altri associati della Margherita, ma dietro c’è un risvolto anche pubblico”. “Questo denaro – continua il senatore – era destinato alla spartizione. Non esistendo più il partito, poi se lo sarebbero spartiti. Questa è la vera gravità. Siamo come popolo italiano parte offesa, non il partito Margherita che oggi non esiste”. La vicenda, infatti, certamente non si è esaurita ieri. Lo stesso Lusi, d’altronde, a caldo ha dichiarato di “non aver detto tutto” agli inquirenti. Vedremo come andrà a finire.

Ma intanto il problema, anche a prescindere da Lusi, resta. Ed ha un nome e un cognome: finanziamento pubblico ai partiti. “La colpa è della legge, del sistema stesso – commenta Li Gotti – negli anni c’è stato un aumento sproporzionale del finanziamento (siamo arrivati a 5 euro a voto contro gli 0,80 centesimi del sistema tedesco, ndr), senza dimenticare che in questo caso stiamo parlando di decine e decine di milioni di euro i mano ad un partito che non esiste più”. Ma c’è anche altro. La legge in vigore, tra le altre cose, prevede sì una rendicontazione, ma assolutamente generale. In altre parole, allo Stato non interessa se i soldi siano spesi per attività politiche o meno. L’importante è che siano documentati. A prescindere dal loro effettivo utilizzo e fine.

A questo punto si dirà: ma circa un mese fa i grandi partiti della maggioranza non si sbracciavano nel chiedere a gran voce una nuova normapiù equa e trasparentesui rimborsi elettorali? Già. Peccato, però, che il ddl sia ferma in Commissione al Senato. “È impossibile che venga approvato entro luglio”, ci conferma d’altronde lo stesso Li Gotti.

E la cosa non è da poco. Dopo gli annunci, le strilla e i pianti greci di Pdl e Pd (il ddl è stato concepito in amorevole accordo bipartisan), tutto tace. E se la norma – come nei fatti sarà – non dovesse essere approvata entro luglio – mese in cui è prevista una tranche dei rimborsi – rimarrebbe in vigore la legge attuale e dunque i partiti riceverebbero tutti i soldi desiderati. “Sicuramente non si farà in tempo entro luglio. Però i partiti ci possono rinunciare. Noi lo facciamo. Io mi auguro che anche gli altri rinuncino”. Anche perché, in caso contrario, sarebbe l’assurdo: “nel momento in cui gli altri partiti si stanno muovendo per tagliare notevolmente il finanziamento, è impossibile poi pensare che non restituiscano i soldi ricevuti. Sarebbe assurdo dire: ‘no, ma finchè non c’è la legge, io mi prendo i soldi’”. Anche se, continua Li Gotti, “alcuni partiti diranno ‘ma io questi soldi già li ho impegnati, ad esempio con le banche’. Ma parliamoci chiaro: è una scusa che regge poco”.

Insomma, il rischio è che fino ad ora non ci siano stati altro che annunci. Nulla più. Il rischio, in altre parole, è che quello che è uscito dalla porta possa rientrare dalla finestra. Anzi, per essere più precisi il rischio è che nulla sia proprio uscito. Tanti proclami. Tutto fumo. E a rimetterci – come Infiltrato.it ha avuto modo di documentare – i terremotati: i soldi di luglio sarebbero andati ai territori colpiti dal terremoto in Emilia e a L’Aquila (art.16 del ddl). Parole. Parole. Parole. 

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