CARLO MARIA MARTINI/ Morto il Profeta disarmato. Per il blog Pontifex “l’anti Papa ha creato più danni…”

Un cardinale che “ha creato più danni che vantaggi” perché legato ad una visione “esagerata ed estremista, ai limiti della presuntuosa apostasia”. Insomma, un “anti Papa”. Con queste parole Pontifex, il blog noto per le sue imbarazzanti uscite fondamentaliste, apostrofa Carlo Maria Martini. Ecco, invece, chi era realmente Martini: un “Profeta disarmato e laico”, come l’ha definito don Andrea Gallo. “Quasi sempre inascoltato”, perché non “allineato” alla Chiesa ufficiale, troppo spesso chiusa sui dogmi e poco aperta alla vita reale. E la sua ultima decisione – il rifiuto dell’accanimento terapeutico – è significativa. All’insegna della vita. Quella vera. E reale.

di Carmine Gazzanni

Carlo_Maria_MartiniQuando si dice essere imbarazzanti. Deplorevoli. Miseramente vergognosi. Pontifex, il “blog cattolico non secolarizzato”, noto per le sue uscite decisamente discutibili, anche in punto di morte non consoce freno al proprio fondamentalismo (è giusto chiamare le cose con il proprio nome). Ieri è morto, dopo ore e ore di agonia, uno dei pochi uomini di Fede che hanno vissuto la propria esperienza e la propria promessa come Cristo ha insegnato. Al servizio della gente, non  chiuso nei privilegi clericali. All’insegna dell’apertura verso l’altro. Non schivando o apprezzando solo a parole, ma restando lontani nei fatti.

Carlo Maria Martini si è spento ieri. Uno di quegli esempi che difficilmente saranno dimenticati. Soprattutto da chi pensa che la Chiesa debba essere vissuta e non solo letta sui Testi. Da chi pensa che la Chiesa non sia solo sinonimo di dogmi, ma sia un impegno di vita. Ma quella vera, di vita. Non quella astratta, a tratti oscurantista.

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Martini era uno studioso, forse il più grande biblista. Era uno scrittore. Uno dei più letti e tradotti al mondo. Una levatura culturale impressionante. Ma nei suoi sessant’anni di sacerdozio non si era mai chiuso in se stesso, nei suoi studi. Ha vissuto sempre tra la gente, per la gente. Ecco perché Martini ha inaugurato una stagione nuova per la diocesi di Milano, la seconda diocesi più grande del mondo. Una diocesi segnata (e parecchio) dal movimento di Comunione e Liberazione che, non a caso, ha considerato sempre Martini quasi fosse un nemico giurato. Troppo diversi i due modi di concepire la vita religiosa. La prima – quella di Cl – quasi settaria (non se la prendano i ciellini); la seconda, invece, all’insegna dell’apertura. Alla vita, prima che all’altro.

Ed ecco allora la decisione – l’ultima della sua vita – presa in punta di morte, in perfetta linea con quello che Martini è stato (e rimane): per me niente accanimento terapeutico, avrebbe detto. Questo, poi, il motivo del decesso nel giro di poche ore: la sua crisi, probabilmente, è stata più grave poiché sprovvisto della ventilazione artificiale. Ma niente. Martini era convinto della sua decisione. Sebbene la Chiesa, nella sua posizione ufficiale, sia contraria a definire nutrizione, idratazione e respirazione artificiale come forme di accanimento terapeutico. Le ritiene invece degli ausili essenziali per la sopravvivenza della persona che non possono essere interrotti. Come si possa definire “vita” l’essere attaccati alle macchine, un giorno qualcuno lo spiegherà. Certamente oggi sappiamo che, ancora un volta, Martini ha lasciato un segno. L’ha sempre fatto in vita. E l’ha fatto anche in punto di morte. Con la sua stessa morte. Un atto che certamente farà discutere, che imbarazzerà i purpurei uomini di alto prelato. Li scandalizzerà, probabilmente.

Appunto quello che è successo agli uomini di Pontifex. Saranno rimasti increduli. Sbigottiti per cotanta modernità. Ecco perché, secondo l’autore dell’articolo Bruno Volpe, Martini “ha creato più danni che vantaggi”. Proprio per quanto detto sinora: per la sua apertura all’altro, per il suo impegno nel concreto, per il suo gioire e soffrire tra la gente e non in solitudine chiuso nelle stanze dorate. E invece no. Per Volpe questa “visione conciliare” sarebbe “esagerata ed estremista, ai limiti della presuntuosa apostasia”.

Danni irrimediabili quelli commessi da Martini, insomma. “Grazie al solco aperto dal cardinal Martini – continua Volpe – categorie nefaste come dialogo ad ogni costo (ben diversa dal sano dialogo), ecumenismo (malamente inteso come indiscriminata apertura e non come vocazione alla conversione degli altri), hanno  trovato seguito ed infatti Martini spesso ha recitato con imbarazzo la parte dell’anti Papa arrivando persino a mettere in discussione il Magistero della Chiesa e dello stesso Papa”. Insomma, il dialogo è un peccato mortale. Tale da essere tacciato come “anti Papa”.

Ma Volpe, il Diointerradenoantri, continua. Lui può. Basta leggere l’anatema con cui chiude il suo articolo: “che possa finalmente riposare nella gloria di Dio, se la ha meritata!”.

Sarebbe bello, invece, che un giorno ci svegliassimo e vedessimo che l’esempio di uomini come Martini, come don Andrea Gallo sia servito a qualcosa. A renderci una Chiesa più vera. Meno chiusa nelle stanzone addobbate d’oro e d’avorio. Più a contatto con la gente e non solo con anelli, autisti e scorte medievali. Sarebbe bello svegliarsi con più persone come Martini e meno come Bruno Volpe. Sarebbe bello.


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Martini profeta come Gioacchino da Fiore

 

di Emiliano Morrone

In Verso Gerusalemme (Feltrinelli, 2002), il suo testamento spirituale, Carlo Maria Martini definì il mistico e teologo Gioacchino da Fiore “il più grande profeta del secondo millennio” insieme a Giorgio La Pira.

Nella sua tesi di laurea, Benedetto XVI trattò dell’abate florense Gioacchino, che credeva possibile la giustizia in questa vita e, idealmente vicino al vangelo di Tommaso e pure al Buddismo, anticipò il francescanesimo su un piano teorico e concreto.

Gioacchino fondò una piccola comunità in Calabria, basata sul lavoro, la pratica religiosa e la contemplazione. Una comunità solidale al suo interno: di individui responsabilizzati, uniti dalla fede e dalla profezia della salvezza; lontani dall’individualismo, dall’homo homini lupus di Hobbes, dall’imperialismo, dal capitalismo e dal dominio dell’altro.

Le idee di Gioacchino, la sua concezione “politica” e l’utopia del futuro di giustizia trovarono attuazione nelle missioni in Messico dei francescani spiritualisti, i quali, spinti dalla potenza del suo messaggio, mitigarono l’azione del governo spagnolo nelle terre conquistate. Vi sono ampie prove nelle cronache dell’evangelizzazione del Nuovo Mondo. 

Martini decise di lasciare Milano, dove fu vescovo nell’ultimo Novecento, per ritirarsi in preghiera a Gerusalemme. Questa scelta lo portò a raccontare il senso della sua missione nel volume Verso Gerusalemme, in cui il discorso è condotto come in viaggio. Per le vie di Milano, nelle cui case si vivevano le storie più nascoste e disperate, e lungo il ritorno alla città santa, premessa e meta del credente. 

Forse proprio la capacità di Gioacchino di interpretare e vivere profeticamente le scritture ispirò l’orizzonte del cardinale Martini, la cui ricerca spirituale procedeva con la pratica del sacerdozio, la riflessione interiore, la divulgazione degli studi e delle visioni del biblista, del pastore che era.

Martini è stato sì un profeta. Aveva, come Gioacchino da Fiore, la dote di entrare nella lettera della Bibbia e di leggere il mondo alla luce del senso dei testi, chiarificato, nel tempo suo, per la totale adesione a Dio. Tutt’altro percorso rispetto alla brama del potere, alla negazione dello spirito e all’anticristianesimo di vari potenti della Chiesa.

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