CARCERI INVIVIBILI/ Il governo Monti affiderà le strutture a privati: banche e mafie brindano

La condanna di uno Stato davanti la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non è cosa da poco. Soprattutto se viene inflitta per aver applicato trattamenti inumani e degradanti ad essere umani. Ma, d’altronde, i numeri parlano chiaro: 21 mila detenuti in più rispetto alla capienza massima, meno di tre metri a disposizione. La  situazione, però, potrebbe anche peggiorare, nonostante Paola Severino si sia detta “profondamente avvilita”. Andando a ritroso tra i provvedimenti Monti, infatti, arriviamo all’articolo 43 del dl Liberalizzazioni che in pratica, proprio per far fronte all’emergenza carceraria, prevede una privatizzazione dei penitenziari. In futuro, dunque, la gestione potrebbe essere affidata a privati. Nonostante il parere negativo di tutte le grandi organizzazioni internazionali. Un grosso affare per le banche, addirittura obbligate a partecipare; bottino ghiotto per le criminalità.

 

di Carmine Gazzanni

24 gennaio 2012, il governo Monti ottiene la fiducia (l’ennesima) sul dl Liberalizzazioni, il decreto su cui ha lavorato giorno e notte il superministro Corrado Passera. D’altronde i tecnici sono convinti che soltanto un allargamento delle privatizzazioni possa consentire una ripresa economica al nostro Paese.  E, in effetti, un allargamento c’è stato. Non bastavano autostrade e banche: l’esecutivo vuole cedere ai privati anche le carceri. Il che, come vedremo, non è affatto cosa da poco.

Basta, d’altronde, leggere l’articolo 43 del dl (convertito in legge il 24 marzo 2012): “Project financing per la realizzazione di infrastrutture carcerarie”. In pratica, si prevede, “al fine di realizzare gli interventi necessari a fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri”, di demandare a concessionari privati l’onere di finanziare e gestire le carceri e i servizi connessi, “a esclusione della custodia”, in cambio di una tariffa prestabilita e non modificabile, determinata “al momento dell’affidamento della concessione, e da corrispondersi successivamente alla messa in esercizio dell’infrastruttura realizzata”. Tale concessione “ha durata non superiore a venti anni” ed i rischi economici legati alla costruzione e alla gestione dell’opera sono tutti a carico del concessionario. Se la società fallisce, cioè, lo Stato non interviene a finanziarla.

carceri_invivibili_affollate_ai_privatiCon la condanna inflitta solo pochi giorni fa dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane del nostro sistema carcerario e considerando che, come detto, la privatizzazione dei penitenziari nasce proprio per “fronteggiare la grave situazione di emergenza conseguente all’eccessivo affollamento delle carceri”, è certo che il governo (se non questo, il prossimo) indica bandi aperti a privati per la loro gestione.

Le domande (e i dubbi) sulla bontà della norma, però, non sono affatto poche. Innanzitutto, ad esempio, ci si potrebbe chiedere: se davvero tutto questo progetto serve ad ovviare al sovraffollamento delle carceri, perché non si cerca di recuperare le almeno cento carceri inutilizzate, spesso in attesa semplicemente del collaudo o complete già in tutto e per tutto, o abbandonate e lasciate marcire?

Ce ne sono a Foggia, Monopoli, Catanzaro, Vibo Valentia, Crotone, in Irpinia, a Udine, Gorizia, Pinerolo, Mantova, Ferrara, Pistoia, Massa-Carrara, Ancona, Pescara, Napoli, Bari, Altamura, Gela, Caltanissetta, Agrigento. Invece, quando si parla di carceri, in Italia la parola d’ordine è costruire: il che significa nuovi soldi, nuovi appalti e, spesso, nuovi accordi tra politici e imprenditori.

Ma conviene affidare a privati la gestione dei penitenziari? Assolutamente no. Lo dice, d’altronde, anche la Commissione per la lotta contro la discriminazione e per la protezione delle minoranze dell’Onu che bacchetta da più di vent’anni quei paesi, in special modo gli Stati Uniti, che perseguono una politica di privatizzazioni delle infrastrutture carcerarie.

La responsabilità del rispetto dei diritti umani, dicono dal Palazzo di Vetro, deve ricadere sullo Stato e non può essere demandata a privati. Senza dimenticare, peraltro, che molte organizzazioni umanitarie denunciano anche le forti pressioni delle lobby impegnate nella costruzione di nuove carceri affinché i governi adottino leggi più severe che tendano ad aumentare la popolazione carceraria e riducano le pene alternative come la libertà vigilata e gli arresti domiciliari. Il perché è presto detto: a ogni detenuto corrisponde una retta garantita dallo Stato. Non solo: le condizioni di vita e di sicurezza, nelle carceri private, sono ben peggiori di quelle pubbliche, tanto che spesso vengono segnalati e denunciati casi di lavoro forzato e di sfruttamento dei detenuti. Tanto nessuno controlla.

I rischi che tutto questo possa avvenire anche in Italia nel momento in cui si decida di affidarsi a privati è altissimo. Anche perché – non dimentichiamolo – il nostro Paese è (anche) terra d’interessi mafiosi, soprattutto nell’edilizia. Più e più volte, inoltre, forti sono state le pressioni di uomini di Cosa Nostra, camorristi e ‘ndranghetisti per cercare di allentare il 41 bis. Insomma, ci potrebbero essere tutte le premesse per pensare che, tramite prestanomi, le mafie arrivino a controllare facilmente il sistema carcerario (o una parte). Cosa potrebbe accadere allora? Una domanda legittima su cui bisogna necessariamente riflettere.

Il governo Monti, però, è disposto a correre il rischio se poi a guadagnarci sono gli amici banchieri. Perché è questo quello che accadrà. Secondo il comma 3 dell’articolo 43, infatti, l’esecutivo obbliga (repetita iuvant: obbliga) il concessionario a far essere della partita anche le banche: “il concessionario prevede che le fondazioni di origine bancaria contribuiscono alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il venti per cento del costo di investimento”.

Insomma, per legge anche le banche devono spartirsi la torta.

Anche sulla pelle dei detenuti, insomma, si cerca di fare business. Nonostante una condanna della Corte Europea denunci le condizioni inumane delle carceri italiane. Anzi, si cerca di sfruttate la sentenza proprio per la causa economica e lobbistica.

Presto si comincerà a dire: c’è una sentenza europea, bisogna costruire carceri, ma non ci sono soldi pubblici, ergo dobbiamo necessariamente affidarci ai privati. Gli unici a brindare, allora, saranno gli amici banchieri. E, forse, i mafiosi.

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