CAPITALISMO/ Gli avidi banchieri e il sistema economico dal basso

di Gaetano Cellura

È ipotizzabile un capitalismo dal volto umano? Per The Nation, prestigiosa rivista della sinistra americana, non è ipotizzabile. È possibile. È la sola cosa, forse, capace ancora  di evitare l’armageddon economico che una finanza invasiva, sempre più padrona delle sorti del mondo può causare da un momento all’altro.

Ogni terzo mercoledì di mese, nove banchieri si riuniscono e si dividono i derivati che le borse non riescono a banchiericontrollare. Lo apprendiamo da un articolo di Maurizio Molinari di qualche anno fa. E si tratta di trilioni di dollari che finiscono nelle tasche di pochi ricchi. Che diventano smisuratamente più ricchi e rendono i molti poveri del mondo smisuratamente più poveri. Tanto da indurli al suicidio o allo sciopero della fame per riavere il lavoro perso. O a cospargersi di benzina e darsi fuoco, come il cittadino greco cui la banca ha negato la dilazione di un mutuo contratto per acquistare casa.

Decennio di follie è stato il 2001-2011. Una guerra, sbagliata nelle forme, contro il terrorismo islamico dopo l’attentato alle torri gemelle. L’invito pressante di Bush agli americani a vivere al di sopra delle loro possibilità per non darla vinta ai terroristi. Le bolle speculative. Con le conseguenze sull’economia mondiale e sul lavoro industriale. Gli attuali 44 milioni di disoccupati nei paesi dell’Ocse. La globalizzazione che già negli anni novanta  fagocitava sistemi economici millenari e stravolgeva il credito. La perdita di valore politico del lavoro. Del lavoro tradizionale, quello che è la vita delle persone. Basti pensare che al New York Times un solo reporter se ne occupa, mentre sessanta sono quelli che seguono il business. Lo scrive Barbara Spinelli, anche lei in un articolo di qualche anno fa ma ancora attuale.

E così eccoci al cospetto di una crisi senza precedenti e di una politica priva della necessaria autorità per fronteggiarla. “A tre anni di distanza dal tracollo della Borsa e dell’economia mondiale – ha detto Charles Fergusson, regista di Inside Job, documentario denuncia su Wall Street – non un solo banchiere è finito in galera”. È giustizia questa? È giusto che a pagare il prezzo della crisi economica siano i lavoratori e non quelli che l’hanno provocata? C’è anche un problema di giustizia, dunque, che non dovrebbe essere ignorato. Perché qualcuno si è arricchito illegalmente in questi anni di follia liberista provocando la povertà e la disperazione di milioni di persone. Proprio perché ne è cambiata la natura, da manageriale a spiccatamente speculativa, il capitalismo va ripensato dalle basi.

Altrimenti potremmo ritrovarci a vivere tra macerie sociali e ambientali. Non maggiori regole servono, ma di nuove. Meno finanza e più redistribuzione degli utili. Non più di vecchie ricette di destra (meno Stato) o di sinistra (più Stato) abbiamo bisogno, ma di uno Stato forte, che vuol dire una politica forte, in grado di garantire il risanamento e la tenuta dei conti pubblici e di controbilanciare il potere – oggi eccessivo – della finanza internazionale.

The Nation ha lanciato una serie di proposte per cambiare volto al capitalismo deleterio del nostro tempo. Proposte che poggiano su esperienze concrete come quelle delle Benefit Corporation che operano in diversi stati americani e che hanno, per statuto, tra le finalità solo profitti derivanti da lavori di risanamento ambientale e di edilizia popolare. In America lo chiamano capitalismo inclusivo o democratico. Per noi è il modo di ripensare un sistema economico dal basso. Con progetti mirati su riciclo, ambiente, fonti rinnovabili, biodiversità. E su una maggiore equità sociale. Che non guasta.

 

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