CALCIO e MALATTIE/ Massimiliano Castellani: “Aveva ragione Zeman”

Una carriera da giornalista iniziata con Il Messaggero, che attualmente prosegue nella redazione sportiva dell’Avvenire. Un’inchiesta partita dieci anni fa, “quando c’era ancora molto scetticismo e troppa ignoranza”. Un rapporto, quello tra malattie e calcio, che nessuno in Italia ha approfondito quanto lui. “Io però ho sempre nella memoria il Ronaldo dei Mondiali ’98 in Francia. A distanza di anni si sta capendo che qualcosa di strano e molto rischioso fu fatto al giocatore.”

di Federico Succi

calcio_e_slaAlcuni libri, tra cui “Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano” e “Il Morbo del Pallone. Gehrig e le sue vittime”, che raccontano una storia ben precisa. E pericolosa, per chi ne parla, perché “viviamo in una repubblica fondata sul pallone, dove il Calcio è una delle maggiori industrie nazionali.”

E allora proviamo a chiedergli che misura esiste un rapporto tra calcio e malattie, sla in particolare, e cosa si sta facendo per proteggere la salute dei professionisti del pallone. Che sono in qualche modo consapevoli dei rischi ma non fino in fondo. “Io però ho sempre nella memoria il Ronaldo dei Mondiali ’98 in Francia. A distanza di anni si sta capendo che qualcosa di strano e molto rischioso fu fatto al giocatore.”


Lei è uno dei pochi giornalisti che si interessa seriamente del legame tra calcio e malattie.

Dieci anni fa, quando si parlava di questo tema, due erano gli aspetti fondamentali. Primo, ignoranza totale su quello che potevano essere le malattie e gli effetti derivanti magari dall’abuso di farmaci, doping e quant’altro. Secondo, se ti permettevi di accostare una malattia come la SLA al calcio venivi preso per pazzo. Molta gente lo ha fatto, spesso in maniera superficiale, dicendo che “la Sla è la malattia di quei calciatori che sicuramente hanno preso il doping”. E invece questa è un’altro aspetto che percepimmo subito come non vero, perché ci confrontavamo con i medici e non con le chiacchiere. Pensa che adesso tutti quanti ci vengono a rimorchio.

Eppure, di solito, si associa lo sport al benessere fisico.

Molti medici ritengono che lo sport professionistico non sempre faccia bene, anzi porta il fisico del calciatore ad uno stress tale che può causare delle conseguenze o patologie come quelle che abbiamo riscontrato in questi anni. Ti parlo del calciatore, perché è quello che abbiamo studiato di più.

Quando ha iniziato a capire, ed in che modo, che esisteva un legame tra calcio e Sla?

Qui bisogna essere molto seri. Fare un’affermazione del genere può farti passare per presuntuoso o per una sorta di scienziato pazzo. Dire, invece, che probabilmente esiste una connessione tra calcio e malattia è aspetto comprovato dai dati. Se su 100 mila abitanti ci sono tre casi di Sla e se nei calciatori si arriva fino a 7/8 casi, con esposizioni che possono arrivare fino a venti casi su centomila, è chiaro che qualcosa non va. Quando ho iniziato a confrontarmi con alcuni ricercatori che portavano questi tipi di dati, lì ho capito che ci poteva essere questo tipo di connessione.

Ma secondo lei i calciatori sono consapevoli o no? E se lo sono in che misura?

La generazione che ha giocato negli anni ’80-‘90 ne è consapevole. Andando a ritroso e verificando anche il tipo di carriera che hanno fatto, le squadre in cui hanno giocato, ogni tanto si ricordano anche di pratiche medico-scientifiche molto al limite, cui sono stati sottoposti, ed iniziano ad essere abbastanza terrorizzati. Quelli che giocano adesso sono sensibilizzati alla problematica, soprattutto dopo il caso Borgonovo, però non so fino a che punto comprendono il discorso sulla tutela della salute.

Cosa pensa dei recenti, “misteriosi”, malori di Sculli e Balotelli?

Lì si parla di allergie, ma è chiaro che se succede qualcosa in campo un minimo di allarme c’è sempre, nel senso che in questi anni sono accaduti tantissimi episodi tenuti sottotraccia e poi esplosi. Tecnicamente, per quanto riguarda Sculli si è trattato di vernice e Balotelli ha avuto un’allergia che “ci può stare”. Io però ho sempre nella memoria il Ronaldo dei Mondiali ’98 in Francia. A distanza di anni si sta capendo che qualcosa di “strano” e molto rischioso fu fatto al giocatore. La sua patologia tiroidea potrebbe essere stata causata da un eccesso di sostanze anabolizzanti (o derivati), che gli sono stati praticati da quando si è trasferito in Olanda fino al passaggio nel nostro campionato.

Quindi potrebbe essere anche questa una delle cause dei numerosi infortuni di Ronaldo?

I medici concordano con il fatto che nel calcio di oggi vengono imposti dei ritmi altissimi e per stare a questi ritmi spesso i calciatori si sottopongono anche a pratiche mediche pur di essere recuperati in fretta. Invece si sa benissimo che l’unica medicina è quella del riposo, mentre i calciatori vanno in campo anche infortunati “grazie” a infiltrazioni o pratiche mediche che spesso ignoriamo. Secondo me questi sono gli effetti collaterali di un abuso sul fisico del calciatore.

La situazione oggi è migliorata o peggiorata?

Difficile da dire. Abbiamo avuto anni in cui c’è stata l’epidemia del Nandrolone e anni in cui c’è stato una sorta di terrorismo nei confronti delle squadre e sembrava che i controlli che venivano fatti non portassero a nessun tipo di risultato perché le società ed i calciatori si erano adeguati a determinati parametri. Ci sono degli sport, come il ciclismo in cui i controlli sono serratissimi. Nel calcio, anche a detta di molti addetti ai lavori, se si andasse a fondo non è detto che non troveremmo delle situazioni preoccupanti. Però, come ben sai, il Calcio è una delle maggiori industrie nazionali, quindi toccarla o screditarla può essere pericoloso.

Anche nel resto d’Europa soffrono di queste problematiche?

Guariniello è stato il primo che si è occupato di morti e malattie sospette nel calcio e si è sempre chiesto perché altre procure internazionali non avessero fatto lo stesso tipo di ricerca che ha fatto la Procura di Torino. Chiedeva soprattutto maggiore collaborazione anche ad altre procure italiane, perché se in molte città fossero stati aperti dei fascicoli di inchiesta probabilmente si sarebbe andato più a fondo. In Spagna si parla addirittura di pratiche mediche, con il Dottor Fuentes che circola tra il Valencia, il Barcellona e tutti i grandi club spagnoli, che sono al limite. In Italia si sta facendo molto anche sulla scia emotiva del caso Borgonovo, all’estero sappiamo che il tema esiste ma non è stato affrontato.

E gli organi di controllo internazionali come reagiscono?

Platini ha detto che questo è un fenomeno da tenere sotto stretto controllo, però non so fino a che punto si vada in fondo. È difficile capire come si muovono veramente gli organi internazionali per il semplice fatto che toccare il calcio è sempre molto pericoloso.

Secondo lei cosa si può fare?

Innanzitutto bisognerebbe eliminare tutti quei farmaci. Quando Zeman nel ’98 diceva che “bisogna far uscire il calcio dalle farmacie”, non raccontava eresie. Bisogna eliminare tutta una serie di farmaci e prodotti che vengono utilizzati già nei settori giovanili;bisogna tornare ad un calcio che abbia meno partite settimanali e quindi un minore monopolio delle televisioni. Sto parlando di utopie ovviamente perché ormai non si torna più indietro. Ci vorrebbe una maggiore collaborazione da parte degli ex calciatori. Andrebbe fatto un passaporto biologico per ogni singolo calciatore dove vengono annotati tutti i tipi di infortuni subiti e tutte le pratiche mediche ricevute.

Viva l’ottimismo.

La situazione è seria ma non è grave. Bisognerebbe fare molti più controlli preventivi.

 

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