CALABRIA/ Dopo il caso Reggio, lo Stato sia Stato: basta con l’ipocrisia di morte

Il Comune di Reggio Calabria è stato sciolto. Lo ha annunciato ieri il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri. Nel motivare l’“atto sofferto”, ha usato espressamente il termine “contiguità”. Non si tratta di infiltrazioni, dunque; il che non allevia affatto la situazione, ma l’aggrava. Esiste una zona grigia che ogni tanto emerge come iceberg dalle profondità. Il male, però, sta appunto nell’abisso, un abisso insondato e insondabile.

di Emiliano Morrone

Bronzi_di_RiaceA breve la Calabria sarà scossa da un altro scenario inquietante sui rapporti tra ‘ndrangheta e potere. Teniamolo bene a mente, molto bene a mente.

Il punto, però, è che nulla fa cambiare. Nulla. Le inchieste e i provvedimenti dell’autorità centrale interrompono flussi di affari, ma solo per poco. Dopo, tutto riprende come prima; anzi, peggio.

La Calabria è dominata da logiche di spartizione e da una cultura della mafiosità che ha radici lontane. La regione, quindi la sua gente, me compreso, è battuta dalla paura. La rassegnazione generale si accompagna al desiderio delirante di piccoli favori, utili, vantaggi. Spesso ci si frena: non si parla, interviene, reagisce. Non si urla, non si rifiuta l’imperio del della corruzione e del silenzio. Tacere è d’obbligo. Serve a domandare aiuti alla politica, invischiata con la ‘ndrangheta. La massoneria deviata resta sempre in ombra: gode nei palazzi delle istituzioni, laiche e religiose.

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Qualcuno afferma che la Calabria bisognerebbe chiuderla, isolarla nel suo isolamento voluto, affidarla alla sue leggi distruttive. Lo Stato qui non c’è, ed è inutile che il ministro Cancellieri dica che il governo ci sosterrà, compatibilmente con le risorse disponibili.

In Calabria c’è da cambiare la scuola, occorrono interventi speciali, straordinari; intanto nell’istruzione e nella formazione. La Repubblica è distante: sta a Roma, dove s’arriva con ritardi secolari, che hanno permesso il radicamento di una mentalità perversa, di un costume brutto, di un ordinamento contrario alla democrazia, ridotta a volgare facciata ipocrita.

Non ci importa più di elezioni, strategie e misure contro la crisi. Qui, una volta per tutte, bisogna che lo Stato si mostri Stato; che esca fuori dei paraventi burocratici e risponda al bisogno di pulizia e giustizia della regione. Qualcuno dovrà pur dire che non saranno i commissari, le promesse dei governi e la supplenza della magistratura a risolvere la Questione calabrese. Ci vuole un’azione di forza a lungo termine. Diversamente, la menzogna di Stato proseguirà e morirà la terra, morirà la speranza, moriranno gli uomini che lottano ogni giorno per impedire l’emigrazione e l’orrore quotidiani.

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