Bersani vuole governare e strizza l’occhio a Lega e Monti. Ma Pd e M5S sono già in campagna elettorale

No a un governo qualsiasi”. La proposta avanzata da Bersani a Giorgio Napolitano è una e una sola: l’esecutivo dev’essere guidato dal Pd. Nessuna passo indietro (o di lato) da parte di Bersani. Nonostante il M5S abbia parlato chiaro sin dopo il risultato elettorale. Perché allora il segretario Pd ha deciso di andare dritto per la sua strada? È probabile che Napolitano, oggi pomeriggio, gli affidi un mandato ispettivo per verificare l’esistenza dei numeri. L’unica possibilità è che Bersani ora riesca ad ottenere la fiducia di Monti (che ora pare contrario ad un appoggio) e della Lega (ecco perché tanta insistenza sulla “Camera delle autonomie”). Ma potrebbe non bastare: comunque non si raggiungerebbe la maggioranza assoluta. Il discorso però è un altro. In realtà tanto il Pd quanto Grillo – come vedremo – già pensano alle prossime elezioni. Ecco perché né l’uno né l’altro intendono mollare.

 

di Carmine Gazzanni

bbg_consultazioni_2013BERSANI VUOLE GOVERNARE – Dopo che a recarsi al Quirinale erano stati prima Grillo e poi Berlusconi, tutti erano in attesa della delegazione Pd guidata dal segretario Pier Luigi Bersani. Tutti si chiedevano cosa avrebbe detto. Cosa avrebbe proposto a Napolitano. Passo indietro per un governo esterno ma comunque con persone di area Pd (vedi Rodotà o Onida) cercando di trovare l’appoggio del Movimento 5 Stelle?

Passo di lato per lasciare spazio ad un governo Grasso a cui anche parte del Pdl avrebbe aderito (pur mal digerendo la cosa)? O elezioni anticipate nella speranza che la carta Renzi possa sovvertire il quadro di stallo che si è venuto a creare? Alla fine niente di tutto questo.

Anche se in maniera velata, il discorso fatto da Bersani è piuttosto chiaro: “non ho piani B e neanche piani A. Ho presentato le mie proposte nel rispetto del presidente della Repubblica, ora ci affidiamo a lui”. Insomma, per il Pd sembrerebbe non ci siano alternative ad un governo democratico guidato dal suo segretario. Niente esterni, né tantomeno Grasso.

Pier Luigi Bersani, però, sa che ad oggi i numeri non sono dalla sua parte. È improbabile che il Pdl dia la fiducia su punti programmatici al cui interno spuntano legge sul conflitto d’interessi e quella sull’anticorruzione. Impossibile l’appoggio del Movimento 5 Stelle dato che tanto Grillo quanto i capigruppo hanno parlato chiaro sin dal giorno dopo il risultato elettorale: nessun accordo con il Pd, né con Bersani premier né con “foglie di fico” (leggi Grasso). Al momento, poi, è difficile anche un accordo con il Terzo Polo di Mario Monti dopo che il bocconiano ha chiuso alla possibilità di un’alleanza con i democratici.

NAPOLITANO: NESSUN GOVERNO DI MINORANZA. O I NUMERI O NIENTE – Ma è proprio da qui che Bersani necessariamente deve partire. L’abbiamo detto: Bersani, da quanto dichiarato in conferenza, ha certamente avanzato a Giorgio Napolitano la proposta che sia lui, il segretario Pd, a formare il governo. Proposta che sarebbe legittimata dal fatto che i democratici hanno maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato.

Proprio per questo è molto plausibile che Giorgio Napolitano non gli affidi per così dire a scatola chiusa l’incarico, ma che avanzi un mandato ispettivo, una sorta di pre-incarico. Come dire: caro Bersani, portami i numeri che assicurino anche al Senato una maggioranza assoluta e ti darò l’incarico. È probabile che accada questo per un motivo molto semplice: Giorgio Napolitano, nel corso del suo settennato, si è trovato già due volte di fronte ad una situazione simile.

Nel 2006 con la prima crisi del governo Prodi (poi superata con il passaggio al centrosinistra di Marco Follini) e nel 2011 con Berlusconi (poi dimessosi per fare posto a Mario Monti). In entrambi i casi il ragionamento del Quirinale è stato chiaro: nessun governo di minoranza. Se ci sono i numeri, bene. Altrimenti niente da fare.


monti_consultazioni_2013_tornaL’APERTURA A MONTI. MA NON BASTA – Insomma, a Bersani serva qualcuno che dia maggiore stabilità al suo esecutivo. Il calcolo è rapido. I senatori, considerando anche quelli a vita, sono 319. Per avere maggioranza assoluta bisogna arrivare, dunque, a 160. Per ora il Partito Democratico è fermo a 106. Considerando i piccoli partiti delle autonomie locali più il Psi (che fanno gruppo insieme) arriverebbe a 116.

Considerando il niet di Grillo e l’impossibilità – palesata ancora ieri dallo stesso Bersani – di un accordo con Silvio Berlusconi, il Pd potrebbe provare a cercare un dialogo con il Terzo Polo e con la Lega. Sebbene infatti Monti abbia chiuso (almeno formalmente) alla possibilità di un’alleanza con il centrosinistra, in realtà il tavolo di trattativa non è mai stato interrotto. D’altronde la stessa delegazione di Scelta Civica ha espresso a Napolitano l’esigenza di un governo.

Magari di larghe intese. Senza dimenticare, peraltro, che a quel punto il Pd potrebbe giocarsi la controproposta di Mario Monti come futuro Presidente della Repubblica (idea che, peraltro, non dispiacerebbe nemmeno all’attuale inquilino del Quirinale). Se questo dovesse accadere, il conteggio salirebbe: sarebbero 127 i senatori a sostenere il governo. Non bastano.


L’OCCHIOLINO ALLA LEGA. PERICOLOSO. E (ANCORA) NON BASTA – Ecco allora la possibilità che Bersani intavoli un dialogo anche con la Lega Nord. Qui il discorso, per ovvi motivi, diventa più complicato. Bobo Maroni, però, pochi giorni fa non ha escluso la possibilità di un “aiutino”. Come dire: votiamo la fiducia a Bersani se riceverà la nomina, poi potremmo garantire un appoggio esterno.

Quest’ipotesi, però, potrebbe essere molto rischiosa e durare un battito di ciglia. Spieghiamo perché. Maroni non può assolutamente inimicarsi gli alleati del Pdl. In gioco ci sono tutte le regioni governate dai padani proprio grazie all’appoggio e al sostegno degli uomini di Silvio Berlusconi. Cosa potrebbe accadere se Maroni assicurasse appoggio – seppur esterno – a Bersani?

 Che il Pdl ricatterebbe immediatamente la Lega, che certamente non rinuncerà ai propri fortini (soprattutto dopo la conquista della Lombardia). Ergo: il Pd si ritroverebbe senza più appoggio di Maroni. E al primo voto di fiducia Bersani cadrebbe.

Ecco allora che, se le trattative dovessero venire intavolate, la Lega potrebbe trovarsi a fare da ponte tra Pd e Pdl. Per garantire agli uni appoggio esterno e per potersi assicurare dagli altri la certezza che le giunte regionali non cadano, Maroni potrebbe avanzare proposte che tengano conto dei desiderata di Silvio Berlusconi (su tutti, la questione della sua ineleggibilità). Ecco perché le trattative sono tutt’altro che facili.

Anche perché, se passiamo al nostro conteggio, ci accorgiamo di come le cose ancora non vadano a favore del Pd: si arriverebbe, nel caso di un appoggio (esterno) di Monti e Lega, a quota 143. Meno sette dalla maggioranza assoluta.


napolitano_prossimo_governo_fottutiGRILLO E BERSANI GIÀ PENSANO ALLA CAMPAGNA ELETTORALE. E SI SFIDANO SPERANDO NEL PASSO FALSO DELL’ALTRO – La questione, dunque, è tutt’altro che semplice e scontata. Anche se Bersani dovesse riuscire a formare una maggioranza (anche se implicita) totalmente trasversale (basti ricordare che, fino a ieri, la Lega e Monti erano acerrimi nemici), non raggiungerebbe i numeri necessari da portare a Giorgio Napolitano.

Eppure il segretario Pd, stando alle parole espresse ieri dopo l’incontro al Quirinale, non ha alcuna intenzione di mollare. In un certo modo, quasi grillianamente. L’uno non intende piegarsi ad accordi, l’altro non vuole rinunciare a quello che, a detta sua, gli spetterebbe. Entrambi, Grillo e Bersani, non sono disposti a trattare. Fermi sulle loro posizioni. Ed è proprio questa la prova più evidente che tanto il Pd quanto i Cinque Stelle già sono proiettati alle prossime elezioni, sperando nel passo falso dell’uno o dell’altro. Spieghiamo. Perché Grillo non cede?

 Ovvio, perché così Bersani, se vuole governare, sarà costretto all’inciucio e alle prossime elezioni (che ci saranno, comunque vada, a breve) sarà un successone per il movimento stellato.

Perché Bersani non cede? Ovvio, perché così Bersani potrà presentarsi alle Camere con i suoi “otto punti”, tutti profondamente vicini alla politica dei Cinque Stelle, e, nel caso non ottenga la fiducia, potrà in campagna elettorale rinfacciare la cosa a Grillo.

Potrà, anche legittimamente, dire: “avevo presentato un programma con taglio dei parlamentari, riduzione dei costi della politica, conflitto d’interessi, legge anti-corruzione. Ma Grillo ci ha mandato a casa”. E alle prossime elezioni (che ci saranno, comunque vada, a breve) potrebbe essere un successone per i dem.

Perché, altrimenti, Grillo continua con l’insistere sulla “politica dell’inciucio” (si vedano gli ultimi post del blog) nonostante, ad esempio, le nomine dei Presidenti di Camera e Senato dicano tutt’altro? E perché, invece, Bersani ha insistito – quasi come un ricatto – anche ieri sulla “responsabilità” dei partiti e sul fatto che poi tutti “daranno conto del loro operato agli elettori”?

La risposta, come detto, va ritrovata nella certezza, tanto degli uni quanto degli altri, che presto si tornerà al voto. Questa ancora mancava al nostro Paese: anche la politica (o quella che dovrebbe essere tale e rivolta ai problemi – quelli seri – dei cittadini) è diventata (solo) pre-campagna elettorale.

Fino al 31 dicembre 2016 puoi attivare una copertura per il rischio terremoto con sconti fino al 50%.