Bersani, Vendola e Di Pietro: tre uomini e tre no

L’aria che tira, per le primarie nazionali, sembra schierare un trittico di lorsignori da far invidia a qualsiasi altro schieramento democratico: l’oratore Nichi Vendola, il moderato (sic!) Di Pietro e il simpatico Bersani, alias D’Alema. Saranno in grado di giocare la battaglia finale contro il berlusconismo targato Berlusconi? Sapranno rinnovare? E se invece fosse una donna a riportare in alto l’orgoglio italiano, calpestato da anni di inciuci e da un trasversalismo indecente? Le risposte in questa lucida e spietata analisi di Ferdinando Imposimato.

di Ferdinando ImposimatoLa Voce delle Voci

bersani_vendola_dipietro_pp1Alle ultime elezioni amministrative la maggioranza degli italiani ha dimostrato senso di responsabilita’ sostenendo Giuliano Pisapia a Milano, Luigi de Magistris a Napoli e Piero Fassino a Torino. Successo completato dal trionfo dei si’ ai referendum. Ma sarebbe irresponsabile prolungare ora l’euforia, specie dopo la crisi napoletana, frutto di forze interessate a far fallire la soluzione del problema.

Oggi si tratta di vincere la battaglia finale contro Silvio Berlusconi e Umberto Bossi che, per restare a galla, sono pronti a varare leggi incostituzionali e antidemocratiche come quella sulle intercettazioni telefoniche. E si preparano ad un nuovo assalto alla Costituzione, con alcuni ministeri in Lombardia, il cambio della composizione della Corte Costituzionale, l’asservimento del pubblico ministero al controllo dell’esecutivo e il conferimento di poteri straordinari al presidente del Consiglio, svuotando la carica del presidente della repubblica.

Tutto questo avviene con il progressivo controllo di Rai 3, con la nomina all’unanimita’ di Lorenza Lei a direttore generale. E la fulminea epurazione di alcuni giornalisti e il ridimensionamento di alcuni programmi storici come Anno Zero, Report e Vieni via con me. La restaurazione e’ avvenuta con la complicita’ attiva dell’opposizione che, dopo aver votato per l’elezione della Lei, e’ rimasta silente di fronte alla riproposizione della legge bavaglio e a misure repressive dell’informazione e della critica, che riducono la portata della sconfitta del premier.

UNA DONNA INDIGNATA
Oggi la sfida e’ piu’ impegnativa: occorrre scegliere il nuovo leader del centro sinistra da contrapporre ad una volpe come Silvio Berlusconi, che ha gia’ sconfitto Occhetto, D’Alema, Prodi, Veltroni ed altri. I candidati ufficiali alle primarie sono Nichi Vendola, Antonio Di Pietro e Pierluigi Bersani. Dico subito che non voterei alle primarie nessuno dei tre candidati, per le seguenti ragioni. Anzitutto trovo asssurdo che alla competizione non partecipi un rappresentante della societa’ civile, ad esempio una donna scelta dal movimento nato nel febbraio 2011. Movimento che e’ stato la sola opposizione reale al vigente sistema di potere divenuto regime, cioe’ alla dittatura della maggioranza.

I partiti del centro sinistra e i loro leader, per la loro assenza dalla scena politica, che ha favorito il nascere e prosperare del premier, sono stati oggetto di critiche aspre da tutti i cittadini e dai movimenti spontanei. Di fronte all’umiliazione della condizione della donna da parte del premier, il movimento femminile ha riempito le piazze per condannare il modello della donna oggetto, incapace di pensare e di agire in politica.

Dietro la grande manifestazione di Piazza del Popolo c’era la volonta’ di dire basta alla discriminazione delle donne nelle istituzioni fondamentali del paese. E di proporre un mondo femminile pronto a fare politica e a scegliere la nuova classe dirigente che deve sostituire i logori vertici del centrosinista. Colpevoli anche di inerzie gravi rispetto alla scuola, ai precari e ai disoccupati. Senza i movimenti della scuola, delle donne e dei lavoratori, non c’e’ speranza di vittoria contro la destra. Se la battaglia per la guida del centrosinistra dovesse essere limitata a Vendola, Bersani e Di Pietro, vincerebbe ancora Berlusconi.

NO AL DUO BERSANI-D’ALEMA
Cominciamo dal segretario del Pd Pierluigi Bersani, una brava persona, ma controfigura di Massimo D’Alema. E’ lui che indica la linea del partito con sue arroganti ed insulse interviste a Massimo Giannini su Repubblica. Bersani ha dato la sua adesione alla legge bavaglio voluta dal premier, sulla scia di “baffino”. Ma, prima ancora, ha offerto l’alleanza del Pd a Bossi per il federalismo, in cambio della liquidazione di Berlusconi.

Le critiche al consociativismo suicida di D’Alema-Bersani sono state aspre. E’ quanto di piu’ ripugnante – si e’ detto – potesse capitarci di leggere, dopo la vittoria di Milano e Napoli e il trionfo del si’ ai referendum. La filosofa Roberta de Monticelli sul Fatto Quotidiano indica in D’Alema la parte piu’ ambigua della classe politica italiana. Il quale sta agendo, «a richio di disgustare di nuovo quelle centinaia di migliaia di persone, giovani e donne, che si erano appena affacciati all’impegno della partecipazione civile e politica». E tuttavia non possiamo limitarci alla critica. E fermarci a denunziare – come fa de Monticelli – «la responsabilita’ storica terribile di avere ucciso la speranza di un riscatto morale e civile per via democratica, e di avere ricacciato nel qualunquismo dell’antipolitica la generazione che avrebbe potuto nutrire il rinnovamento».

Di questa situzione di resa al centro destra deve rispondere Pierluigi Bersani, che non riesce a liberarsi del padrinaggio di D’Alema e lo segue in tutte le sue inziative piu’ devastanti, l’ultima delle quali riguarda la condivisione della legge sulle intercettazioni. Ma non possono bastare il disgusto e il qualunquismo: nostro dovere e’ quello di promuovere una grande manifestazione di massa contro Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, sua controfigura, perche’ se ne vadano a casa per sempre, come usa in tutte le democrazie. In ogni caso, Bersani non puo’ rappresentare il centrosinistra.

PERCHE’ NO A VENDOLA
Ma diciamo no anche a Nichi Vendola, responsabile di un vero e proprio fallimento del suo governo della Puglia. Con una serie di scandali che hanno travolto i maggiori esponenti politici del Pd dell’area dalemiana: il magistrato che indagava sugli scandali e’ stato costretto a lasciare l’inchiesta, nel silenzio dei media.

Nel corso di una lunga intervista all’Espresso, Vendola si lancia in acrobazie dialettiche suggestive ma incoerenti. Sostiene che la svolta non sia dovuta ai partiti, ma ai tanti movimenti che hanno seminato, dissodando la terra inquinata dal berlusconismo. Esalta le donne e i giovani. E dice che il centro sinistra torna a vincere, perche’ e’ sospinto da un formidabile processo di critica verso le oligarchie. Del programma non dice nulla. Dei conflitti d’interessi non parla, della vergognosa legge elettorale, che lede i fondamentali diritti politici, neppure.

Inoltre ci si sarebbe aspettati che Vendola lasciasse spazio a un esponente dei movimenti, e non scegliesse se stesso, che e’ espressione di una oligarchia immarcescibile. Non una parola sui suoi molti errori del passato recente, specie nella scelta dei collaboratori – materia che lo vede del tutto incapace – e sullo sperpero del denaro pubblico in materia di sanita’. E tace anche sulla sua alleanza con Massimo D’Alema, favorita da Nicola Latorre, il quale annuncia: «noi e Vendola nello stesso partito». E dunque Vendola perpetuerebbe la metastasi D’Alema. Il quale – non si dimentichi – aveva scelto a Milano e a Napoli candidati del Pd che ci avrebbero portato alla sconfitta. Dunque Vendola – in questo sono d’accordo con Marco Travaglio – non puo’ rappresentare il centro sinistra, poiche’ riprodurrebbe il vecchio ceto politico sconfitto dal premier.

STOP A DI PIETRO
Antonio Di Pietro e’ la pallida ombra del pm di Mani pulite che tante speranze suscito’ negli italiani per le sue battaglie contro la corruzione, ma altrettante delusioni per il suo abbandono della toga e la scelta di schierarsi contro alleati o amici dei suoi indagati. Fatto che fece avanzare il fondato sospetto di una strumentalizzazione della funzione inquirente.

Ma veniamo all’oggi. La batosta che l’Idv ha subito alle amministrative e’ stata durissima. Nel momento della maggiore flessione del Pdl e del tramonto di Silvio Berlusconi, il suo partito e’ riuscito a perdere decine di migliaia di voti. Questo vuol dire che Di Pietro ha esaurito la sua forza propulsiva e non puo’ essere l’alternativa a Berlusconi, essendo identico al premier nella gestione del partito.

Di Pietro deve pensare a farsi da parte, evitandoci la sofferenza di assistere ancora al lancio politico, accanto a persone rispettabili, di personaggi legati alla criminalita’ organizzata o al malaffare o alla destra, pronti a vendersi al migliore offerente appena eletti nelle liste dell’Idv. Sono queste le ragioni vere della crisi di Italia dei Valori.

La storia del Di Pietro che vuole il dialogo con il premier perche’ abbandona la protesta e la piazza fa ridere. Di Pietro non ha subito la sconfitta per il sostegno ai movimenti di piazza – popolo viola, precari e movimenti delle donne – ma per altre e piu’ serie ragioni. I giovani hanno condannato la scelta di non realizzare quel ricambio generazionale che lui stesso aveva promesso. Altro motivo di delusione e’ la gestione antidemocratica del partito, che reca nel simbolo il nome del leader, proprio come il Pdl. Questo e’ assolutamente contrario alla regola vigente in ogni democrazia, che vieta la nascita di partiti-persona di stampo peronista. Infine lascia perplessi la gestione non trasparente dei contributi elettorali, nonostante la archiviazione delle denunzie di politici rispettabili come Elio Veltri, Achille Occhetto e Giulietto Chiesa. Stupisce che a decidere la destinazione dei fondi sia solo Antonio Di Pietro, senza alcun controllo del partito.

Ancora. La scelta dei candidati dell’Idv dall’alto, profittando di una legge elettorale antidemocratica, e l’espulsione di fatto dal partito, decisa da una sola persona, di uomini non graditi al presidente, sono comportamenti che meritano il massimo della riprovazione da parte di qualunque democratico. Ed e’ inutile nascondere la sconfitta trincerandosi dietro il risultato di Luigi de Magistris a Napoli. Il neo sindaco era il primo critico del dispotismo di Antonio Di Pietro e delle sue scelte improvvide.

Queste ragioni bastano ed avanzano per esprimere il dissenso sulla sua persona. A queste si aggiungono la mancanza di un programma serio e la sua stessa ambigua disponibilita’ politica verso il premier, dopo averne dette di tutti i colori sulla sua condotta contraria alla legge e alla Costituzione.

I RISCHI DA EVITARE
Speriamo che i militanti del Pd riacquistino il senso di responsabilita’ verso se stessi e verso il Paese. Ricordando cio’ che accadde nel 2006. Quando la tattica dell’immobilismo adottata dal centrosinistra mentre il secondo governo Belusconi sprofondava nei sondaggi, fu devastante. La vittoria annunziata divenne un quasi pareggio, che porto’ alla fine prematura del Governo Prodi e al ritorno di Berlusconi. Per evitare che la storia si ripeta, bisogna rimettersi subito al lavoro, senza illudersi che questa implosione sia garanzia di un trionfo alle Politiche. Pensando che questa storia del convergere al centro e’ una chimera. Le elezioni di maggio hanno sancito l’evaporazione del terzo polo. C’e’ solo l’Udc, con un Pieferdinando Casini deciso a lottare contro Berlusconi. Occorrono programmi, ma soprattutto trovare persone giuste, un Pisapia che vada bene all’Italia. Un candidato idoneo potrebbe essere Sergio Chiamparino, il quale ha un grande merito: avere guidato la amministrazione comunale di Torino con saggezza e bravura, circondandosi di persone di grande onesta’. Pregio che non ha Nichi Vendola.

 

Tratto da La Voce delle Voci di Luglio/Agosto 2011

 

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