Bersani peggio di Berlusconi: 79% di assenze in aula e 1.593 voti come il “compagno” Casini

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È il quarto parlamentare con più assenze ingiustificate di questa legislatura. Il primo del Partito Democratico. Il primo della circoscrizione in cui è stato eletto (Emilia Romagna). E quando è presente non è che è che abbia fatto meglio: ben 22 volte ha votato differentemente dal proprio gruppo parlamentare. Non solo. In cambio il 79,2% delle volte (1.593 votazioni su 2.011) ha votato come l’amico Pieferdinando Casini. Di chi sarà questo ritratto inequivocabilmente pesante? Di un espulso del partito? Di un transfugo nel partito centrista? Ebbene no. Semplicemente del segretario nazionale dei democratici Pier Luigi Bersani.

 

A leggere i dati di OpenPolis si rimane increduli. Il segretario nazionale del Partito Democratico – quello che, a rigor di logica, dovrebbe dare l’esempio e mettere la faccia in ogni iniziativa parlamentare del partito – è quello che ha collezionato più assenze tra i suoi. Uno dei primi in assoluto. Se si vanno a spulciare i dati forniti dalla piattaforma che monitora l’attività parlamentare di deputati e senatori, infatti, si nota che, dopo i tre del Pdl Nicolò Ghedini, Denis Verdini e Antonio Angelucci, spunta il nome di Pier Luigi Bersani: ben 71,21% di assenze. Su un totale di 11.066 sedute, soltanto 3.186 hanno visto la presenza tra i banchi del leader democratico. Ergo: sono state ben 7.880 le assenze collezionate.

Qualcuno ora dirà: bisogna andare a vedere anche quante sono state le missioni e le assenze collezionate per la sua attività parlamentare. Dispiace scontentare i difensori del segretario Pd, ma i numeri parlano chiaro: dal 2008 la percentuale di missioni è ferma allo 0%. Niente. Nada ne nada. Cosa vuol dire questo allora? Semplicemente che le 7.880 assenze sono tutte – nessuna esclusa – ingiustificate.

Non solo. Con le primarie entrate pesantemente nel vivo, c’è da aspettarsi che questo tristissimo trend possa crescere ancora di più. Basti d’altronde far riferimento alle cronache degli ultimi giorni per rendersene conto. Dopo l’apertura della campagna a Bettola, il segretari Pd è stato praticamente impegnato mattina e sera sui palchi di tutta Italia. Da Nord a Sud, Bersani ha girato in lungo e in largo, tranne che in Parlamento. Addirittura non si è fatto mancare nemmeno un tour europeo: il 23 ha incontrato a Roma Sigmar Gabriel,  leader del Partito socialdemocratico tedesco, il 24 è stata la volta del cancelliere austriaco Werner Freymann, il 25 ha incontrato a Parigi François Hollande, mentre venerdì 26 è volato a Tolosa per partecipare al congresso del partito socialista francese. Agenda fittissima di appuntamenti, insomma. E nei prossimi giorni sarà anche peggio: oggi a Roma, il 9 a Milano, il giorno dopo di corsa a Roma.

Ma a questo punto domandiamoci: come si sarà comportato il segretario in quelle (poche) volte in cui era presente a Montecitorio? Anche qui riserve ci sono, eccome. Se si vanno a spulciare le tante e tante votazioni di questa legislatura, si nota un dato interessante: in ventidue votazioni il segretario Pd ha votato differentemente dal proprio gruppo parlamentare. Si dirà: ventidue votazioni sono decisamente poche. Vero. Così com’è vero, però, che alcune di queste hanno avuto un’importanza decisiva soprattutto in ambito economico. Prendiamo l’ultimo caso: il sedici dicembre dello scorso anno si votava in Aula il decreto Salva-Italia (il primo provvedimento del governo Monti, per intenderci). Secondo i dati raccolti da OpenPolis, in quell’occasione il segretario Pd ha votato diversamente dalla stragrande maggioranza del suo gruppo parlamentare: mentre il voto del gruppo è stato contrario, Bersani sin da subito ha deciso di dar fiducia all’operato del Professore votando a favore del decreto. Sappiamo bene com’è andata a finire: in un modo o nell’altro, il segretario Pd è riuscito a far cambiare idea a quanti nel Pd non la pensavano come lui. Risultato: il decreto passò con un sì generalizzato di Pdl, Udc e – appunto – Pd.

Non solo. C’è dell’altro. Se infatti Bersani molto spesso si è trovato in disaccordo con gli stessi democratici, altrettanto spesso le sue idee si sono sposate pienamente con quelle di un altro segretario. Stiamo parlando di Pierferdinando Casini. A vedere i numeri si rimane sconcertati.

Da inizio legislatura i due hanno espresso voti uguali il nel 79,2% dei casi, 1.593 volte su un totale di 2.011. Insomma, l’alleanza Bersani – Casini, a conti fatti, è nata decisamente prima rispetto a quanto si pensi. A quanto, probabilmente, pensino anche i due diretti interessati. Una sorta di alleanza a loro insaputa.

A conti fatti i numeri offrono un quadro inequivocabile: il Partito Democratico, anche grazie  – come abbiamo visto – all’operato/inoperato del suo segretario è finito con l’essere più moderato di quanto immagini e meno progressista di quanto creda.

Il futuro, dunque, sembrerebbe già scritto. Il Partito Democratico – soprattutto se le primarie dovessero sorridere a Bersani – non potrà che correre alle politiche con l’Udc di Casini, di cui, senza saperlo, è già alleato dal 2008. Perlomeno in quelle poche, pochissime volte in cui Bersani era presente in Aula.

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