BERLUSCONI SI DIMETTE/ La fine di un’epoca o l’inizio della fine? Riprendiamoci la Politica

di Carmine Gazzanni

Berlusconi non è più. Non è più leader, non è più primo ministro e, soprattutto, non è più protagonista indiscusso della scena politica nazionale.  Qualunque sia il giudizio che si voglia esprimere su ben diciannove anni di indiscussa leadership, questa è la verità: è la fine di un’epoca. Un’epoca segnata da scandali, lotte interne, potere mediatico. Comunque si concepisca questa giornata, non sbagliano tutte quelle persone che sono accorse davanti al Quirinale con un grande striscione: “dodici novembre. Giorno della liberazione”.

Berlusconi-si-dimetteEra il 1993. Quell’anno Silvio Berlusconi annuncia la sua “discesa in campo” con un nuovo partito, Forza Italia. Risulterà una scelta azzeccata: vincerà le elezioni e comincerà un periodo di assoluta supremazia politica. Ed ecco, allora, il governo Berlusconi I, interrotto dal primo “traditore” di una lunga seria, Umberto Bossi. E poi il 2001, con il secondo governo Berlusconi condotto fino alla scadenza naturale della legislatura. E, infine, l’ultimo esecutivo, questo, dilaniato da varie correnti, vari dissidenti e tante (troppe) fuoriuscite. Probabilmente Silvio Berlusconi non si sarebbe mai aspettato un epilogo così poco clamoroso, trionfale. Se vogliamo, un epilogo per nulla “berlusconiano”. Emblematico il suo volto all’indomani del voto sul rendiconto dello Stato, quando ha cominciato a prendere in seria considerazione la possibilità di dimissioni: era incredulo il Cavaliere, sconsolato, probabilmente più deluso che arrabbiato. La delusione di  un uomo che sa che per lui la commedia finisce qui. Il sipario cala inesorabilmente e, dopo diciannove anni, anche l’imperio berlusconiano si spegne, definitivamente.

Donne, barzellette, leggi decisamente opinabili, strabiliante capacità comunicativa, interessi personali che sovrastano quelli collettivi, una cerchia imbarazzante di “bravi” al servizio del capo, attacchi reiterati a chiunque cercasse di sbugiardarlo, dalla magistratura ai giornalisti fino alla (vera) opposizione. Questa è stata la leadership di Berlusconi. Ed è impensabile pensare che ce ne siamo liberati. Diciannove anni hanno dilaniato il sistema politico e, ahimè, culturale italiano. La democrazia, nel senso pieno del termine (non potere del popolo, ma potere per il popolo, al servizio del popolo), si è diradata: il bene collettivo, oggi, passa in secondo piano per il più misero degli interessi. Il berlusconismo non è un’ideologia, non è un colore politico. E’ stata – ed è – per essenza l’antipolitica, l’antidemocrazia, la depravazione, la volgarità e – concedetemelo – la sciatteria.

Non sappiamo quale sarà il giudizio che la storia assegnerà a Berlusconi. Oggi, però, sappiamo che è il baratro della politica italiana. Esprimere un giudizio su Berlusconi, significa esprimerlo sulla politica tutta. Perché, checché se ne dica, Berlusconi è stato per anni la politica in Italia. Ed ecco perché, nonostante tutto, per alcuni il Cavaliere sarà un grande statista, per altri il migliore politico italiano degli ultimi 150 anni. È il segno dei tempi, in qualche modo. È il segno dell’involuzione. Culturale prima ancora che politica. Noi, come milioni e milioni di italiani, ci defiliamo. Per noi Berlusconi non è una figura molto lontana da quella di Mussolini, un politico che, davanti all’indifferenza dei più, ha realizzato tutti i suoi più bassi interessi, accontentando le sue passioni, i suoi desideri, le sue perversioni.

Oggi, dunque, è lecito festeggiare. È lecito pensare che qualcosa stia cambiando. Ma attenzione. Giorgio Gaber, autore dall’intelligenza lungimirante, diceva: “Non ho paura del Berlusconi in sé. Ho paura di Berlusconi in me”. Se il Cavaliere esce di scena, tanti piccoli “Berlusconi” popolano, a destra e a sinistra, la nostra politica. L’amministratore che incarica i suoi amici più stretti è un Berlusconi, l’uomo d’affari che corrompe il politico per l’appalto è un Berlusconi, il delinquente che sfida a suon di ingiurie la magistratura è un Berlusconi. Le cricche sono berlusconiane. I faccendieri. I corrotti. I latitanti.

Bisogna capire, in pratica, che non è più possibile farci scivolare tutto addosso. Silvio Berlusconi, col suo stuolo di televisioni e giornalisti, è riuscito a renderci acritici. A privarci di quell’intelligenza democratica che ci siamo conquistati negli anni, anche a caro prezzo. Ora che un’epoca è finita bisogna tornare a pretendere non una politica, ma la politica. Bisogna tornare a gridare, a dire la nostra. A chiedere rispetto. Bisogna tornare ad indignarsi quando un politico svende l’immagine dell’Italia, corrompe o viene corrotto, favorisce, compra o si lascia comprare. Per troppo tempo la politica ha fatto il bello e cattivo tempo in Italia. Per diciannove lunghi anni. È ora di dire basta. È ora di capire che è la società civile che legittima il potere politico. Mai il contrario.

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