BANKSTER/ Morgan Stanley, Goldman Sachs, Rothschild: affari d’oro in Italia. A danno dello Stato

Grossi affari nel corso del 2012 per le banche che “contano”. Dalla Morgan Stanley all’inglese Rothschild fino alla Goldman Sachs, l’ex datore di lavoro dell’ex premier. E per fare cosa? Per fare da advisor (dunque da consulenti) in alcune acquisizioni (secondo alcuni, come vedremo, poco pulite) da parte della Cassa Depositi e Prestiti volute dal governo Monti. Ma ecco l’inghippo: le società sono passate dalla partecipazione del ministero del Tesoro a quella della Cdp. Una sorta di “gioco delle tre carte”: lo Stato, infatti, non ha fatto altro che spostare le partecipazioni da una mano all’altra, dato che il padrone (appunto lo Stato) è rimasto lo stesso, essendo i due istituti – Cdp e ministero – pubblici. Nonostante questo, però, lo Stato ha comunque pagato consulenti esterni (grosse banche mondiali) per farsi dire quanto valessero determinate società che poi, semplicemente, passa da una mano all’altra. A guadagnarci, insomma, sono stati solo i grossi banchieri.

 

di Carmine Gazzanni

Che quello di Monti sia stato il governo delle banche è, ormai, un dato assodato. Impossibile affermare il contrario, impossibile cercare di far passare la cosa semplicemente come complottismo sfrenato. Infiltrato.it, d’altronde, ha ricostruito le varie norme inserite in questo o quel decreto che sono andate a beneficio degli istituti bancari.

Basta ricordare, ad esempio, un dato. Secondo l’ultimo rapporto di Bankitalia, infatti, sarebbero ben 5 i miliardi che lo Stato avanza dalle banche. Peccato, però, che  se Agenzia delle Entrate e Governo sono – a giusta ragione – rigidi nei confronti dei furbetti di quartiere (basti pensare al redditometro, su cui, peraltro, ci sarebbe molto da dire), non lo sono – per nulla – nei confronti dei furboni d’alto borgo. Nessuna informativa, nessun pressing sulle richieste di pagamento, avanzate già dal 2009 ma nei fatti mai prese in considerazione dalle stesse banche. Niente di niente. Ma il rapporto, ovviamente, è biunivoco. Se lo Stato non chiede soldi, le banche italiane sono decisamente generose nel concedere soldi alle pa. Secondo l’ultimo rapporto di Unimpresa, l’associazione che rappresenta piccole, medie e grandi imprese, se infatti per cittadini e imprese non c’è possibilità di avere prestiti dalle banche, il credito nei confronti dello Stato è salito di ben 10,5 miliardi di euro: da settembre 2011 ad agosto 2012 si è passati da 173,7 a 184,2 miliardi. Un aumento, dunque, assolutamente in controtendenza rispetto a quanto, invece, sono costretti a pagare cittadini, famiglie e imprese.

E poi le norme concepite ad uso e consumo degli istituti: dalla moltiplicazione delle commissioni, alla riduzione dei prelievi di contante fino alla norma che garantisce una salvezza sempre e comunque per le banche: la garanzia dello Stato sui debiti. Si legge infatti nel decreto Salva-Italia che il ministero dell’Economia “fino al 30 giugno 2012 è autorizzato a concedere la garanzia dello Stato sulle passività delle banche italiane, con scadenza da tre mesi fino a cinque anni, o a partire dal 1 gennaio 2012 a sette anni per le obbligazioni bancarie garantite”. Un modo per non far fallire le banche, insomma. In altre parole, se le banche non saranno in grado di rimborsare bond alla scadenza o di onorare debiti, sarà lo Stato a farsene carico. Con quali soldi? Quelli dei contribuenti, of course. Per il momento sono stati stanziati 200 milioni di euro all’anno per cinque anni. Totale: un miliardo di euro. Certamente non sono bruscolini.

Quello che però fino ad ora non si sapeva è che da quando a Palazzo Chigi siede Mario Monti a fare affari non sono più solo le banche nostrane, ma anche i colossi della finanza mondiale. Il primo segnale di avvertimento c’era stato il tre gennaio 2012, giorno ideale visto il periodo festivo per fare manovre all’insaputa dei più. E infatti, nel silenzio più assordante dei media, l’Italia ha estinto una posizione in derivati che aveva con una delle più potenti banche americane, la Morgan Stanley. Ben due miliardi e 567 milioni di euro sono passati dalle casse del Tesoro a quelle della banca statunitense. Il primo ad accorgersene è stato Orazio Carabini su L’Espresso, il quale ha notato una particolarità certamente non di poco conto: nessun documento italiano segnalava il passaggio. Sono stati invece i vertici della Morgan, “nelle periodiche comunicazioni alla Sec”, commenta Orazio Carabini, a segnalare “che l’esposizione verso l’Italia a cavallo di fine anno è scesa, al lordo delle coperture, da 6,268 a 2,887 miliardi di dollari. Con una differenza di 3,381 miliardi”. Appunto 2,567 miliardi di euro. Ora, è chiaro che la banca aveva un credito nei confronti dello Stato e, dunque, probabilmente si erano raggiunti i termini di contratto per cui era necessario onorare il debito. Tuttavia la mancanza di trasparenza legittima dubbi, perplessità, domande aperte. Commenta non a caso Carabini: “Né Morgan Stanley né il Tesoro hanno voluto spiegare a L’Espresso il senso dell’operazione”. Tutto tace insomma dal ministero.

bankster_in_italia_affari_doroMa è finita qui? Certo che no. Gli affari delle grandi banche internazionali in Italia, come detto, sono forti e certamente sono tenute in conto da quando Monti ha ricevuto la sua investitura. Le ritroviamo, infatti, anche come advisor pagati direttamente dallo Stato.

Pochi mesi fa Vittorio Grilli e Corrado Passera avevano pensato a un piccolo escamotage per abbassare il debito pubblico, di cui, peraltro, Infiltrato.it parlava già ieri: trasferire alla Cassa Depositi e Prestiti (società pubblica che raccoglie il denaro depositato agli sportelli delle Poste dai 25 milioni di risparmiatori che comprano buoni postali o obbligazioni pubbliche) le società e le partecipazioni azionarie possedute dal ministero del Tesoro (Fintecna, Sace e altre società). In questo modo, si era ipotizzato, si sarebbe potuto raccogliere almeno 50 miliardi che avrebbero allentato certamente le pressioni del debito pubblico.

L’esacamotage, però, sa di trucco poco pulito. Questo passaggio, sebbene come detto abbia fruttato e non poco, assomiglia al “gioco delle tre carte”, come saggiamente afferma Gianni Dragoni in Banchieri e Compari. Lo Stato, infatti, non ha fatto altro che spostare le partecipazioni da una mano all’altra, dato che il padrone (appunto lo Stato) resta lo stesso: prima al ministero, ora alla Casa Depositi e Prestiti. Monti, in sostanza, ha venduto a se stesso. Il dubbio che, secondo alcuni, si debba parlare di finanza creativa non è assolutamente campato in aria.

Ed è proprio qui che subentrano le grandi banche mondiali. Per fare questi meri “cambi di casacca”, sia la Cdp sia il Tesoro hanno assunto, come detto, advisor: lo Stato quindi ha pagato consulenti esterni per farsi dire quanto valessero determinate società che poi, semplicemente, passavano da una mano all’altra. Ha pagato, in altre parole, per acquisizioni-fantasma. Cui prodest? La domanda resta, ovviamente, senza risposta. Anche se qualche indizio ci potrebbe venire offerto se andiamo a vedere chi sia stato incaricato dallo Stato – nella sua duplice veste di ministero dello Stato e Cassa Depositi e Prestiti – di fare da advisor e, dunque, di valutare le società da acquisire.

Le banche chiamate a svolgere questo ruolo sono state appunto “quelle che contano”: i consulenti per la Cdp sono state, ancora una volta, la Morgan Stanley, Unicredit e l’inglese Rothschild; il ministero dell’Economia ha scelto invece la francese Société Générale per valutare Sace e Simest e l’americana Goldman Sachs (ex datore di lavoro di Mario Monti) per la Fintecna.

Affari d’oro, insomma, per le grandi banche. Spese inutili invece per l’Italia dato che il passaggio di proprietà, come detto, è stato solo apparente. Ma c’è un appendice paradossale. Ai primi di agosto, pochi giorni dopo aver ricevuto l’incarico dal ministero di Vittorio Grilli, la Goldman Sachs rende noto di aver quasi azzerato il suo possesso di titoli di Stato italiani, addirittura del 92%. In altre parole, la banca che fu di Monti e di Draghi non si fida dell’Italia.Eppure continua a lavorare per il ministero. L’incarico, infatti, non è stato revocato. Ci mancherebbe. D’altronde, l’abbiamo detto: è il governo (degli affari) delle banche.

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